Quei centristi “deboli”. Il caso del cardinale Ouellet (con retroscena sul conclave 2013)

di don Claude Barthe

resnovae.fr

Le forze «del progresso» cattolico hanno sempre avuto una sorprendente capacità di suscitare, all’interno delle forze «della reazione», che si oppongono ad esse, lo svilupparsi di ambienti intermedi centristi, che fanno tutto quanto è possibile per infiacchire e neutralizzare la perniciosità di tale reazione, contrastandola in nome della moderazione, della responsabilità e della transizione verso un obiettivo di efficienza.

A dire il vero, questo fenomeno del centro debole dipende dalla psicologia catto-liberale, caratterizzata da una cattiva coscienza nei confronti del progressismo: i catto-centristi vogliono sempre smarcarsi dagli «integristi», i cui «eccessi» scusano e addirittura spiegano, secondo loro, quelli dei progressisti, di cui peraltro riprendono in parte il pensiero, ritenendo che, schierandosi dalla loro parte, possano influenzarli.

Il conclave del 2013 o il suicidio dei ratzingeriani

Il cardinale Marc Ouellet, del Québec, 77 anni, appartenente alla Compagnia dei sacerdoti di Saint Sulpiceo, ex arcivescovo del Québec e primate del Canada, è stato chiamato a Roma nel 2010 per incarichi di fiducia: prefetto della Congregazione per i vescovi e presidente della Commissione per l’America latina (Marc Ouellet aveva insegnato, come sulpiziano, in un seminario colombiano), poiché Benedetto XVI aveva sempre fatto della lotta contro la teologia della liberazione una priorità. Ciò ha rafforzato i suoi legami col cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, a proposito del quale non si deve mai dimenticare come la sua carriera sia stata fondata sulla fama di perseguitato a opera di padre Arrupe, superiore generale molto progressista della Compagnia di Gesù.

Marc Ouellet, coraggioso difensore della vita in un Canada che si stava estremamente secolarizzando, avendo tenuto molti discorsi sulla ricostruzione della catechesi e sul rispetto delle tradizioni, venne considerato come un ratzingeriano puro, anche se lasciando il Canada – ma ciò è contraddittorio? – aveva chiesto perdono a quanti avesse potuto offendere con le sue prese di posizione.

Marc Ouellet sopportava davvero a fatica Angelo Scola, delfino di Benedetto XVI, che aveva occupato una dopo l’altra le due sedi più prestigiose d’Italia, Venezia e poi Milano, e che rappresentava soprattutto il vertice morale del movimento democristiano di tendenza identitaria, Comunione e Liberazione, fondato da don Luigi Giussani. Il cardinale Ouellet ritenne quindi, durante il conclave del 2013, di incarnare contro l’arcivescovo di Milano una continuità ratzingeriana dolce, per non dire molle. Nulla prova d’altronde che Scola incarnasse una continuità più «dura», quand’anche papa Scola – Benedetto XVII, si prevedeva – avesse promosso, invece, una vera riforma di razionalizzazione e di modernizzazione della macchina curiale per darle maggiore efficienza.

In effetti, le manovre orchestrate durante le congregazioni generali in favore di Jorge Bergoglio si rivelarono molto efficaci per quanti avessero voluto voltare pagina rispetto a Ratzinger. All’uscita dal conclave che elesse il cardinal Bergoglio circolavano voci circa lo scenario svoltosi. I ratzingeriani si sarebbero autodemoliti nel duello Scola-Ouellet: Scola non avrebbe avuto che 33 voti al primo turno, seguito a ruota da Ouellet, i cui voti si invitò a riversare su Jorge Bergoglio e non su Angelo Scola. Infatti al cardinale Ouellet – voce confermata da alcune dichiarazioni sibilline da parte sua – era stato preannunciato l’incarico di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Promessa non mantenuta. Tanto è vero che, pur senza esser mai caduto in disgrazia, il cardinale Ouellet è tuttavia rimasto un personaggio secondario durante il pontificato bergogliano, ivi comprese le nomine episcopali importanti rispetto alle quali il segretario della Congregazione per i vescovi, monsignor Ilson de Jesus Montanari, ha sicuramente un peso più rilevante. Ed è comunque vero che le nomine fatte dal cardinale, da quando è a capo della Congregazione, son sempre state del tipo «soprattutto niente rumori, soprattutto niente scandali».

Il balthasariano

Sebbene Marc Ouellet si definisse un tempo un teologo favorevole a un’ermeneutica «di riforma nella continuità» e non «di rottura», lui è sempre stato l’esatto opposto di un tomista: è un discepolo entusiasta di Hans Urs von Balthasar, di cui il vescovo di Friburgo-Ginevra diceva divertito: «Era forse cristiano, ma certamente non cattolico». È quindi molto legato ai prelati balthasariani francesi, in primo luogo al cardinale Philippe Barbarin, il quale, quand’era parroco di Boissy-Saint-Léger, animava un attivo e discreto laboratorio d’idee teologico-riformatrici. Dello stesso profilo, conservatore ma non troppo, è Pascal Roland, che subentrò al suo amico Philippe Barbarin sulla cattedra di Moulins e poi venne trasferito nella sede di Bellay-Ars per succedere a monsignor Guy Bagnard, fondatore di un seminario e di una società di sacerdoti dove il clergyman era di rigore e la talare alquanto malvista. O ancora è il caso di padre Georges Colomb, ex superiore generale delle Missioni straniere di Parigi, che ha ridato vita al seminario del Mep prima di diventare vescovo de La Rochelle. E poi anche, ma lui è più giovane di una generazione, è il caso di don Jean-Charles Nault, abate benedettino di Saint-Wandrille, la più «classica» delle abbazie novus ordo della Congregazione di Solesmes, dove il cardinale Ouellet è di casa e dove viene ormai ospitato il circolo teologico Barbarin, che venera Hans Urs von Balthasar.

