Raggiungere il consenso sul ruolo di Maria nella redenzione: la soluzione atanasiana

di Mark Miravalle* e Robert Fastiggi**

Dalla fine del XIX secolo, i teologi cattolici hanno dedicato molta attenzione al ruolo della Beata Vergine Maria nell’opera della redenzione. Dall’inizio del XX secolo, ci sono state anche molte richieste per una definizione dogmatica sulla mediazione di Maria di tutte le grazie e/o sul suo ruolo di corredenzione con e sotto il suo Figlio divino. Prima del Vaticano II, molti vescovi chiedevano una tale definizione dogmatica, ma San Giovanni XXIII ha chiarito di non volere nuove definizioni dogmatiche al concilio. Dopo il Vaticano II, alcuni nella Chiesa hanno cercato di ridurre il ruolo della Vergine Maria a quello di un discepolo esemplare che, come tutti i fedeli, è semplicemente un membro della Chiesa. Anche alcuni teologi cattolici hanno minimizzato il ruolo attivo di Maria nell’opera di redenzione, e alcuni hanno persino resistito al suo status di Madre spirituale universale e Mediatrice della grazia.

Alla luce dell’attuale confusione e controversia sul ruolo corredentivo di Maria, potrebbe essere utile considerare l’esempio del Padre della Chiesa, sant’Atanasio (295–373), che cercò un consenso cattolico sulla divinità di Cristo durante la controversia ariana.Durante la pandemia eretica ariana del IV secolo, per la quale lo stesso San Girolamo ebbe a scrivere nelle sue famose lamentazioni, “Il mondo intero gemette, stupito di trovarsi ariano”, il maggior esponente dell’ortodossia dell’epoca, Sant’Atanasio, ebbe un’ispirazione.

Nel 360, le dispute cristologiche erano ad un punto morto. Le diverse posizioni circa il rapporto tra il Figlio e il Padre si fondarono essenzialmente su un unico termine. I pro-Nicene Homoousean difendevano il termine homoousios (“di una sola sostanza”). Gli Homoeousean “moderati” sostenevano homoiousios (“di sostanza simile”). Gli Ariani Anomeani sostenevano anomoios, (“diverso” [il Padre]). Gli Homoeans approdarono al termine homoios (“come” [il Padre]), poiché, secondo questi, termini come “sostanza” ed “essenza” non erano stati esplicitamente rivelati nella Scrittura, e pertanto non avrebbero mai dovuto essere usati dalla Chiesa.[i]

In risposta a queste differenze cristologiche apparentemente inconciliabili, sant’Atanasio indisse una “conferenza di pace” ad Alessandria (362 d.C.). Egli invitò i rappresentanti della “contesa” a mettere da parte per il momento i termini e i titoli specifici, e a concentrarsi piuttosto sulla dottrina fondamentale individuabile i quei termini.

Atanasio offrì una serie di proposizioni teologiche, per le quali una semplice risposta “sì” o “no” sarebbe stata sufficiente. Ad esempio, l’eroe niceno chiese ai rappresentanti riuniti il significato dottrinale dietro il termine, una hypostasis in relazione al Figlio e Padre: poiché il Figlio è dell’unica sostanza come il Padre, essi intendevano una sostanza o ousia (essenza)? Se essi rispondevano affermativamente (insieme a una risposta negativa al modalismo sabelliano), Atanasio li accettava in piena comunione con la Chiesa.

Dopo una serie di quesiti di questo genere, Atanasio articola con oggettività e benevolenza ciò che ogni fazione rappresentava teologicamente, chiarendo così che, nonostante le diverse associazioni di significati e di titoli sviluppatisi, i Niceni e la maggior parte dei moderati credevano davvero nella stessa verità dottrinale e non avevano elementi essenziali e concreti per essere in disaccordo.[ii] La soluzione atanasiana portò ad una unità storica tra i vescovi niceni e moderati (e i rispettivi teologi) e ad una unione collegiale che conseguentemente aprì la strada alla vittoria cristologica filo-nicena al Concilio di Costantinopoli I.

