Novel Food: ecco che cosa dovremo mangiare secondo gli eco-mondialisti

di Antonio de Felip

Iniziamo con una notizia interessante: in Norvegia, un gruppo di allevatori di renne Lapponi, che i cultori della correttezza politica vorrebbero imporci, non si sa bene perché, di chiamare Sami, hanno vinto un’importante causa davanti alla Corte Suprema norvegese: volevano impedire, e ci sono riusciti, la costruzione, sulle loro terre, di un enorme “parco” eolico, uno dei più grandi di Europa, che avrebbe loro impedito il tradizionale allevamento di renne, la cui carne è la base principale della loro dieta e fonte di reddito con il suo commercio.

Così questo enorme “parco” (notare la perfidia falsificante degli ambientalisti per l’uso questo verdeggiante sostantivo) di 278 torri eoliche e sei centrali elettriche non si farà e i Lapponi potranno continuare a mangiare la loro carne di renna, che dicono sia buonissima. Per inciso, siccome l’hybris, la tragica superbia ecologista ama e alleva le mostruosità, ecco che in Danimarca hanno inaugurato la torre eolica più grande al mondo, un incubo paesaggistico alto 271 metri (il grattacielo più alto d’Italia, la torre Unicredit a Milano è alto, guglia compresa, “solo” 231 metri), con pale lunghe 108 metri.

Comunque, che le pale eoliche siano altamente inquinanti paesaggisticamente, esteticamente, acusticamente e per il consumo di suolo sottratto all’agricoltura di qualità non è solo una fissazione di Vittorio Sgarbi, che combatte con foga questa buona battaglia suggerendo che il massiccio aumento dello scempio delle pale sia funzionale agli interessi della mafia. Scrive: “Il vero patto Stato-mafia è questo: lo Stato dà incentivi perché la mafia distrugga il paesaggio”. Già perché queste terrificanti installazioni (i trecento metri cubi di calcestruzzo mediamente occorrenti per ciascuna sono una brutale cementificazione), sono finanziati da tutti noi, in nome delle menzogne ecologiste su presunti “cambiamenti climatici antropici” e della brutale “transizione ecologica” impostaci dai burocrati verdi dell’Unione Europea.

L’invasione dei mostruosi giganti con le pale (altro che pazzo: Don Chisciotte era preveggente) investe le nostre coste, i nostri crinali, le nostre colline, i nostri mari in Sicilia, in Puglia, in Calabria, in Molise, in Toscana e un po’ ovunque in Italia. È una speculazione, finanziaria, mafiosa o ecologista che sia, che comunque violenta e brutalizza i nostri paesaggi. In Puglia, a Manduria, zona vocata a vigneti e vini di qualità come il Primitivo, i viticoltori e gli abitanti si stanno battendo contro lo scempio di un territorio di pregio: c’è un progetto per l’installazione di ben 41 torri eoliche su un territorio di sette Comuni, installazioni che, denuncia il Consorzio di tutela del vino Primitivo: “mal si conciliano con un territorio che fa del patrimonio vitivinicolo il principale punto di forza”.

Ma l’agricoltura e l’allevamento di qualità e quindi i buoni prodotti agricoli non sono solo minacciati dall’elevato consumo di suolo che necessitano le “ecologiche” tecnologie rinnovabili quali i “parchi” eolici e i “campi” di pannelli solari, peraltro di limitata efficienza perché producono solo in presenza delle fonti energetiche: vento e sole. La buona cucina tradizionale del territorio, i prodotti alimentari storici e di qualità, i piccoli produttori di preziose eccellenza agricole stanno subendo ora un subdolo attacco da parte dei burocrati dell’Unione Europea obbedienti ai diktat della grande industria alimentare dei paesi del Nord, spesso privi o con una modesta tradizione gastronomica, dei fanatismi ecologisti, delle isterie animaliste e vegane, delle multinazionali del cibo, dei poteri forti mondialisti che odiano tutto ciò che è specifico e identitario e che ci vogliono omogeneizzati, meticci, consumatori obbedienti e fedeli al Sistema del Governo Mondiale. Non è una novità: vi ricordate quando, qualche anno fa, l’Unione Europea voleva mettere al bando la pizza fatta nel forno a legna, perché “cancerogena”?

È un dato di fatto che il cibo non è solo un mezzo di sostentamento, ma è molto di più. È cultura, è storia, è civiltà. Soprattutto è un valore identitario, locale, regionale, spesso cittadino. Lo stesso piatto può avere una tramandata declinazione diversa da famiglia a famiglia. È una ricchezza antropologica e sociale. Il cibo è fattore d’incontro e di coesione familiare. È gioia comunitaria, è scansione rituale del tempo annuale.

