San Giorgio, la Russia e il drago

Cari amici di Duc in altum, in occasione del 9 maggio, per i russi il Giorno della Vittoria, vi propongo un articolo che mi è stato inviato: lo trovo stimolante per le informazioni che contiene, soprattutto in merito alla figura di san Giorgio nella cultura russa. Mi concedo una sola annotazione: personalmente non credo proprio che noi occidentali possiamo sperare nel revanscismo russo, di cui il neozarismo putiniano è espressione, come potere purificante e palingenetico. Ma, certo, vedere le cose dalla parte di Mosca è sempre esercizio utile, specie in questo momento.

A.M.V.

***

di Alessandro Staderini Busà

Hitler si sparò il 30 aprile. Tre giorni dopo, su Berlino erano issate falce e martello, anche se la foto di quella presa di possesso, capitale per fini di propaganda, sarebbe stata pubblicata solo con la firma della resa. Questa cadeva la sera dell’8 maggio, ma siccome per il fuso di Mosca già si era al giorno successivo, da allora i russi avrebbero ogni anno festeggiato il 9 quale Giorno della Vittoria. Ribaltato così l’esito di un conflitto che, in principio, li vedeva battuti, sbocciava la primavera del ’45, nel mese devozionalmente mariano, per cattolici e ortodossi.

Due le più indelebili rappresentazioni che l’iconografia traccia della madre del Salvatore. Quella in cui, mesta, piange la morte del Figlio e quella in cui, invitta, schiaccia col piede la testa del serpente. Il prima e il dopo, la sconfitta e la vittoria nello scenario di un “militia est vita hominis super terram”. Dove la sconfitta è forca caudina ineludibile, ma la vittoria finale è cosa certa, che il Cielo ha già predisposto. Un martire di Auschwitz, san Massimiliano Kolbe, profetizzava: “Vedrete un giorno la statua dell’Immacolata Concezione nel centro di Mosca; sarà eretta in alto, sul Cremlino”, ma il tempo a cui si riferiva non era il suo e, chissà, forse potrebbe essere il nostro. Se, all’epoca, dunque, l’ideologia non ci si fosse messa in mezzo, al posto di quella rossa, pesante decine di milioni di vittime, sul Reichstag capitolato avrebbero più degnamente sventolare i colori dell’arancione e del nero. Poiché grande, antica e nobile è l’affezione che il popolo russo ha per quel vessillo bicolore che chiamano Nastro di san Giorgio.

Scritti biografici scarni riferiscono che il santo fosse originario della provincia romana di Cappadocia, dove Giorgio fu educato alla fede in Cristo, prima di servire nelle legioni imperiali, divenendo guardia del corpo e uomo di fiducia di Diocleziano, finché questi non lo fece decapitare, avendo Giorgio rifiutato di apostatare. Da qui la santità. Una tradizione dell’anno Mille lo immortala come cavaliere che passa a fil di lancia un drago, ovvero un gigantesco coccodrillo del Nilo, il quale, novello Moloch, esigeva il suo tributo di sangue umano in terra nordafricana. Da qui l’assunzione a paladino della lotta armata contro le forze del male, cosa che particolarmente si perpetuò nell’Oriente bizantino. Nella metà del Settecento, difatti, mentre il trend europeo volgeva al rinnegare l’eredità medievale della societas christiana, un editto della zarina Caterina II di Russia sanciva la nascita di quell’Ordine di San Giorgio Trionfante destinato ai “figli fedeli della patria che si fossero distinti con zelo e lucentezza di coraggio”. Il secolo successivo, i suoi cavalieri, assieme alla georgievskaja – fascia traversa da vestire sotto l’uniforme – ricevevano l’onore di aver il nome iscritto sui marmi nell’allora cittadella del Cremlino. Col tempo il suo impiego si allargò a stendardi, distintivi, asole e fettucce, inglobando medaglie e croci al valore. La Prima Guerra Mondiale ne fissò gli attuali colori, l’arancione a rappresentare il fuoco della battaglia, il nero la polvere da sparo. La Rivoluzione d’ottobre, nel suo diabolico ripulisti, gettò il vessillo nel pozzo del dimenticatoio. Eppure, il pragmatismo di Stalin, nativo di luoghi che proprio al santo cavaliere si ispirano, ne ripristinò l’uso in funzione identitaria, pur cambiandone nome a salvar la faccia al partito, in Nastro delle Guardie.

