L’ospedale svedese sulle cure ai minori transgender: «Abbiamo fatto del male ai bambini»

Dall’osteoporosi ai ricoveri in psichiatria, il Karolinska Institutet ammette di avere danneggiato irreparabilmente la salute di tredici ragazzini trattati con i bloccanti per la pubertà. Stop alla somministrazione di ormoni, «rischi di gravi lesioni».

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di Caterina Giojelli

Tempi

Un anno fa l’ospedale universitario Karolinska, in Svezia, decideva di interrompere bruscamente la somministrazione di bloccanti della pubertà e ormoni per la transizione di genere ai bambini e minori di 16 anni. Uno stop clamoroso in un paese tra il 2008 e il 2018 aveva registrato un aumento del 1.500 per cento delle diagnosi di disforia di genere nella fascia di età fra i 13 e i 17 anni, soprattutto fra le ragazzine. Pubblicando le nuove linee guida, l’ospedale specificava che si trattava di terapie controverse, che mancavano di supporto scientifico e che esisteva il rischio di potenziali effetti collaterali.

L’autodenuncia dell’ospedale svedese

Potenziali? Leo aveva solo dieci anni quando confessò ai genitori di non sentirsi una femmina ma un maschio. Ne aveva 11 quando i medici iniziarono a somministrargli i cosiddetti “bloccanti della pubertà”. Ci vollero quattro anni e mezzo per collegare i trattamenti ai suoi dolori lancinanti alla schiena e alle anche. Nessuno durante la terapia aveva monitorato i valori della densità ossea: Leo aveva iniziato a soffrire di osteoporosi e alterazioni vertebrali, rischiando ulteriori «gravi lesioni». Il virgolettato è dell’ospedale che ora ammette che con Leo si è sbagliato tutto, che non sono state fornite alla famiglia «informazioni sufficienti e chiare sugli effetti collaterali noti del trattamento» e che al pari di Leo almeno altri dodici bambini sono stati danneggiati dalla somministrazione degli ormoni a Stoccolma.

Una vera e propria autodenuncia: come sottolinea Marina Terragni sul FeministPost, «Quanto dovremo attendere perché il Parlamento italiano si occupi della questione, salvando la vita a bambine e bambini “non conformi al genere” avviati a queste rovinose “terapie”?». Da un lato, dichiarano gli esperti dell’ospedale universitario, i fondamenti scientifici delle cure sono così deboli che non è possibile avere certezza che siano utili e nemmeno sicuri. Dall’altro, «è chiaro che la diagnosi di disforia di genere non è statica» e capita che dopo l’assunzione dei bloccanti i pazienti non vogliano proseguire con la riassegnazione del genere. Nel caso specifico di Leo, secondo l’ospedale la ragazzina non avrebbe mai dovuta essere avviata alla terapia: nessuno ha dato peso ai suoi problemi psichiatrici, i tentativi di suicidio e nemmeno alle esitazioni più volte espresse rispetto a sentirsi davvero un maschio.

L’angoscia dei genitori segnalati ai servizi sociali

Per essersi opposto ai trattamenti ormonali dei suoi figli maschi di soli 12 anni un padre è stato segnalato ai servizi sociali. Inizialmente Rasmus, così si fa chiamare parlando alla Stv, aveva acconsentito alle cure, la clinica dell’identità di genere voleva procedere con i bloccanti ma «volevo capire che tipo di farmaci fossero». Quando ha realizzato che potevano esserci conseguenze irreversibili e che tra i rischi era annoverata la sterilità Rasmus ha cambiato idea e si è fermamente rifiutato di acconsentire alle cure scatenando la rappresaglia dei medici: il suo rifiuto, gli spiegarono, avrebbe danneggiato i ragazzi e aggravato il loro stato di ansia presente e futura.

La sua versione è stata confermata alla Stv da diverse famiglie: in tanti sono stati segnalati ai servizi sociali per essersi opposti ai bloccanti, a una famiglia avevano anche temporaneamente tolto un bambino. Finché a febbraio, il National Board of Health and Welfare aveva ritirato le raccomandazioni di trattamento con i bloccanti dei minori con la disforia: dopo averli descritti come sicuri e verificati, il ministero aveva riconosciuto che i rischi superavano i benefici, invitando a eseguire i trattamenti solo «in casi eccezionali». I servizi avevano cestinato il rapporto su Rasmus e i suoi figli erano tornati a sentirsi maschi.

«È una castrazione chimica», spiega l’endocrinologo

«Si sentiva così male che ha cercato di suicidarsi in diverse occasioni. Non capivamo, pensavamo che nostro figlio si sarebbe sentito meglio dopo il trattamento»: così la mamma di Leo ricorda i mesi seguenti alla somministrazione dei bloccanti. «Ho dolore ovunque» lamentava la ragazzina. Negli ultimi cinque anni 440 bambini come lei hanno ricevuto pari trattamento in Svezia senza sapere veramente cosa comporti, «Si tratta di una castrazione chimica. Può influenzare lo stato mentale in un modo che non pensavi e non volevi. È molto importante che il paziente e la sua famiglia siano ben informati al riguardo», andava ripetendo l’endocrinologo pediatrico Ricard Nergårdh, una vita spesa a curare i minori con la disforia di genere invitando a non superare i due anni di trattamento. Leo restò in cura oltre quattro anni e mezzo. Nonostante un esame allo scheletro avesse rivelato gravi anomalie, fratture e le fosse stata diagnosticata l’osteoporosi, le cure continuarono per altri tre mesi.

Inizialmente l’ospedale giustificò i fatti spiegando che cure e follow-up erano stati erogati da team diversi. In seguito altri pazienti accusarono gravi effetti collaterali, danni al fegato, riduzione della densità ossea, stato mentale alterato, aumento di peso pari a oltre 25 chili in un solo anno, interruzione della crescita in altezza, autolesionismo, disturbi ossessivo-compulsivi, ricoveri in psichiatria, desiderio di de-transitare e tornare al sesso assegnato alla nascita ostacolato da cambiamenti irreversibili a partire dal tono della voce.

Bloccanti sotto accusa dagli Usa al Regno Unito

La drammatica storia di Leo, del suo «scheletro sano distrutto dalla medicina sperimentale» e l’angoscia dei suoi genitori, invitati dai medici a sedare dubbi e angosce ed essere «coraggiosi», è stata raccontata nel documentario Trans Train. Lo scandalo, le indagini e l‘autodenuncia del Karolinska Institutet hanno portato la Svezia, paese pioniere della transizione dei minori, a cambiare completamente approccio indicando le terapie psichiatriche e psicologiche come primo aiuto. Così molti paesi occidentali, dall’Australia agli Stati Uniti, dove numerosissimi medici stano denunciando i rischi dell’approccio “affirming” sui minori («Non possono assolutamente essere trattati come gli adulti») fino alla Gran Bretagna.

Qui un’inchiesta ufficiale del Servizio sanitario britannico, ha stabilito che il programma per il cambio di genere dei bambini applicato dall’ormai famigerato Servizio per lo sviluppo dell’identità di genere (Gids) della clinica Tavistock di Londra, «non è un’opzione sicura o praticabile a lungo termine». Nel 2020 i pazienti inglesi avviati alla transizione erano 2.500, in grande maggioranza femmine che avevano cominciato ad avere problemi con la propria identità di genere nella prima adolescenza, mentre erano in lista d’attesa altri 4.600 giovanissimi. Circa un terzo di tutti costoro presentava autismo e altre forme di neurodiversità.

Fonte: tempi.it

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