Non è vero che il Cristianesimo sia portatore di una visione digiunatrice e penitenziale, se non nei tempi canonici. Il primo miracolo di Gesù si compie a tavola a Cana e riguarda, appunto, la miracolosa produzione di vino “di qualità”. I monasteri da secoli sono noti per i loro prodotti alimentari, le birre, le confetture, il miele. Il formaggio grana è stato inventato dai monaci cistercensi lombardi. Lo champagne è stato perfezionato da un monaco benedettino, Dom Pérignon. Ai monaci dobbiamo il Frascati e il Gattinara. San Francesco esigeva che le tavole festive dei suoi frati fossero abbondanti e, soprattutto, non prive di carne. Così recita il Salmo 103: “Signore mio Dio quanto sei grande! Fai crescere il fieno per gli armenti, il vino che allieta il cuore dell’uomo, l’olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore”.

Per il filosofo conservatore Roger Scruton, “La tavola è una esperienza di bellezza”. Lo scrittore cattolico inglese Hilaire Belloc che, come il suo amico Gilbert K. Chesterton, amava la buona tavola e il buon vino, scriveva: “Laddove splende il sole cattolico, c’è sempre allegria e buon vino rosso”. La scrittrice cattolica Susanna Manzin, autrice di Pane e Focolare, un intrigante libro in difesa della buona tavola, scrive: “Laddove si assiste a una progressiva spoliazione della tavola, si assiste in realtà a un imbarbarimento dei rapporti umani.” Piuttosto è la cultura protestante e calvinista del Nord ad essere tendenzialmente proibizionista e a guardare con sospetto il cibo “buono”.

Denuncia Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni e consigliere delegato di Filiera Italia, che gli ambienti onusiani e mondialisti hanno prodotto una commissione di “esperti” internazionali, la Eat Lancet Commission, che nel 2019 ha elaborato una sorta di “bibbia alimentare” mondiale, in linea con le imposizioni dell’ONU sulla cosiddetta sostenibilità e gli sciagurati accordi di Parigi sul clima: “Il report ha delineato una dieta universale e chiede che i consumatori non abbiano più la libertà di scelta su cosa mangiare, mettendo a punto una strategia per obbligare i consumatori a mangiare cibi più sostenibili”.

Ancora, questa commissione mondialista vuole mettere al bando la carne (“rimuovere le opzioni di scelta inappropriate”, “restringere le scelte”, “finanziare campagne per mettere al bando alcuni prodotti”). Si vuole imporre una “dieta universale”, che azzeri le differenze e le peculiarità territoriali e locali, che sostituisca i prodotti tradizionali e tipici con “cibi Frankenstein” prodotti dalle grandi multinazionali alimentari e uguali per tutto il mondo. Una vera e propria dittatura alimentare.

Ovviamente questo mefistofelico progetto è entusiasticamente sostenuto da ecologisti, sostenitori della bizzarra teoria del “riscaldamento globale antropico”, animalisti, vegetarian-vegani, ma, come si accennava, è manovrato dalle grandi multinazionali, comprese le nascenti industrie di carne sintetica e coltivata, tra le quali quella fondata da Bill Gates, che sostiene che i paesi avanzati devono convertirsi al 100% al manzo sintetico. Anche Leonardo Di Caprio si è lanciato nel business della carne in provetta, progetto che sembra piacere molto al Gotha del mondo liberal statunitense, quello che i finanzia anche i terroristi dei Black Lives Matter distruttori di monumenti di Colombo e degli eroi Confederati. Anche la Nestlé ha ammesso di stare studiando tecnologie innovative per produrre carne coltivata. E, per la gioia dei vegani, addio al latte e ai suoi derivati, sostituito dal latte di soia o di altri vegetali, meno caro e più standardizzabile.

Per combattere la costata e il filetto (quelli veri), ogni scusa e mezzo sono buoni: sull’altare dello sciagurato Green Deal, la bella coppia Ursula von der Leyen e Frans Timmermans vogliono mettere al bando la carne (ma anche il legname, il cacao e il caffè) prodotta in Brasile, paese colpevole di presunta “deforestazione”, così possono colpire anche il Presidente Bolsonaro, eletto liberamente dal popolo brasiliano, ma purtroppo poco sensibile alle menzogne della “correttezza politica” e quindi costantemente sotto attacco dei liberal-socialisti mondiali.

