Diritto alla vita. Riflessioni su due manifesti

di Fabio Battiston

Il mese di marzo, a Roma, ci ha regalato un’altra perla che va ad arricchire la collana della nuova etica planetaria, tipica del pensiero unico universalmente corretto.

Il tema di fondo, in questo caso, è la difesa della vita umana innocente, declinata nei suoi diversi aspetti, primo fra tutti l’aborto. Da anni, e in condizioni sempre più difficili, tutti coloro che cercano di condurre questa battaglia sono pervicacemente ostacolati, vilipesi, boicottati e, non di rado, fatti oggetto di violenza fisica. Essere antiabortisti non è più considerata una posizione religiosa, civile (o etica) pienamente legittima; essa a breve si configurerà come un vero e proprio reato penale.

In questo scenario è nuovamente la comunicazione – o meglio la sua manipolazione strumentale a servizio dei disvalori che reggono l’attuale società occidentale – a costituire la punta di lancia dei cosiddetti “diritti civili” ormai imperanti. Ma ecco la storia.

Nei primi giorni di marzo viene avviata a Roma, a cura dell’Associazione Pro Vita & Famiglia, una campagna di sensibilizzazione contro l’aborto e per i diritti della persona umana più innocente e indifesa: il nascituro. Il messaggio, di grande efficacia, è affidato a uno slogan collegato alla festa dell’8 marzo. I manifesti promossi mostrano infatti una bimba nel grembo materno, con la dicitura «Potere alle donne? Facciamole nascere».

Indipendentemente dalle opinioni di ciascuno, ritengo che nessun essere pensante possa considerare questo messaggio oltraggioso, offensivo e, men che meno, violento. È anzi sottile, arguto, anche ironico. Ma siamo agli inizi del XXI secolo, in una metropoli ferocemente laica, agnostica ed anticattolica. Una città da decenni governata da civilissime amministrazioni che hanno fatto delle parole d’ordine dell’Ue (aborto, transgender, eutanasia, eugenetica, ecologismo, lgbtq, immigrazione, ecc.) le bandiere di una politica che, come possiamo ben constatare, sta dando il peggio di sé proprio in questi ultimi anni.

Ecco quindi scattare la reazione. I manifesti vengono immediatamente rimossi con ignominia da tutta la città e la stampa riporta la trionfante dichiarazione di tal Monica Lucarelli, assessora capitolina (mi raccomando la “a”) alle Attività Produttive e Pari Opportunità: «Abbiamo disposto la rimozione dei cartelloni della campagna Pro Vita, per violazione dell’articolo 12 bis sul regolamento per le affissioni. È infatti vietata l’esposizione pubblicitaria il cui contenuto contenga [sic] stereotipi e disparità di genere, veicoli messaggi sessisti, violenti o rappresenti la mercificazione del corpo femminile e il cui contenuto sia lesivo del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici».

Lascio a ciascuno il commento su queste burocratiche e incredibili affermazioni, e confesso la difficoltà a reprimere sentimenti e sensazioni che poco o nulla hanno a che fare con quell’atteggiamento cristiano che dovrebbe essere adottato specialmente verso i più acerrimi nemici. Lo ammetto: in quest’occasione sono totalmente incapace di manifestare tale disponibilità.

Ma andiamo avanti. Sì, perché questa storia non finisce così. Non mi riferisco alla sacrosanta reazione di Pro Vita & Famiglia che, per bocca del suo portavoce Jacopo Coghe, ha minacciato di portare il Comune di Roma in tribunale. Ci saranno denunce ma, visto il tema in oggetto, non credo si troverà dall’Alpi alla Sicilia un giudice (o una giudicia, fate voi) che possa riconoscere le ragioni dell’Associazione. In ogni caso, come dicevo, non è questa la conclusione.

Infatti, pochi giorni dopo la talebana rimozione degli oltraggiosi manifesti, Roma viene nuovamente invasa da un messaggio pubblicitario anch’esso in “difesa della vita”, eccolo: «La sua vita dipende da te. Miliardi di animali sono uccisi ogni giorno. Fermiamo insieme questa strage». «Questo per dire – si precisa – che dipende da ognuno di noi il destino che riserviamo agli altri animali e il nostro invito è quello di scegliere di non dominarli e non mangiarli. Perché gli animali non sono cose, ma esseri come noi, in grado di provare gioia e dolore».

Questi sono i nuovi diritti civili del XXI secolo. A dar retta all’assessora, dovrebbe configurarsi anche in questo caso un messaggio violento e un contenuto lesivo dei diritti e della libertà individuale di ciascuno. È un diritto o no quello di mangiare liberamente carne e pesce? Lo è quello di metter su un’attività imprenditoriale come una macelleria, una pescheria o un ristorante senza essere aggrediti o minacciati, prima o poi, di dover chiudere? Ho il diritto, come allevatore di bestiame, di non essere considerato un assassino? Non esiste legge in vigore che impedisca queste attività mentre ve ne sono altre che le regolano e le rendono perfettamente legali. E allora?

Volete sapere quanti assessori si sono mossi per chiedere la rimozione del manifesto pro-animali? E quanti politici di area cattolica? Nessuno. Così, mentre l’immagine della bimba nel grembo materno è stata stracciata, calpestata e buttata via, i romani possono godere dell’edificante messaggio vegano che campeggia imperterrito lungo le vie cittadine.

Questa nostra società laica e illuminista, così fiera di aver trasformato un’efferata violenza sui bambini in un diritto civile inalienabile, dovrebbe ripensare a quanto scriveva nel 1975 non già un prete o un politico reazionario bensì Pier Paolo Pasolini: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché lo considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio… la vita è sacra: è un principio più forte ancora che ogni principio di democrazia».

Non so quanti cattolici, oggi, avrebbero il coraggio di denunciare in pubblico, con le stesse parole, l’infamia dell’aborto.

Concludo ripensando all’ultima sequenza di un film del tempo che fu: Grand Hotel (1932). Mentre la cinepresa fa una carrellata indietro, lasciando la hall dell’albergo, viene pronuncia questa frase: «Grand Hotel, sempre lo stesso: gente che viene, gente che va, tutto senza scopo».

La poteremmo parafrasare così: «Roma, sempre la stessa: manifesto che va, manifesto che viene, tutto con uno scopo ben preciso».

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