Attualmente, simili radicamenti teologici circondano il ruolo della Beata Vergine Maria nella Redenzione e le relative risposte al termine di “Corredentrice”. Una posizione contemporanea interpreta 1 Tim. 2:5 per affermare che Gesù Cristo è “il mediatore” ed il solo mediatore, escludendo così la subordinata mediazione di Maria nella Redenzione.[iii] Un altro gruppo sostiene che Maria fu “recettiva” al Calvario, ma non partecipò attivamente alla Redenzione operata da Cristo.[iv] Un altro gruppo ancora sostiene che Maria ha partecipato attivamente ed in modo unico alla Redenzione, a partire dall’Annunciazione e che poi, attraverso tutta la sua vita terrena, ha raggiunto il suo culmine nella partecipazione attiva con Gesù al Calvario.[v]

Esiste un’ulteriore difficoltà politica-ecclesiale riguardo al titolo di “Corredentrice” e alla sua identificazione con un movimento cattolico internazionale che cerca la definizione solenne della Maternità Spirituale della Madonna, inclusiva del suo ruolo di co-redentrice. Per coloro che non sono favorevoli a una proposta di quinto dogma mariano, l’associare pubblicamente il titolo di Corredentrice con questo movimento fornisce un ulteriore e potenziale dubbio nei confronti del termine stesso.

Forse la soluzione atanasiana potrebbe essere fruttuosamente applicata all’attuale controversia concernente il ruolo di Maria nella Redenzione.

Mettiamo allora da parte, per il momento, il titolo Corredentrice, e concentriamoci piuttosto su ciò che costituisce l’autentico ruolo dottrinale di Maria nell’atto storico della Redenzione.

Ai nostri giorni siamo privi di un Sant’Atanasio. Eppure abbiamo, al suo posto, qualcosa di più grande: un concilio ecumenico. In che modo il Concilio Vaticano II indica il vero ruolo dottrinale di Maria nella Redenzione?

A priori, il Concilio difende il principio critico che le creature, cioè gli esseri umani, possono di fatto partecipare all’opera unica dell’unico divino Redentore e Mediatore:

Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e redentore. Ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato, tanto dai sacri ministri, quanto dal popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude, bensì suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un’unica fonte.[vi]

Il Vaticano II conferma che i cristiani devono davvero cooperare e partecipare alla sola, unica, totalizzante e necessaria mediazione di Gesù Cristo, che non toglie nulla alla mediazione del divino Redentore, ma piuttosto “manifesta la sua potenza”.[vii]

Lumen Gentium 62 prosegue applicando questo principio della mediazione cristiana subordinata specificamente a Maria:

La Chiesa non dubita di riconoscere questa funzione subordinata a Maria, non cessa di farne l’esperienza e di raccomandarla al cuore dei fedeli, perché, sostenuti da questa materna protezione, aderiscano più intimamente al Mediatore e Salvatore. [viii]

Il ruolo subordinato di Maria a Cristo Mediatore e Salvatore, afferma il Concilio, è una verità che la Chiesa «non dubita di riconoscere». Questo insegnamento del Vaticano II viene attuato oggi dai suoi seguaci? In altre parole, i fedeli discepoli del Concilio “dubitano” nel riconoscere il ruolo subordinato di Maria al Redentore nella teologia e nella pastorale contemporanea?

La libera e attiva cooperazione di Maria al mistero della Redenzione è esplicitamente esposta nella Lumen Gentium 56, qui basata sulla testimonianza dei Padri della Chiesa:

Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l’animo, senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente sé stessa quale ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice Sant’Ireneo, essa «con la sua obbedienza divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano».[ix]

La conferma conciliare dell’insegnamento di sant’Ireneo su Maria come “causa di salvezza” (causa salutis) per l’intera umanità, anche se secondaria, strumentale e incarnata, lascia una certa testimonianza patristica e magistrale dell’unica cooperazione mariana nella Redenzione.