Gilles Luneau, che ha scritto un libro sulla carne sintetica: Carne artificiale? No grazie, spiega che l’UE sponsorizza la società di Leonardo di Caprio; “Le start-up che lavorano alla produzione di carne sintetica o succedanei della carne su base chimico vegetale hanno contributi per 14 miliardi di dollari. Ci sono 800 aziende che lavorano in questo campo”. Un attacco alla bistecca è venuto anche dal Ministro della Transizione ecologica (ridicola definizione impostaci dall’UE) Roberto Cingolani, quello che ha candidamente ammesso che questa transizione ecologica sarà “un bagno di sangue”. Costui ha minacciosamente dichiarato che il consumo di carne “dovrebbe essere diminuito sostituendo le proteine animali con quelle vegetali, perché la proteina animale richiede 6 volte l’acqua di quella vegetale.” Di questa insensata guerra alla carne scatenata dai mondialisti e dagli ultraricchi dell’esclusivo circolo di Davos, ne ha parlato anche Roberto Pecchioli, in un bel articolo pubblicato in questo sito“Mangerete il gombo e sarete felici”. Dal vangelo secondo il Forum di Davos. Già appaiono i buoni esempi di “rieducazione alimentare”: le mense universitarie di Berlino hanno deciso di eliminare la carne dai loro menù.

Per trovare alternative alla carne, oltre a quella prodotta in provetta, si è scatenata la perversa fantasia culinario-mondialista dei burocrati della neo-sovietica Unione Europea: sfidando il giustificato disgusto dei buongustai europei, Bruxelles ha appena autorizzato le locuste come altro insetto edibile dopo le tarme, poi la carne di coccodrillo del Nilo, degli alligatori e dei serpenti come il pitone. Però non crediamo che i brussellesi rinuncino alle loro tradizionali frites Belges sostituendole con la frittura di locuste. D’altronde, la riduzione del consumo di carne è sfrontatamente e ufficialmente prevista nel programma UE Farm to fork: la carne deve essere bandita dalle tavole europee e sostituita da bachi, locuste, spremute di fagioli e coccodrilli.

È noto che, con supremo sprezzo del ridicolo, gli eco-falsificatori accusino i “peti delle vacche” degli allevamenti di essere gravemente colpevoli di “letali” emissioni di presunti gas serra. Sulla base di questa bizzarra convinzione, al cui confronto quella dei terrapiattisti è una rispettabile teoria scientifica, la Nuova Zelanda manderà in orbita Methanesat, un innovativo satellite di alta tecnologia in grado di monitorare i prodotti dei processi digestivi dei ruminanti, che in Nuova Zelanda, paese di allevatori, sono 6,3 milioni.

Ma il pericolo maggiore, e imminente, per la nostra agricoltura e i nostri prodotti è il cosiddetto Nutriscore, un perverso sistema di valutazione “a colori” dei cibi, da apporre obbligatoriamente sulle etichette e attualmente sottoposto a una consultazione pubblica a livello europeo (ma nessuno ne parla).

Questa valutazione avverrebbe sulla base di un cervellotico algoritmo che penalizza i prodotti agricoli di qualità come quelli italiani e “promuove cibi Frankenstein delle multinazionali, zeppi di chimica e ricavati da proteine vegetali pagate pochi spiccioli”, spiega Carlo Cambi su La Verità. Così, sulla base di questo sistema voluto dalle multinazionali, la Diet Coke risulterebbe più salubre dell’olio di oliva. Riceverebbero il “semaforo rosso” anche prodotti dell’eccellenza gastronomica italiana come il prosciutto di Parma, il San Daniele, il salame di Varzi, il salame d’oca di Mortara, quello di Felino, il culatello di Zibello, lo speck, la mortadella, il cotechino di Modena, il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, il gorgonzola, il pecorino, la mozzarella di bufala e molti altri.

L’Italia ha un patrimonio di 600 tipi di salumi tipici e 400 diversi formaggi. Si distruggono tessuti produttivi che vivono da millenni”, ha dichiarato Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano e vice-presidente nazionale della Coldiretti. Non è finita: è recente una disposizione europea, ipocritamente prevista per suggerire misure per combattere il cancro, che condanna il consumo di vino, di birra, di carne rossa e di salumi, sulla base di una indimostrata presunzione che un consumo normale e moderato di questi prodotti favorisca i tumori.

Quindi l’Unione vorrebbe mettere etichette terroristiche sulle bottiglie, vietare le sponsorizzazioni e aumentare le tasse su questi prodotti. Tra le varie conseguenze negative per la nostra agricoltura è che, spiega ancora Carlo Cambi, “I produttori di vino, salumi, carne rosse e lavorate avranno meno chance di essere ammessi alle graduatorie del bando per la promozione in ambito comunitario”. Non solo, il perverso inventore del Nutriscore vorrebbe imporre addirittura una valutazione ancora più bassa del minimo (una grande F nera) a tutte le bevande con gradazione alcolica superiore all’1%.

