Quirinale, comunque vada vincerà il Palazzo

di Max Del Papa

Stante il nostro sistema elettivo, tutto fuorché democratico, le trame per eleggere l’inquilino del Colle che dovrebbe rappresentare gli italiani tutti e invece rappresenta solo il Palazzo, ci sono sempre state, anche squallide, anche losche, solo in camera caritatis, salvando la parvenza di decenza formale tipica del secolo borghese. Ma siamo in un altro tempo, dove l’unica vergogna è provare vergogna e per la prima volta maneggi e camarille non sono più segreti, avvengono in piena luce ad uso e consumo delle vendette trasversali veicolate dai giornali del potere.

I nomi bruciati

Draghi, sedicente nonno delle istituzioni, pretendeva l’investitura ostentando indifferenza, ma a lungo andare la sua si è rivelata una questua delle più umilianti anche perché destinata a sicuro logorio: consumato lui e bruciati tutti a cominciare da Berlusconi, che però essendo uomo di carattere ha saputo a sua volta scassinare il sempre meno super tecnico. In mezzo, una spoon river di candidati assai poco eccellenti, mandati al rogo uno dopo l’altro: Giuliano Amato, detto il dottor sottile per la propensione da azzeccabarbugli; Mario Monti, il vampiro più inviso agli italiani; Rosy Bindi, sempre più simile al Gabibbo; sotto a chi tocca, ora si dà per certo Pierferdinando Casini, che però sembra durare “come sugli alberi le foglie”, sostituito, Dio ci scampi, dal Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, uno dei poteri davvero forti di questo Paese ma totalmente inadeguato. Insomma siamo alla frutta. E adesso, pover’uomo?

La variante Draghi al Colle

Adesso, Draghi se mai salirà le scale del Quirinale, lo farà arrancando come un’anatra zoppa: i partiti, deboli, debolissimi, hanno colto l’allarme nella finta umiltà che mascherava la ybris e hanno serrato i ranghi, hanno cominciato il lavoro ai fianchi nel quale restano maestri. L’interessato, a dirla tutta, non ci ha fatto una gran figura. Ha dato l’impressione di pretendere l’investitura ora col ricatto capriccioso – se non mi incoronate, e subito, me ne vado – ora con astuzie da Prima Repubblica se non da regimetto, potenziando uno stato concentrazionario funzionale unicamente alle sue pretese e alla disperazione di parlamentari da quattro soldi, diciamolo pure, terrorizzati all’idea di una prematura morte di legislatura. Che bel quadretto!

Centrodestra senza una linea

Berlusconi forse non è mai stato davvero candidabile, è stato usato come un babau per ricattare a sua volta il Signore degli anelli finanziari: se n’è accorto e, anche da malandato, ha saputo dare l’ultima bastonata a un sistema che comunque lo vede protagonista da quasi trent’anni anche se lui non si stanca di proporsi come Cenerentola al ballo. Comunque ne esce a testa alta, mentre chi risulta una volta di più nella miseria politica, e non solo, è il centrodestra Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia… Non esiste una coalizione, esiste, esattamente come a sinistra, una diffidenza condivisa, con i coltelli sempre pronti a scattare. Salvini ha fatto la solita parte velleitaria, la Meloni è addirittura sparita dal radar.

Le vere emergenze

Entrambe le fazioni, rispettivamente lacerate all’interno da ulteriori spaccature, puntano sulle divisioni altrui, ma, quanto a questo, potrebbero tranquillamente specchiarsi e a volte viene il sospetto che l’amico migliore sia il nemico. In questa desolazione si apre la liturgia per scegliere il nuovo primo cittadino d’Italia: uno che, vada come vada, finirà per far rimpiangere il predecessore, anche se pare impossibile. Nel bel mezzo di una pandemia che non c’è più, di un regime asserragliato nel bunker, di un Paese prigioniero, di una crisi economica destinata a sfociare in distruzione: le promesse di rinascita erano cialtronaggini, l’inflazione dal trotto è passata a galoppare, lo spread ruggisce, di soldi non ce ne sono, di ristori neppure e anche i più fanatici eurolirici cominciano a temere che i soldi a strozzo del Piano di resilienza o quello che sia, non arriveranno se non in misura irrisoria.

Mentre il Paese si dibatte, al solito, nelle sue emergenze conclamate: un coprifuoco di fatto, completamente assurdo; l’afflusso incontrollato di clandestini; il ritardo tecnologico; la semidistruzione di tutti i reparti produttivi e dei servizi; il fabbisogno energetico, le cui cause sono perniciose quanto antiche ma acuito dall’incompetenza di Ursula e dall’inettitudine dello stesso Draghi. Rassegniamoci a un nuovo “notaio” degli italiani che, quale che sia, potrà solo sottoscriverne la deriva, eventualmente riuscendo nell’impresa non da poco di far rimpiangere il predecessore. Ma forse è arrivato il momento di ripensare, di archiviare non solo una politica ridotta a livelli di puro malaffare, quanto un metodo di elezione presidenziale che ormai non ha più alibi. Fuori dalla Storia oltre che dalla logica.

Fonte: nicolaporro.it

 

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