Lumen Gentium 57 si riferisce al ruolo salvifico e unico della Madre di Gesù con il Redentore per tutta la sua vita terrena: “Questa unione della madre col figlio nell’opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui.”[x]

Il Concilio culmina il suo straordinario magistero sulla cooperazione mariana alla Redenzione nella Lumen Gentium 58, dove i Padri conciliari testimoniano la perseveranza di Maria nella sofferenza unita al sacrificio redentore di Cristo, nonché il suo attivo “consenso” all’immolazione di suo Figlio-Vittima:

Così anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cfr. Gv 19,25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrifico, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole: “Donna, ecco tuo figlio” (cfr. Gv 19,26-27).[xi]

Nel fornire un commento pontificio postconciliare sulla natura e sull’efficacia del ruolo di Maria con Gesù al Calvario come testimoniato dal Concilio, Giovanni Paolo II sottolinea l’oggettivo contributo storico della sofferenza di Maria con Cristo, soprannaturalmente e universalmente fruttuosa per l’intera umanità:

In lei le numerose ed intense sofferenze si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che se furono prova della sua fede incrollabile, furono altresì un contributo alla redenzione di tutti. (…)  …fu sul Calvario che la sofferenza di Maria Santissima, accanto a quella di Gesù, raggiunse un vertice già difficilmente immaginabile nella sua altezza dal punto di vista umano, ma certo misterioso e soprannaturalmente fecondo ai fini dell’universale salvezza. [xii]

Unicamente preparata dal Padre attraverso la sua Immacolata Concezione[xiii] e nel libero e obbediente consenso al suo progetto, Maria ha perseverato fedelmente con l’ineguagliabile sofferenza del suo cuore materno – un cuore immacolato completamente unito al sacrificio del cuore e del corpo di suo Figlio – come una Nuova Eva con un Nuovo Adamo, per l’unico obiettivo di redimere il mondo.

Da questo sostanziale insegnamento del Concilio Vaticano II ricaviamo, nella forma e con intento atanasiano, alcune proposizioni essenziali che colgono l’essenza dell’insegnamento della Chiesa sul ruolo della Vergine Maria nella Redenzione, che a sua volta può essere considerata una discussione teologica dei tempi di oggi:

Credi che i cristiani possano subordinatamente cooperare all’unica mediazione di Gesù Cristo, unico e solo divino Redentore?

Se sì…

Credi che Maria cooperò in modo unico con e subordinatamente a Gesù Cristo all’opera della Redenzione dando alla luce il Redentore?

Se sì…

Credi che Maria abbia cooperato in modo unico con e subordinatamente a Gesù Cristo, dall’evento della nascita verginale di Cristo, per tutta la sua vita, e culminando con la sua sofferenza con Gesù al Calvario per la redenzione del mondo?

Se puoi rispondere fedelmente e in modo affermativo a queste tre domande, allora credi, in sostanza, a ciò che la Chiesa insegna positivamente sulla cooperazione unica di Maria alla Redenzione. Per la maggior parte degli ultimi cento anni, questa posizione è stata definita la dottrina della corredenzione mariana.

Come afferma il mariologo tedesco padre Manfred Hauke: “La Corredenzione non è altro che la cooperazione con la Redenzione”[xiv]. Padre Gabriele Roschini, fondatore della Facoltà teologica Marianum di Roma e uno dei più illustri mariologi del XX secolo, definisce ciò che nella Redenzione costituisce specificamente la “cooperazione” mariana:

“Collaborare” significa unire la propria azione a quella dell’altro, in modo da produrre, con lui, un’opera comune che sia il risultato di due cause, distinte in linea di principio, ma associate nella loro attività e di fatti, il fine della loro azione. L’opera in cui la Vergine ha unito la sua azione a quella di Cristo è la Redenzione del genere umano.[xv]

Il teologo belga padre Jean Galot, SJ (1918–2008) – che fu consulente della Santa Sede – articola la legittimità della dottrina della corredenzione cristiana come una vocazione cristiana universale basata sull’insegnamento di San Paolo sulla partecipazione in Cristo (come pubblicato nella semi-ufficiale La Civiltà Cattolica):

