Quaresima, tempo propizio per tornare a Dio. Dunque al meglio di noi stessi

di monsignor Héctor Aguer*

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Un’altra Quaresima, un’altra occasione di grazia che ogni anno ci viene concessa. Alcune di queste occasioni possono essere determinanti per orientare la nostra vita verso la santità. Dunque, non potrebbe essere proprio quella che stiamo vivendo ora?

Il significato della Quaresima si esprime simbolicamente nell’antico rito dell’imposizione delle ceneri. Sono prescritte due formule. La prima è: «Tu sei polvere e in polvere tornerai». È la condanna pronunciata contro l’uomo dopo il primo peccato. Ecco come appare nel testo biblico: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gn 3, 17-19). È ciò che corrisponde all’Adamo, l’adamá, che fu modellato con l’argilla della terra, e ricevette nelle sue narici un soffio di vita (Gn 2, 7).

Nell’Antico Testamento si trovano molte eloquenti espressioni sulla caducità della vita umana. Cito in primo luogo il Salmo 90 (89), bellissimo poema attribuito a Mosè (riferimento inaccettabile dal punto di vista storico); con cui gli si vuole attribuire un’autorità speciale. L’eternità di Dio è paragonata a uno sguardo luminoso nella notte (che è la durata dell’umanità): «Ai tuoi occhi, mille anni
sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte» (v. 4). La veglia è una delle parti della notte, come veniva considerata, ad esempio, nell’esercito. La definizione più chiara si legge nel versetto 10: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo» (Sal 90, 10). È una verità alla quale non è facile aderire spontaneamente. Quelle parole sono dedicate a noi personalmente quando riceviamo la cenere sulla nostra fronte, che ci ricorda l’adamá da cui è emerso il genere umano. Altri passaggi del Salterio trattano lo stesso argomento, a cui si aggiunge la prospettiva del peccato. Il Salmo 39 descrive lamentosamente la miseria umana: «Come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita» (v. 7). È richiesto che la preghiera sia ascoltata, che Dio non resti indifferente ai gemiti con cui l’orante si lamenta e si appella alla sua misericordia. Nel Salmo 32 la confessione del peccato, e il conseguente perdono, restituiscono la felicità; al contrario, rifiutarsi di confessare il peccato equivale a diffidare della misericordia e compromette l’Alleanza.

L’altra formula dell’imposizione delle ceneri fa coincidere la predicazione del Battista e la predicazione iniziale di Gesù: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Mt 3, 2; 4, 17); Gesù aggiunge: «Il tempo (kairós) è compiuto (peplērōtai)» (Mc, 1, 15). Ogni Quaresima è un kairós, un tempo opportuno che Dio ci offre, in cui dobbiamo aderire con la nostra risposta all’esortazione metanoeite; la conversione è un atto puntuale che si compie una volta per tutte, una decisione che va prolungata come atteggiamento permanente in uno stato. La parola metánoia racchiude una dimensione che potremmo chiamare «intellettuale»; equivale a cambiare il modo di pensare, di guardare e concepire la vita, il mondo e noi stessi.

La preghiera quaresimale per eccellenza è il Salmo 51 (50), che di solito è identificata dal vocabolo latino che ne è a capo, miserere: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato» (v. 3). Le suppliche costituiscono il corpo del Salmo; la prima è la richiesta di perdono, un perdono totale che, purificando l’orante, ridona pace e gioia. Accogliendo la richiesta, Dio manifesta la sua sapienza e il suo amore. Si chiede una ri-creazione, un cuore puro, che si otterrà pienamente solo nella redenzione operata da Gesù Cristo. Teologicamente questo Salmo è molto prezioso: fornisce gli elementi di una teoria del peccato e del perdono. Degno di nota è anche il tono intimamente personale. Una breve indicazione attribuisce questa richiesta di perdono a Davide, quando il profeta Natan andò a rimproverarlo per il suo peccato: mise a morte Uria l’Ittita per nascondere il fatto di aver messo incinta Betsabea, che in seguito prese in moglie (cf. 2 Sam, 12). Questa preghiera è stata accolta dalla Tradizione della Chiesa come uno dei sette Salmi penitenziali, insieme ai Salmi 6, 32, 38, 102, 130 e 146. Vi risuonano gli accenti dei grandi profeti, come Geremia ed Ezechiele.

La chiamata alla conversione implica il riconoscimento del peccato da parte di coloro ai quali è rivolto il messaggio. Al Miserere, e al Salmo 90, possiamo aggiungere il Salmo 39, che descrive lamentosamente la miseria umana: «Come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita» (v. 7). Viene riproposta questa idea, in un gesto di umiltà che rende possibile la confessione.

In base a quanto ho detto prima, questi argomenti collegano le due formule per l’imposizione della cenere. I Salmi citati appartengono al genere delle «lamentazioni individuali», tuttavia non ammettono una lettura individualistica, ma vengono pronunciati (o cantati) nella comunità di Israele.

