«Siamo missionari. Perché dovremmo aver paura di morire?»

Cina, anno 1930. La morte di due missionari salesiani ci ricorda il sacrificio di tanti che hanno dato la vita per il Vangelo. «Tutti temono la morte. Questi due invece sono morti contenti».

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Nei primi giorni del febbraio 1930 giunse al centro missionario salesiano di Shiu-chow il giovanissimo missionario don Callisto Caravario (ventisei anni). Veniva dalla piccola comunità cristiana di Lin-chow, la più lontana dal centro della Missione. Doveva accompagnare il vescovo monsignor Versiglia (cinquantasette anni) a visitare le sue due scuolette e i suoi duecento cristiani, piccolo seme nella città di quarantamila abitanti, turbata e devastata dall’interminabile guerra civile.

Gli corsero incontro festosi diversi bambini che don Caravario aveva salvato dal caos e dalla miseria portandoli nell’Orfanotrofio e nell’Istituto Don Bosco di Shiu-chow.

23 febbraio. I bagagli per la partenza sono pronti: una ventina di colli con merce di ogni genere: abiti, paramenti sacri e materiale inviati dalla carità dei benefattori d’Italia, e il cibo occorrente per il viaggio di sette persone, che dovrà durare otto giorni (per superare una distanza di novanta chilometri!).

I confratelli salesiani hanno visto don Caravario darsi da fare attorno a tutto quel bagaglio e gli fanno allegre congratulazioni: «Quanta grazia di Dio!». E lui, con il solito sorriso buono: «Purché non vada tutto in bocca al lupo!». Poi, stringendosi nelle spalle: «Ad ogni modo, sia fatta la volontà del Signore!». Tutti sanno che questa ultima è l’espressione abituale di don Caravario «il santino». In quei giorni don Caravario ha scritto una lunga lettera a sua madre, a Torino, datandola 13 febbraio.

Partenza all’alba del 24 febbraio. Sveglia alle quattro, santa Messa, raduno dei partenti. Sono il vescovo Versiglia, don Caravario, due giovani maestri diplomati all’Istituto Don Bosco (Thong Chong Wai, pagano; M Pan Ching, cristiano), le loro due sorelle (Thong Su Lien Maria, 21 anni, maestra; M Yu Tee Paola, sedici anni, che lascia gli studi e torna in famiglia). C’è anche Tzen Tz Yung Clara (ventidue anni, si reca a Lin-chow come catechista). Michele Arduino, vescovo successore di monsignor Versiglia, depose: «I giovani e le giovani che venivano in collegio o tornavano in famiglia, erano sempre accompagnati dai Missionari. I genitori imponevano questa condizione ai Missionari, per lasciar partire le loro figlie. In questo caso i due giovani maestri, le loro sorelle e la catechista avevano atteso appositamente per fare il viaggio con il Vescovo e don Caravario ed esserne protetti da possibili aggressioni di pirati».

Sulla barca verso Nord

La comitiva, capeggiata dal vescovo Versiglia, si mosse in treno dalla stazione ferroviaria di Shiu-chow alle 8:30 del 24 febbraio. Alle 17 giunse a Lin-kong-how, sede di una Missione salesiana. Li attendeva il sacerdote don Cavada, che li accompagnò alla Missione dove pernottarono.

Il giorno dopo, 25 febbraio, monsignor Versiglia e don Caravario dissero la Messa. Poi tutti salirono sulla barca che doveva risalire verso Nord il fiume Lin-chow, e portarli alla Missione di Lin-chow dove li aspettava la piccola comunità cristiana di don Caravario. Erano le 7 del mattino. Se il viaggio in treno era durato otto ore e mezza, quello in barca (per superare una distanza quasi uguale) era previsto di sette giorni. Alla comitiva si erano aggiunti il ragazzo cristiano Luk Apiao Pietro, di dieci anni, che si recava alla scuola di don Caravario per iniziare gli studi, e un’anziana catechista che doveva affiancare il lavoro della giovane Clara. I barcaioli erano quattro: l’anziana padrona della barca, suo figlio ventenne, due robusti lavoratori (che stando a riva avrebbero trascinato la barca controcorrente nei punti più difficili).

La barca cinese è come una piccola casa: la prua è scoperta, ma la poppa è avvolta da una specie di baracca che la trasforma nella casa di chi viaggia. Sulla prua venne posto un drappo bianco con la scritta Tin Tchu Tong (Missione cattolica)Doveva essere una specie di salvacondotto: tutti sapevano che i missionari non erano ricchi e lavoravano per la povera gente. Ma poteva essere anche un’esca che attira i malvagi…

25 febbraio: agguato sul fiume

Mezzogiorno. Sulla barca si prega. D’un tratto si sente un grido imperioso: «Fermate la barca!». Quella decina di uomini è vicina. Puntano fucili e pistole. Gridano: «Chi portate?». Il barcaiolo risponde: «II vescovo e un padre della Missione». Gridano: «Non potete portare nessuno senza la nostra protezione. I missionari devono pagarci 500 dollari in carta europea, o vi fucileremo tutti!». Le donne, udito il dialogo, capiscono subito di che si tratta. Presa la corona del Rosario, pongono la faccia sulle ginocchia, si coprono il capo con le mani e pregano.

Il vescovo dice a don Caravario: «Di’ loro che siamo missionari, e perciò non abbiamo con noi tanto denaro».