La corredenzione assume una forma unica in Maria, a motivo della sua qualità di madre. Tuttavia dobbiamo parlare di corredenzione in un ambito molto più ampio, per tutti coloro che sono chiamati ad unirsi all’opera redentrice. In questo senso, tutti sono destinati a vivere da “corredentori”, e la Chiesa stessa è corredentrice. A tale riguardo non possiamo dimenticare le affermazioni di Paolo sulla nostra partecipazione all’ itinerario redentore del Cristo: con il battesimo siamo «co-sepolti» con il Cristo (Rm 6,4); con la fede siamo già “co-risuscitati” con lui (Col. 2,13;3,1); “Dio ci ha fatti rivivere con Cristo […]. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, (Ef 2,5-6).” Questa partecipazione risulta dall’azione sovrana del Padre, ma implica ugualmente da parte nostra un’attività personale. Resi partecipi della nuova vita del Cristo, siamo capaci di cooperare all’opera della salvezza. San Paolo aveva coscienza della sua missione dichiarando: «Siamo collaboratori di Dio (1 Cor 3,9)».[xvi]

È davvero notevole, e raramente notato, quanto spesso san Paolo sia a suo agio con il concetto di “collaboratori” (synergoi) applicato al ministero cristiano, termine che usa almeno cinque volte in cinque diverse epistole[xvii], tra cui “collaboratori del regno di Dio» (Col 4,11); e «collaboratori in Cristo Gesù» (Rm 16,3). Egli è in buona compagnia del Nuovo Testamento: anche san Giovanni si riferisce ai compagni cristiani come “collaboratori nella verità” (3 Gv 1,8).

Quando Papa Pio XI fece il primo riferimento papale a Maria come “Corredentrice” in un’allocuzione del 1933, la sua spiegazione del titolo di Corredentrice si concentrò su due elementi essenziali: 1) dare alla luce il Salvatore; e 2) la sofferenza di Maria con Gesù nel dolore e nel sacrificio che ha portato alla Redenzione dell’umanità:

Il Redentore non poteva, per necessità di cose, non associare la Madre Sua alla Sua opera, e per questo noi la invochiamo col titolo di Corredentrice. Essa ci ha dato il Salvatore, l’ha allevato all’opera di Redenzione fin sotto la Croce dividendo con Lui i dolori dell’agonia e della morte in cui Gesù consumava la Redenzione di tutti gli uomini. E proprio sotto la Croce, negli ultimi momenti della Sua vita il Redentore la proclamava madre nostra e madre universale.[xviii]

L’essere interamente umana ma del tutto unica per la sua ineguagliabile pienezza di grazia, la libera e attiva collaborazione di Maria nel dare la carne al Redentore e la sua continua, libera e attiva collaborazione con Gesù nella missione della Redenzione, culminata nel suo dolore unito al suo sacrificio sul Calvario —questi due eventi biblici, resi del tutto unici — costituiscono l’essenza della corredenzione mariana. Sono proprio questi due aspetti unici e inscindibili della vita della Madre Immacolata, come conferma Pio XI, che sono sempre stati tradizionalmente e fedelmente manifestati e incarnati nell’unico titolo mariano, Corredentrice, il cui fondamento dottrinale è evidenziato negli insegnamenti del Vaticano II.

Certamente, ci sono altre questioni relative alla corredenzione mariana, ad esempio la questione del merito di Maria in relazione a quello di Cristo. Ma anche qui, il consenso teologico può essere raggiunto attraverso, ad esempio, la designazione “de congruo” di Pio X del merito mariano nell’ordine dell’adeguatezza.[xix] È di fondamentale importanza ricordare che non tutte le questioni relative a una data dottrina devono essere risolte per confermare quella dottrina come verità cristiana essenziale rivelata da Dio. Lo dimostrano la questione del debitum peccati in relazione al dogma dell’Immacolata Concezione e la questione della “morte” di Maria in relazione al dogma dell’Assunzione.

In ultima analisi, titoli come Corredentrice servono veramente il mistero che incarnano, al pari di altri titoli ecclesiali come Madre di Dio, Transustanziazione e Infallibilità papale. Conducono alla confusione solo quando la dottrina che esprimono sperimenta una mancanza di fede. Questi titoli soddisfano uno scopo dinamico nella corretta salvaguardia e comprensione delle dottrine salvifiche di fede individuabili in essi. I titoli difendono la verità.

