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Il prossimo papa? Abbiamo bisogno che sia cattolico

Cari amici di Duc in altum, dopo la diffusione del memorandum, firmato Demos, circolato tra i membri del Collegio cardinalizio in vista del prossimo conclave, Edward Pentin ha sentito il parere di monsignor Nicola Bux. Il quale concorda con il misterioso Demos: “Il nuovo papa deve capire che il segreto della vitalità cristiana e cattolica viene dalla fedeltà agli insegnamenti di Cristo e alle pratiche cattoliche. Non viene dall’adattamento al mondo o dal denaro. I primi compiti del nuovo papa saranno il ripristino della normalità, il ripristino della chiarezza dottrinale nella fede e nella morale, il ripristino del giusto rispetto del diritto e la garanzia che il primo criterio per la nomina dei vescovi sia l’accettazione della tradizione apostolica. La competenza e la cultura teologica sono un vantaggio, non un ostacolo”.

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di Edward Pentin

Don Nicola, da dove è uscito, secondo lei, il memorandum firmato Demos? E quanto sono rappresentative le opinioni delle persone in Vaticano?

Ci vorrebbe un’indagine ai vari livelli, dagli uscieri, agli officiali, alle autorità: da quest’ultimo livello potrebbe essere uscito il memorandum. Il malcontento è diffuso, ma, come è ovvio, c’è il sommerso che non si esprime e attende la fine del pontificato. Al patriarca ortodosso Kirill il papa ha detto che dobbiamo parlare il linguaggio di Gesù e non quello politico. Giusto! Mi sembra però anche questo un modo di esprimersi politico, in quanto, in altra sede, ha detto di non sapere perché c’è la sofferenza degli innocenti: ciò significa non sapere perché Cristo è morto in croce. Per i più esperti in Vaticano, il bilancio del pontificato di Francesco, dalla dottrina della fede alla morale, registra l’abbassamento di livello rispetto ai predecessori, per non dire delle finanze. Ha contribuito a esasperare la secolarizzazione dell’Occidente, perché il papa è intervenuto sul versante sociale e politico, e sostenuto una spiritualità senza identità. Nasce allora la domanda: cos’è il ministero petrino? Si assiste a un culto emozionale del papa, ad ingigantirlo teologicamente, com’è avvenuto da Pio IX in poi e ora coi media. I medievali distinguevano il ruolo del papa dalla persona che lo incarna, come la Chiesa dagli uomini di Chiesa, ciò che è umano e terreno da ciò che è divino. Così Dante può mettere all’inferno anche i papi. Così accade che non pochi bergogliani della prima ora hanno preso le distanze dall’attuale pontificato, considerato pure caotico e dispotico. I moderati sono inquieti. C’è chi immagina la soluzione caldeggiando una Chiesa sinodale, e chi un pontificato di transizione. Intanto, intervengono un giorno Marx e un altro Müller, un giorno Hollerich e, per fortuna, un altro Pell, e ci fermiamo ai cardinali. Ma Ladaria o Francesco non dicono chi ha ragione. Se poi passassimo ai vescovi, ai preti, ai teologi laici e non, avremmo una doccia scozzese. In Vaticano sanno dell’apostasia dei cattolici nell’America Latina, scesi al 52% a fronte della crescita al 25% delle sette. La Chiesa sta perdendo a tal punto l’America Latina che il 13 gennaio scorso il Wall Stret Journal titolava: “La Chiesa cattolica ha optato per i poveri e i poveri hanno optato per i pentecostali”. Un tremendo contributo al processo di autodemolizione di cui parlò Paolo VI. La Chiesa si è trasformata in agenzia per risolvere problemi sociali, economici, psicologici, persino ambientali, abbandonando la sua missione di salvare le anime. Al sinodo amazzonico non si è parlato di rievangelizzare la regione ma di ambiente, non di favorire l’incontro personale col Signore, ma di questioni politiche e sociali. Insomma, mentre i fedeli chiedono più religione, i vescovi distribuiscono social-socialismo.

Quanto è probabile che il memorandum influenzi la scelta del prossimo papa?

Mi sembra che all’inizio indichi i tratti salienti del ministero petrino, che deve essere il termine di paragone per la scelta di qualsiasi conclave: il papa visto come pastore e maestro, non come ideologo o politico. Quindi la sua relazione con la Chiesa è di membro e servitore, non di monarca assoluto. Stupisce che i modernisti o progressisti, che erano anti-romani fino a Benedetto XVI, ora tacciano dinanzi all’attuale papolatria, per dirla con Martini. Come ogni cristiano, il papa è sottoposto al diritto divino rivelato, ancor prima a quello naturale e poi a quello canonico, che lo vincola quanto alla dottrina essenziale e alla costituzione della Chiesa, che non è sinodale ma gerarchica. Il memorandum mi sembra richiami tutto ciò. Con questi vincoli, il ministero petrino deve servire a edificare e non a distruggere (cfr 2 Cor 13,10), cosa importante per fare le leggi e amministrare la giustizia. Non si può andare avanti a colpi di motu proprio, modificando articoli del Catechismo e rendendo vani i ricorsi alla Segnatura. Vi sono i diritti acquisiti da terzi che il papa non può violare, perché è il custode supremo del diritto. Non può consentire abuso e nemmeno commettere sopruso. Come Pietro da parte di Paolo, il papa deve farsi correggere fraternamente. Altrimenti non gli si può obbedire, perché prima viene la coscienza che, secondo il detto di san John Henry Newman, riportato nel Catechismo, è il primo “vicario di Cristo”. Una influenza del memorandum la intravvedo in senso ecumenico, in quanto denuncia l’abuso di autorità papale che poi, a mio avviso, ha favorito finora il sentimento antiromano, specialmente in Oriente. L’aumento, sotto questo pontificato, delle destituzioni di vescovi, come se il papa fosse un mufti islamico, è un abuso d’ufficio e ha del patologico. Francesco è arrivato a dire: “Mi volevano morto”, forse temendo che quanto fu fatto per influenzare la sua elezione si ripeta contro di lui. Ma il limite dell’autorità papale è dato anche dall’autorità dei vescovi, che è pure di diritto divino: cosa da tener presente e discutere nelle congregazioni generali del prossimo conclave.