Che l’Unione Europea non ami i nostri bravi viticultori è storia vecchia: vi ricordate quando l’UE sottrasse ai produttori veneti e friulani l’uso del termine Tocai, in uso da centinaia di anni, perché infastidiva i produttori ungheresi di Tokaj, un vino dolciastro e liquoroso che nulla aveva a che vedere con i nostri? Ed è ancora pendente, nonostante le proteste italiane, la richiesta della Croazia di registrare il marchio Prosek (però la Commissione Europea ha assentito alla possibilità della richiesta croata) chiaramente un italian sounding nato per sfruttare il successo dello spumante italiano. Anche l’Aceto Balsamico di Modena è sotto attacco di un imitatore sloveno. E pure in questo caso la Commissione Europea ha deciso di non decidere rispetto al contenzioso aperto dall’Italia.

Nel frattempo, stanno inventandosi una nuova preda nella caccia scatenata dal fanatismo ecologista: il caffè. Lo racconta il giornalista Mario Giordano: un centro di ricerche della Finlandia ha messo a punto una tecnica per produrre caffè sintetico. Spiega il portavoce del centro, dottor Heiko Rischer, che il caffè è un prodotto “problematico” (lo sapevate?) perché gli agricoltori hanno la grave colpa di disboscare per ricavare nuove colture. Inoltre, aggiunge costui ripetendo i soliti luoghi comuni ambientalisti, “c’è anche la questione dei trasporti, l’uso dei combustibili fossili e via discorrendo”. Ecco quindi la ricerca di una alternativa “sostenibile”. Ovviamente non poteva mancare questo abusato aggettivo dal significato assolutamente nebuloso. L’Unione Europea ci proibirà anche il caffè? Sta già avvenendo, come abbiamo visto, con quello brasiliano.

A questo punto, è facile tirare qualche conclusione: l’aggressione alla buona tavola, al buon cibo e al buon vino, ai prodotti tradizionali, al piacere del desco familiare e amicale non è casuale. Che l’ONU e la UE vogliano imporci una “dieta universale” fatta di cibi iper-industrializzati, prodotti delle multinazionali, infarciti di chimica però “sostenibili”, insensato aggettivo che legittima ogni schifezza e ogni nequizia, buoni per i fast food e il “fast eating” solitario sul divano di casa davanti alla televisione, è un dato di fatto incontestabile. Per distruggere i prodotti locali e tradizionali, l’agricoltura “sana” e i produttori di qualità, usano tutti i sistemi: chiedete a un piccolo casaro d’alpeggio o al titolare di un piccolo salumificio a quali stringenti e costose normative su una presunta “sicurezza alimentare” devono sottostare. Per i piccoli imprenditori produrre alimenti di qualità sta diventando un atto eroico.

Tutto ciò non è “per il nostro bene”, tutto ciò non è innocente. Come si diceva, il cibo è identità e tradizione, storia e civiltà, bellezza e comunità. Tutti valori che il mondialismo della grande finanza, delle multinazionali, dei liberal radical chic apolidi e “multiculturalisti”, dei gretini e degli ecologisti di varia specie odia e vuole distruggere perché pietre d’inciampo sulla strada di un mondo meticcio, omogeneizzato, fatto di individui indistinguibili nei costumi e nei consumi perché privati di identità e storia, sottomessi alle leggi estreme del profitto.

La logica sottostante e gli scopi occulti di questa aggressione al Buono sono gli stessi dalla cancel culture che vuole distruggere la nostra memoria greco-romana e cristiana, la nostra storia e la nostra cultura classica, sono gli stessi dell’immigrazionismo selvaggio e violento che vuole sostituire la nostra civilizzazione e la nostra etnia con un meticciato indifferenziato; sono gli stessi che lavorano per la decostruzione dell’Arte e del Bello, sono gli stessi che operano per la distruzione della famiglia e vogliono impedirci, con leggi liberticide, ogni difesa della morale eterna, della legge divina iscritta nell’animo di ogni uomo.

Nel suo recente libro Conservare l’anima così scrive Francesco Borgonovo: “Mangiare, oggi, è un atto politico”. Dobbiamo tenerlo presente, dobbiamo essere consapevoli di chi sono i nemici della buona tavola, delle loro macchinazioni e dei loro scopi occulti. Dobbiamo, con le nostre scelte quotidiane, difendere piccoli ma importanti pezzi della nostra storia e della nostra cultura. Anche questo è combattere la buona battaglia.

Fonte: ricognizioni.it

 

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