Mentre infuriavano gli scontri cristologici del IV secolo, le parti in conflitto furono scioccate da un evento drammatico e imprevisto: il neoeletto imperatore, Giuliano, cercò di riportare l’impero romano appena cristianizzato ai modi mondani e pagani di un tempo. Non furono né la carità né la giustizia a indurre Giuliano l’Apostata a spedire l’esiliato Atanasio ad Alessandria. Fu piuttosto l’idea di Giuliano, scandalosa ma ai quei tempi vera, che “nessuna bestia feroce era così ostile agli uomini come lo erano i cristiani l’uno verso l’altro”.[xx]

I teologi cattolici dovrebbero tendere a una maggiore unità piuttosto che a una maggiore ostilità. Riguardo al ruolo di corredenzione di Maria e alla sua mediazione della grazia, c’è più consenso di quanto molti pensino. Ad esempio, il Mariologo Romano, p. Salvatore Perrella, SM, ha affermato il legame essenziale tra corredenzione mariana e mediazione nella sua maternità spirituale:

Corredenzione (cooperazione storico-messianica) e Mediazione (cooperazione celeste) sono sempre relative e successive l’una all’altra ed esprimono globalmente i due momenti significativi e portanti della maternità spirituale di Maria verso l’umanità, cioè, per dirla con un linguaggio classico: l’azione per l’acquisto della Grazia e quella per l’applicazione di essa ai singoli uomini e donne redenti dal Cristo. [xxi]

Papa Francesco ha anche affermato il ruolo unico della Beata Vergine Maria nell’opera della redenzione. Nella sua omelia del 1° gennaio 2020 per la Solennità di Maria, Madre di Dio, dice che “non c’è salvezza senza la donna”:

Nel primo giorno dell’anno celebriamo queste nozze tra Dio e l’uomo, inaugurate nel grembo di una donna. In Dio ci sarà per sempre la nostra umanità e per sempre Maria sarà la Madre di Dio. È donna e madre, questo è l’essenziale. Da lei, donna, è sorta la salvezza e dunque non c’è salvezza senza la donna. Lì Dio si è unito a noi e, se vogliamo unirci a Lui, si passa per la stessa strada: per Maria, donna e madre. [xxii]

Nella sua omelia del 15 settembre 2021 per la festa dell’Addolorata, Papa Francesco ha parlato di Maria come “la Madre della compassione” che “ha partecipato alla missione di salvezza di suo Figlio, fino ai piedi della Croce”. [xxiii] Questa è la dottrina essenziale della corredenzione mariana.

Allo stesso modo Papa Francesco ha parlato del ruolo unico della Madonna come ponte tra noi e Dio, che è un altro modo per affermare il suo ruolo di Mediatrice. Nell’omelia del 1° gennaio 2021 per la Solennità di Maria, Madre di Dio, il Santo Padre ha detto:

Il cuore del Signore ha iniziato a palpitare in Maria, il Dio della vita ha preso l’ossigeno da lei. Da allora Maria ci unisce a Dio, perché in lei Dio si è legato alla nostra carne e non l’ha lasciata mai più. Maria – amava dire san Francesco – «ha reso nostro fratello il Signore della Maestà» (San Bonaventura, Legenda major, 9,3). Ella non è solo il ponte tra noi e Dio, è di più: è la strada che Dio ha percorso per giungere a noi ed è la strada che dobbiamo percorrere noi per giungere a Lui. Attraverso Maria incontriamo Dio come Lui vuole: nella tenerezza, nell’intimità, nella carne. [xxiv]

Quando prendiamo in considerazione gli insegnamenti del Vaticano II e queste dichiarazioni di papa Francesco, ci sono segni di un consenso fondamentale sul ruolo unico di Maria nella redenzione. Nel nostro momento storico attuale, in cui la Chiesa e il mondo hanno un così grande bisogno della piena e potente intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, cerchiamo la più grande unità di fede e di carità possibile negli ambienti magisteriali e teologici riguardo all’impareggiabile ruolo della Madonna nella nostra Redenzione e di conseguenza i suoi ruoli come la Madre spirituale di tutti gli uomini. Possiamo noi avere i migliori avversari di questa terra da poter affrontare.