Sentita la risposta, alcuni pirati saltano sulla barca e la esplorano. Il bambino Apiao si dichiara lestamente figlio del barcaiolo. La vecchia catechista non è degnata di uno sguardo. Ma quando i banditi scorgono le ragazze, gridano: «Portiamo via le loro mogli!». Don Caravario spiega: «Non sono nostre mogli, ma nostre alunne che accompagniamo a casa». Con bei modi (com’è d’obbligo!) i missionari trattengono i banditi fuori della baracca. Con i loro corpi chiudono l’entrata. I pirati allora gridano: «Diamo fuoco alla barca!». Pochi metri più in là è ferma una barca carica di legna. Trasportano fascine sulla prua e appiccano il fuoco. Ma la legna è grossa e verde, stenta ad accendersi, e il vescovo riesce a soffocare le prime fiamme. Furiosi, i pirati tirano fuori dalle fascine i rami più grossi e iniziano una terribile bastonatura sui corpi dei missionari. Dopo molti minuti, sanguinante e sfinito, il vescovo cade. Don Caravario resiste ancora qualche minuto, poi cade anche lui mormorando: «Gesù, Giuseppe e Maria…».

A terra, i pirati legarono i due missionari dopo averli frugati e depredati di ogni cosa. Sul triangolo erboso della congiunzione dei due fiumi furono gettati i missionari e le donne, tutti in preda al dolore e allo smarrimento. «Noi dobbiamo ammazzarvi – gridò uno verso i missionari –. Non avete paura di morire?». Il vescovo rispose: «Siamo missionari. Perché dovremmo aver paura di morire?».

Cinque colpi di fucile

I pirati ordinarono a quelli della barca di tornare a Lin-kong-how. Su di essa erano rimasti, con i barcaioli, il piccolo Apiao, l’anziana catechista, i fratelli di Maria e Paola. Quello stesso pomeriggio del 25 febbraio, alle 17, giunsero alla missione di don Cavada e diedero la triste notizia. Più rapidamente possibile furono avvertite le autorità, che fecero appello a reparti dell’esercito regolare stanziati non molto lontano.

Intanto sul fiume si consumava la tragedia. Maria testimoniò: «Distavamo dai missionari non più di tre metri. Vidi che don Caravario, chinato il capo, parlava sottovoce al vescovo». Si stavano confessando a vicenda. La catechista Clara testimoniò a sua volta: «II vescovo e don Caravario ci guardavano, c’indicavano con gli occhi il cielo e pregavano. L’aspetto loro era gentile e sorridente, e pregavano ad alta voce».

A un ordine dei pirati, i missionari s’incamminarono per la stradetta che segue il corso del Shiu-pin. Li guardavano alcuni curiosi dei vicini casolari. Uno di loro sentì il vescovo dire ai briganti: «Io sono vecchio, ammazzatemi pure. Ma lui è giovane. Risparmiatelo!».

Le donne, mentre erano spinte verso una piccola pagoda bianca, sentirono cinque fucilate. Maria testimonia: «Circa dieci minuti dopo gli esecutori tornarono e dissero ai compagni di aver loro sparato cinque colpi di fucile». «Sono cose inspiegabili – dissero –. Ne abbiamo visti tanti… Tutti temono la morte. Questi due invece sono morti contenti, e queste ragazze non desiderano altro che morire…». Era il primo pomeriggio del 25 febbraio.

I martiri

Frattanto don Cavada e don Lareno (segretario del vescovo Versiglia), accompagnati dal capo della polizia di Shiu-pin, avevano ritrovato i resti dei martiri. Entrambi avevano la testa sfracellata.

La sera di domenica 2 marzo le tre ragazze liberate dalla prigionia s’inginocchiarono a pregare davanti alle spoglie mortali dei due missionari che avevano dato la vita per difenderle.

Monsignor Luigi Versiglia, nato a Oliva Gessi (Pavia), era entrato da ragazzino nell’Oratorio di don Bosco, nel lontano 1873. Affascinato da una spedizione di missionari a cui assistette nella basilica di Maria Ausiliatrice, aveva deciso di essere missionario anche lui. Nel 1906 aveva guidato la prima spedizione missionaria salesiana in Cina.

Don Callisto Caravario, nato a Cuorgnè, si era trasferito a Torino a soli quattro anni. Il papà, il fratello, la sorella, e specialmente la sua dolcissima mamma Rosa, gli avevano permesso di partire appena ventunenne per le missioni della Cina.

La lettera che don Callisto aveva scritto alla mamma il 13 febbraio (dodici giorni prima di essere ucciso), mamma Rosa la ricevette dopo che i salesiani, con la massima delicatezza possibile, le avevano comunicato il martirio di suo figlio. Quella lettera, che conserviamo con venerazione, ha le parole leggermente confuse dalle lacrime di mamma Rosa. Don Callisto le diceva: «Fatti coraggio, mia buona mamma! Passerà la vita e finiranno i dolori: in paradiso saremo felici. Nulla ti turbi, mia buona mamma; se porti la tua croce in compagnia di Gesù, sarà molto più leggera e piacevole…».

Papa Paolo VI nel 1976 dichiarò martiri mon­signor Versiglia e don Caravario martiri. Papa Giovanni Pao­lo II, nel 1983, li dichiarò beati. Lo stesso papa il 1° ottobre 2000 li proclamò santi.

Fonti:

bollettinosalesiano.it

centrostudifederici.org

   

 

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