Le reliquie dei doni dei Santi Magi. Oro, incenso e mirra, sul Monte Athos

di Francesco Patruno

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».

Con queste parole, l’evangelista Matteo ci descrive, nel II capitolo del suo Vangelo, quanto i santi Magi, venuti dal misterioso Oriente, guidati da una stella altrettanto misteriosa, offrirono al santo Bambino, volendone sottolineare, allo stesso tempo, la divinità, la regalità e l’umanità.

Per molti, questi doni avrebbero solo una profonda valenza simbolica e teologica. San Leone Magno, nel suo Primo Sermone nella festa dell’Epifania, così commentava: «Offrono l’incenso a Dio, la mirra all’uomo, l’oro al re, venerando consapevolmente l’unione della natura divina e di quella umana, perché Cristo, pure essendo nelle proprietà delle due nature, non era diviso nella potenza» (qui). Del resto, presso i popoli antichi questi doni erano associati alla divinità (l’incenso, la cui raccolta, non a caso, coincideva proprio con l’inizio del segno solare del Leone), alla regalità (l’oro, costituendo il metallo regale per eccellenza ancora oggi) e l’umanità (la mirra, che era usata anche per le sue proprietà curative ed antisettiche per la cura di ferite, di piaghe e come antidoto per i morsi dei serpenti e degli scorpioni).

Ci si potrebbe interrogare se questi doni siano davvero reali, e non puramente simbolici, e se esistano delle reliquie di questi.

La nostra risposta non può che essere affermativa.

Tra i vari tesori e reliquie conservate sul Monte Athos, in Grecia, vi sono i doni che i Magi d’Oriente offrirono al divino Bambino. Sono conservati, in particolare, con estrema cura – visto il loro valore spirituale incalcolabile – nel tesoro del monastero di San Paolo e sono portate raramente al di fuori dei confini del Monte, ad esempio nel gennaio 2014, in occasione delle festività natalizie ortodosse furono portate in pellegrinaggio, lasciando per la prima volta la Grecia dal XV secolo, a Mosca, San Pietroburgo, Minsk e Kiev (qui e qui).

Come si presentano questi doni? L’oro è in forma di ventotto pezzi di monete accuratamente incise, di varie forme (rettangolari, trapezoidali, poligonali, ecc.) e misurano circa 5×7 centimetri. Ogni moneta ha un designo di arte diversa e complessa.

L’incenso e la mirra, invece, assumono la forma di misture di sessantadue grani grossolanamente sferici e delle dimensioni di una piccola oliva.

Come sono giunti sino a noi?

L’evangelista Luca, nel suo Vangelo, ci informa, per ben due volte, che Maria conservava «tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19.51). Letteralmente, la Vulgata non parlava di “cose”, ma di “parole” («Maria autem conservabat omnia verba haec conferens in corde suo. [….] Et mater eius conservabat omnia verba in corde suo»).

Senz’altro la Madre di Dio conservava le parole del Figlio suo, ma anche tutto ciò che riguardava la vita terrena del Signore, tra cui i preziosi doni ricevuti dai Magi. Se oggi veneriamo le reliquie della mangiatoia, delle fasce, ecc., lo dobbiamo principalmente a Maria, che deve averci conservato quei ricordi dell’Infanzia divina del Salvatore.

Orbene, secondo la tradizione orientale e gerosolomitana, prima della sua Dormizione ed Assunzione in Cielo, Maria avrebbe consegnato e affidato alla Chiesa di Gerusalemme le sante Fasce, la Sua Veste, il Suo Velo, la Sacra Cintura, i Doni dei Magi, ecc. Queste rimasero nella Città Santa, attraverso alterne vicende, sino al 400 d.C. A quell’epoca, l’imperatore bizantino Arcadio portò tutte quelle reliquie a Costantinopoli anche allo scopo di accrescere il prestigio della capitale dell’Impero romano d’Oriente. Lì rimasero sino al saccheggio crociato del 1204.

Per sottrarre al sacco di Costantinopoli le reliquie dei Santi Doni, queste, assieme ad altre, furono portate a Nicea, nella Bitinia, divenuta la capitale temporanea dell’impero di Bisanzio (sino al 1261). Qui rimasero per circa sessant’anni. Con la partenza dei crociati e la fine dell’impero latino sotto l’imperatore Michele VIII Paleologo, tutte le reliquie rimaste in Bitinia – compresi i Santi Doni – furono restituite a Costantinopoli e lì rimasero sino alla conquista turca del 1453.

Dopo la conquista turca, la devotissima Mara o Maria Branković, vedova cristiana del sultano Murad II detto il Grande (il quale regnò dal 1421 al 1451) e matrigna di Maometto II il Conquistatore, portò le reliquie dei Santi Doni personalmente al monastero di San Paolo sul Monte Athos. Questo luogo fu scelto perché il padre di Maria Branković, Đurađ Branković, despota di Serbia, aveva costruito il Katholicon, cioè la chiesa principale del monastero (corrispondente alla chiesa conventuale della cristianità occidentale), in onore del santo martire Giorgio. Questo monastero, che si trova nella parte occidentale dell’Athos, è dedicato alla Presentazione di Cristo al Tempio. Esso fu fondato, intorno al 980 d.C., dal santo monaco ed eremita Paolo di Xeropotamou, detto Il Giusto: il monastero sorse sul luogo in cui si era ritirato alla ricerca di un’ascesi più profonda. Il monastero assunse il nome di San Paolo solo dal 1108.

Secondo la tradizione athonita, mentre Maria Branković dal porto del monte Athos si portava al Monastero, la Santa Vergine le avrebbe impedito in modo soprannaturale di raggiungerlo, preservando così il divieto, tuttora vigente, di ingresso per le donne – tranne per la Madre di Dio – alla santa montagna dell’Athos. Compreso ciò, la pia vedova del sultano si rassegnò a consegnare i Santi Doni ai monaci e padre scesi incontro a lei. Sul luogo in cui sarebbe apparsa la Vergine, che avrebbe impedito l’accesso alla montagna, fu in seguito eretta una croce, esistente ancor oggi e chiamata “Croce della Regina”. Ancora oggi si conserva nel monastero di San Paolo il documento ufficiale del sultano con le informazioni circa la consegna avvenuta dei Sacri Doni.

Bisogna dire che da allora queste insigni reliquie sono state sempre conservate nel monastero, nonostante le diverse vicende storiche e le avverse fortune che si susseguirono, come ad esempio l’incendio del monastero nel 1902 e l’alluvione che lo colpì nel 1911. Non sono mai state eseguite, però, analisi che ne confermassero l’autenticità, tramandata essenzialmente per via orale.

Molti i miracoli che si sarebbero verificati dinanzi a questi Sacri Doni. Secondo molti, si sprigionerebbe un fortissimo aroma, talora continuamente e talora occasionalmente.

Tra i tesori del Monastero ci sono, oltre ai doni dei Re Magi, il piede di san Gregorio il Teologo, un pezzo della Vera Croce, vasi e paramenti sacri. La biblioteca del monastero contiene 494 manoscritti e più di dodicimila libri stampati. La comunità oggi è composta da circa trenta monaci.

Fonte: Full of Grace

Sopra il titolo: Giovanni Gasparro, Adorazione dei SS. Magi, particolare, 2021, collezione privata

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