A proposito, quali dovrebbero essere secondo lei le priorità per il prossimo conclave?

A parere di autorevoli laici e di ecclesiastici, al prossimo conclave incombe di eleggere un papa consapevole del suo mandato apostolico, dei suoi vincoli, e del dovere di conservare lo status generalis Ecclesiae. Si tratterà di eleggere un papa che promuova la fede cattolica, per porre un freno alla riduzione di sacerdoti e fedeli in Occidente, causata dalla secolarizzazione penetrata nella Chiesa (Peguy riteneva i chierici colpevoli della scristianizzazione), quella secolarizzazione secondo cui i valori principali, fondanti per le società, non sono religiosi o, se lo sono, devono essere giustificati in modo “laico” o razionale. Ne è scaturito il linguaggio politicamente corretto, epurato da connotazioni religiose, la perdita del senso del limite (tipici sono i casi dell’aborto, del cosiddetto matrimonio omosessuale, del gender, dell’eutanasia ecc.), la perdita del sacro e la trasformazione della fede religiosa in una religione “umanitaria”, il Vangelo in un moralismo, l’omelia in un comizio. La priorità, dunque, del conclave è un papa cattolico, altrimenti la perdita della fede non sarà solo l’effetto ma anche la causa della secolarizzazione del cristianesimo, che finirà per diventare irrilevante. Il prossimo conclave dovrà chiarire cos’è “pastorale”: nessuno lo sa finora, e l’espressione è usata come un passe-par-tout per giustificare tutto nella Chiesa. Deve rimettere al centro la missione ora svalutata e chiarire i limiti dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Ne sono consapevoli persino i modernisti e i progressisti. La secolarizzazione va combattuta con l’evangelizzazione. La lotta al clericalismo non deve sovvertire l’identità del clero, che è un ordine distinto dai fedeli e dai religiosi. Il prossimo papa deve avere in programma, in primis, l’aumento della fede perché fioriscano le famiglie cristiane e le vocazioni sacerdotali e religiose. È necessario il ritorno al magistero che decide in modo infallibile sulle questioni di morale familiare, nominando vescovi che accettino la tradizione apostolica. Probabilmente lo scisma ora latente si attenuerà, anche se aumenterà la “persecuzione” da parte dei media laicisti. Bisogna liberare le forze vive della Chiesa con un pontificato che guardi al cattolicesimo che riempie le chiese di fedeli devoti e lo spazio pubblico di testimoni della fede e della vita, dimostrando di ‘funzionare’, perché produce conversioni. La Chiesa cattolica deve avere un pontefice che dica e faccia ciò che è cattolico dal punto di vista morale, dottrinale e liturgico. Si ricorda la copertina di Time: Is catholic the Pope? Suona strano che la Chiesa cattolica abbia diritto a un papa cattolico? Anche gli ortodossi lo vogliono tale, altrimenti le tendenze centrifughe tra loro prenderanno il sopravvento. Un papa cattolico è necessario anche per ricondurre all’unità il frantumato mondo protestante e alla fede i tanti laici in ricerca, ma pure per rassicurare quegli ebrei, musulmani e appartenenti ad altre religioni che vedono nel papa l’autorità morale, un’autorità che indica che il confine tra il bene e il male non è stato abolito. Il nuovo papa dovrà essere in grado di fronteggiare il nuovo ordine mondiale che sta nascendo dalla morte del vecchio, con minor ruolo dell’Occidente e del sistema capitalistico occidentale; dovrà essere diverso da Francesco, che con esso ha avuto invece un rapporto confondente e contraddittorio, tra ideologia e utopia. Per porre fine alla confusione nella Chiesa, il prossimo conclave dovrà cercare candidati che rispondano ai Dubia su Amoris laetitia, correggano Evangelii gaudium dove si dice che il peggior male sociale è l’inequità, cioè la cattiva ripartizione delle ricchezze, e non il peccato; la Laudato si’, dove si esalta l’ambientalismo neomalthusiano, che è invece l’origine di tutti problemi degli ultimi cinquant’anni; la Fratelli tutti, dove si dichiara finito il capitalismo ma poi gli si suggerisce come sopravvivere e cammuffarsi con le parole magiche “inclusione” e “sostenibilità”. Soprattutto non si dice che, se non riconosciamo come nostro il Padre che è nei cieli, non possiamo riconoscerci fratelli. Lo ha detto Gesù.

 

Aldo Maria Valli:
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