*professore di Mariologia, Ave Maria University e Franciscan University of Steubenville USA, presidente International Marian Association

**professore di Teologia dogmatica, Sacred Heart Mjaor Seminary, Detroit, Michigan Usa

_________________________

[i] Leo Davis, S.J., The First Seven Ecumenical Councils, Collegeville, Minnesota, Liturgical Press, 1983, p. 51-80.

[ii] Ibid., pp. 102-103.

[iii] Sebbene questa impostazione rifletta la maggior parte dei teologi protestanti, anche alcuni prelati e teologi cattolici hanno espresso perplessità su questa fondamentale posizione. Fra questi vi è il noto padre Rene Laurentin, che nei suoi ultimi anni citava 1 Tim. 2:5 per andare contro ogni legittimo concetto di Corredenzione mariana, cf. Corrispondenza personale con l’autore, giugno 2014.

[iv] La posizione “moderata” della “corredenzione ricettiva” avviata per la prima volta da Heinrich Köster, Die Magd des Herrn, (Limburg, Lahn-Vertag, 1947); cf. Hauke, Introduction to Mariology, trans. Richard Chonak (Washington, DC: The Catholic University of America Press, 2021), p. 330.

[v] Questo gruppo potrebbe essere identificato come il mantenimento della dottrina tradizionale sul ruolo di Maria nella Redenzione, spesso indicata come “Co-redenzione mariana.”

[vi] Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 62 (enfasi dell’autore).

[vii] Lumen gentium, n. 60.

[viii] Lumen gentium, n. 62.

[ix] Lumen gentium, 56; St. Irenaeus, Adv. Haer. III, 22, 4: PG 7, 959 A, Harvey, 2, 123.

[x] Lumen gentium, n. 57.

[xi] Lumen gentium, n. 58.

[xii] San Giovanni Paolo II, Lettera apostolica, Salvifici Doloris, n. 25.

[xiii] Cf. Lumen gentium, 53.

[xiv] Padre Manfred Hauke, Introduction to Mariology, Catholic University of America Press, 2021, p. 329.

[xv] Padre Gabriele Roschini, Maria Santissima nella Storia della salvezza, Isola Del Liri, Pisani, 1969, Vol 2, p. 120; Hauke, Introduction to Mariology, p. 329.

[xvi] Padre Jean Galot, S.J., “Maria Corredentrice: controversie e problemi dottrinali”, La Civilta Catholica 145 (1994, quaderno 3459-3460) p. 215.

[xvii]Cf. 1 Cor. 3:9; Romani 16:3; 2 Cor. 1:24; Col. 4:11; Filemone 1:24.

[xviii] Pio XI, Allocuzione a un gruppo di pellegrini di Vicenza, il 30 novembre 1933, cit. in Insegnamenti Pontifici – 7. Maria SS., 2a edizione aggiornata, Edizioni Paoline, Roma 1964, p. 242; cf. L’Osservatore Romano, 1° dicembre 1933, p. 1.

[xix] San Pio X, Enciclica, Ad diem illum, 1904.

[xx] Davis, The First Seven Ecumenical Councils, p. 101.

[xxi] Salvatore M. Perrella, “La controversa questione delle ‘apparizioni mariane di Amsterdam’ e il tema della mediazione e della reiterata richiesta del V dogma mariano,” Marianum 83 (2021) 321.

[xxii] Papa Francesco, omelia 1 gennaio 2020: https://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200101_omelia-madredidio-pace.html, consultato il 28 gennaio 2022.

[xxiii] Papa Francesco, omelia 15 settembre 2021: https://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2021/documents/20210915-omelia-sastin.html, consultato il 28 gennaio 2022.

[xxiv] Papa Francesco, omelia 1 gennaio 2021: https://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2021/documents/papa-francesco_20210101_omelia-madredidio-pace.html, consultato il 28 gennaio 2022.

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