Ne I fratelli Karamazov, il capolavoro di Fëdor Dostoevskij, appare un concetto che possiamo considerare in continuità con quanto ho appena descritto. Un personaggio secondario del romanzo –un personaggio torturato da un crimine commesso in passato – dice: «Ogni uomo è colpevole per tutti e per tutto, oltre a essere colpevole dei propri peccati… Quando le persone avranno capito questa idea, per loro inizierà il Regno dei Cieli, non più nei sogni, ma nella realtà». Il romanzo, che è una meraviglia letteraria, riflette l’anima russa, violenta e mistica, nelle cui pieghe si fonda il cristianesimo dell’Ortodossia. Il già citato concetto, che il riconoscimento del peccato e la richiesta di perdono aprono la strada del paradiso, si trova in un altro passaggio. Un giovane fratello dello starets Zosima, padre spirituale di Aliosha Karamazov (il più giovane e sinceramente cristiano dei tre fratelli), poco prima di morire di tubercolosi all’età di diciassette anni, santamente, dopo una vera conversione e confortato dai sacramenti della Chiesa, dice alla madre, secondo quanto lo starets ricorda e racconta: «Mammina, devi sapere che in verità ogni persona è colpevole davanti a tutti, per tutti, e per tutto». Esultante d’amore, lo diceva ai suoi servi, ai suoi amici, agli «uccelli del buon Dio»: «Perdonatemi anche voi, perché anche io ho peccato davanti a voi», «possa io essere soprattutto un peccatore; in cambio tutti mi perdoneranno, e quello sarà il paradiso». Non si tratta di esaminare queste frasi sotto una lente teologica; a mio avviso, contengono una verità profondamente cattolica, ortodossa perché vera, e per il suo sapore orientale. La riassumerei così: il peccato oltraggia la creazione, la invecchia, la rattrista, e solo il pentimento la restaura. Inoltre una misteriosa solidarietà ci unisce tutti, nel bene e nel male; ci unisce a tutti i cristiani, membri del Corpo mistico di Cristo, e agli altri esseri umani, uomini e donne, che sono ordinati al Corpo di Cristo, molti dei quali dobbiamo strappare dalle grinfie di Satana.

Non ricordo esattamente, ma credo che Georges Bernanos abbia fatto dire al suo sacerdote sul Journal d’un curé de campagne: se ci rendessimo conto fino a che punto siamo legati gli uni agli altri nel bene e nel male, non potremmo continuare a vivere.

La Quaresima è come il deserto, un tempo di deserto in cui dobbiamo metterci alla prova. Scoprire come e in cosa siamo tentati.

Uno degli argomenti di meditazione quaresimale è dato dalle tentazioni alle quali il Signore, guidato dallo Spirito Santo, non ha esitato a esporsi (Mt 4, 1: anēchthē; Lc 4, 1: ēgeto). Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret commenta: «Le tentazioni accompagnano l’intero cammino di Gesù, e il racconto delle tentazioni appare da questo punto di vista – esattamente come il Battesimo – come un’anticipazione, in cui si condensa la lotta di tutto il suo cammino». Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che Satana lo tenta tre volte cercando di mettere alla prova il suo atteggiamento filiale verso Dio, ma Gesù respinge questi attacchi che ricapitolano le tentazioni di Adamo nel paradiso e quelle di Israele nel deserto. Il suo trionfo è «vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre» (Ccc 538-539). Quella prova (peirasmon, Lc 4, 13) è, in un certo senso, completa, archetipica, e ha un significato salvifico: ci ha lasciato un esempio, ed è la fonte della nostra forza nella lotta, che è lo stato della nostra vita.

Tutti gli avvenimenti della vita di Gesù hanno una duplice dimensione: sono sacramentum, mistero salvifico, oggettivamente efficace per la redenzione del mondo, ed exemplum, modello da imitare. Tale distinzione spiega la duplice dimensione della fede cristiana: in primo luogo è dottrina, insegnamento, didaché; e poi è morale. La riduzione moralistica, oggi tanto frequente, deve essere scartata.

Nella costituzione conciliare Gaudium et spes leggiamo «Così l’uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS, 13). Il diavolo approfitta di questa situazione e cerca di farci appoggiare non su Dio, ma sulla nostra stessa volontà e sul «mondo», con la fallacia delle sue promesse che mai si avverano, o con l’offerta del suo potere, dell’avanzamento sociale, politico o economico. Il breve racconto delle tentazioni di Gesù, secondo san Marco (che si distingue come abile biblista), presenta il deserto come il luogo in cui Gesù vince le arguzie del diavolo, con la promessa di un nuovo paradiso: viveva tra le belve e gli angeli lo servivano.

Anche per noi la forza di Cristo è la Parola di Dio «letta correttamente». Belve feroci non mancano nel mondo di oggi, ma a noi non manca l’esercito degli angeli. Il tempo della Quaresima ci consente di analizzare a quali tentazioni siamo attualmente sottoposti e di rinnovare la strategia delle nostre risposte.

La tradizione biblica e liturgica suggerisce come opere quaresimali il digiuno, la preghiera e l’elemosina. San Leone Magno, nel suo Sermone per la Quaresima 6, dice a questo proposito: «Ciò che ogni cristiano è opportuno che faccia in ogni momento, lo deve fare ora con maggiore richiesta e dedizione». La ragione, lo scopo di realizzarli nell’istituzione apostolica dei quaranta giorni deve realizzarsi attraverso il digiuno, che non è tanto parsimonia con il cibo, ma privazione dei vizi. Inoltre, al digiuno devono essere affiancate le opere di misericordia e l’amore per Dio e per il prossimo, esercitate in piena libertà. Notiamo che elemosina si dice sia eleemosynarum opera; il genitivo ci ricorda l’eléison della Messa, la misericordia che imploriamo a Dio ed esercitiamo con il prossimo.

Ritorno al mio approccio dell’inizio: è il tempo propizio per tornare a Dio, e al meglio di noi stessi. La nostra comprensione e la nostra decisione di vivere il kairós di questa Quaresima determineranno l’intonazione vitale del nostro aleluya durante la prossima Pasqua.

*arcivescovo emerito di La Plata, Argentina

Fonte: infocatolica.com

Traduzione di Valentina Lazzari

Titolo originale: Otra Cuaresma

 

 

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