All’indomani della vittoria nella Grande Guerra Patriottica, vale a dire la Seconda Guerra Mondiale secondo i russi, vi fu decorato ogni singolo reduce dei circa quindici milioni che avevano imbracciato le armi contro i nazisti. Si tratta dello stesso pezzo di stoffa che vediamo legato al braccio o appuntato al petto dei soldati di Putin, motivati a combattere, a “denazificare” come dichiara Mosca, secondo l’esempio dei loro bisnonni. Lo stesso che, per la legge ucraina, comporta l’arresto, se non di peggio. Lo stesso che alcuni paesi europei iniziano pure loro a bandire.

All’indomani del collasso dei Soviet, la damnatio memoriae dell’Ordine si sarebbe comunque annullata, lasciando san Giorgio tornar a essere patrono della più prestigiosa onorificenza militare nella neonata Federazione russa. Ma per l’attestazione di appartenenza civile e popolare, di quanto rappresenta più d’una semplice coccarda, si è dovuto attendere il nuovo millennio. Nel sessantesimo anniversario del cessate il fuoco dal maggio 1945, alla vigilia del Giorno della Vittoria 2005, l’Unione degli studenti russi si lanciò nella distribuzione gratuita di strisce dello storico nastro, per strade, uffici e negozi delle città maggiori. In un frangente in cui, economicamente abbattuto, l’orso russo si leccava le ferite, l’iniziativa fu affiancata dallo slogan “Io ricordo! Io sono fiero!”, a volersi incoraggiare coi fasti di un passato da superpotenza. Da allora, incominciarono a indossarlo anche le cariche istituzionali.

La rivolta di Maidan, la secessione della Crimea, il separatismo di Donetsk e Lugansk hanno visto l’arancione-nero di san Giorgio uscire dai confini del paese, segno di riconoscimento di chi rigettava l’indirizzo preso dallo Stato ucraino. Il che ci porta all’oggi, in cui, da conflitto locale tra consanguinei, tra fratelli, tra slavi, ci si sta catapultando, per colpevole assenza di una via di pace, in un confronto (non ancora conflitto) mondiale. All’oggi in cui, oltre l’aspetto più puramente politico e territoriale, se ne va aggiungendo uno di portata superiore, mistica, cui non sfigurerebbe a far da manifesto l’incisione di Dürer Il cavaliere, la morte e il diavolo. Aleksandr Dugin, filosofo e, in certo senso, portavoce di quegli aspetti più metafisici sottesi al pensiero di Putin, non ci gira attorno. L’Occidente, per azione delle èlite che lo dirigono, è “la civiltà dell’Anticristo”, interprete di un “liberalismo come ideologia che libera l’individuo da ogni forma di identità collettiva”, fautore del Great Reset come “fine di un lungo percorso di autodistruzione dell’umanità”. Ed “ora – proprio ora, nel fuoco, nella polvere e nel sangue – la Terza Roma sta mettendo il limite alla Nuova Cartagine, rovesciando l’onnipotenza della Meretrice di Babilonia”. La Russia, così, sceglie di attribuirsi un ruolo speciale assai più dell’operazione militare inaugurata lo scorso febbraio. Un dovere morale, un’investitura divina addirittura. Un far fronte, non tanto (per ora) ai ranghi dell’esercito di Zelensky, ma all’intero modello di società occidentale, “completamente decadente, che ha maledetto le proprie fondamenta”, secondo il professor Dugin. Sola a opporsi al “male globale”, unica voce ed autorità a reclamare di stabilire ex novo quell’ordine naturale, religioso, politico, culturale, con cui meritare il titolo di Terza Roma, finora mai storicamente giustificato. Ed è in tale chiave di lettura colossale ed escatologica che si fa largo proprio l’emblema del cavaliere santo, il quale affrontò e sconfisse il drago, restituendo libertà alle genti che ne erano soggiogate. Quei suoi colori, un giorno, potremmo vederli sui centri del potere europei, e non solo. Allora, si compirebbero le parole che furono di Kolbe. E, forse, anche quelle ascoltate a Fatima.

I miei ultimi libri