Nel 2012, prima dell’Amoris lætitia, sotto Benedetto XVI, in un libro d’interviste complessivamente in linea con le riflessioni del gruppo Barbarin il cardinale Ouellet aveva aperto la strada, in maniera significativa, alla ricerca di un compromesso in materia di accoglienza sacramentale dei divorziati «risposati»: «Le persone possono ritrovare uno stato di grazia davanti a Dio – spiegava – anche nel caso del limite oggettivo d’un matrimonio fallito, quando si formi una nuova unione, che possa essere forse quella giusta, ma per la quale non sia possibile stabilire che le prime nozze fossero nulle [1]».

L’influenza, in un certo senso secondaria, del prefetto della Congregazione per i vescovi s’è manifestata particolarmente in tre questioni recenti.

La prima, di cui non possiamo che rallegrarci, è quella della nomina, il 9 marzo scorso, di monsignor Jean-Philippe Nault, fratello dell’abate di Saint-Wandrille, a vescovo di Nizza, persona molto buona d’impostazione classica, che ha saputo guidare una certa ripresa delle vocazioni a Digne, dov’era precedentemente vescovo.

Al contrario, gli interventi di Oullet durante le riunioni interdicasteriali, nel corso delle quali è stato discusso quel che è divenuto poi il motu proprio Traditionis custodes, sono stati sorprendentemente ostili alla liturgia tradizionale.

E poi bisogna richiamare il suo intervento nella crisi di una congregazione docente tradizionale, quella delle Domenicane dello Spirito Santo, la cui casa madre si trova a Pontcallec, nella diocesi di Vannes, in Bretagna. Senza entrare nel dettaglio di una vicenda complessa [2], il cardinale Ouellet, in contatto con una religiosa della comunità, madre Maria dell’Assunzione d’Arvieu, s’è fatto designare da papa Francesco visitatore canonico, assistito da don Jean-Charles Nault e da madre Emmanuelle Desjobert, badessa cistercense di Santa Maria di Boulaur, convento della stessa temperie di Saint-Wandrille (liturgia di Paolo VI in latino e non liturgia tradizionale come a Pontcallec). La visita canonica ha spazzato via i risultati di una visita canonica precedente, condotta sotto papa Benedetto XVI e giudicata da Marc Ouellet come troppo favorevole alla parte più tradizionale della comunità: concretamente, il cardinale, in modo discretamente violento, ha bandito definitivamente dallo stato religioso madre Marie-Ferréol, spinta da  altre ad andarsene, ridotto al silenzio le sue compagne della medesima tendenza e fatto nominare come assistente della comunità padre Henry Donneaud, domenicano della provincia di Tolosa, che è, con la madre d’Arvieu, membro del comitato di redazione de La Revue thomiste.

Bisogna aggiungere che la madre d’Arvieu, professoressa di filosofia, ha pubblicato la sua tesi di dottorato su Nature et grâce chez saint Thomas d’Aquin. L’homme capable de Dieu [Natura e grazia in san Tommaso d’Aquino. L’uomo capace di Dio], con una prefazione del cardinal Ouellet [3] in cui si propone di riabilitare le tesi di Henri de Lubac contro la tendenza a riprendere, circa i rapporti natura-grazia, la posizione del maggior commentatore di san Tommaso, Caetano, ritenuto da madre Maria dell’Assunzione tale da strutturare il pensiero tradizionalista [4].

Un conservatorismo termostatico

Nel novembre 2020 il cardinal Ouellet ha fondato il Centro di ricerca d’antropologia e delle vocazioni, nel cui comitato scientifico figurano, tra gli altri, la madre d’Arvieu e don Vincent Siret, sacerdote della Società Jean-Marie Vianney, rettore del Pontificio seminario francese a Roma. Questo Centro di ricerca il 17 febbraio scorso ha organizzato un simposio, nella sala delle udienze in Vaticano, sul tema delle vocazioni sacerdotali («Per una teologia fondamentale del sacerdozio»), simposio che i burloni pretendevano esser destinato soprattutto a favorire le vocazioni episcopali dei membri della Società Jean-Marie Vianney. Il simposio è stato aperto da un discorso-fiume di papa Francesco in cui ha detto, né più né meno: «Il celibato è un dono che la Chiesa latina conserva».

Fautore di un’ermeneutica «di riforma nella continuità», abbiamo detto del cardinale Ouellet. Di riforma certamente, ma senza esagerare nella continuità… Vale a dire giocando sistematicamente nel ruolo di estintore verso tutto e tutti coloro che possono indurre a una seria rimessa in discussione del bozzolo conciliare. Essi vengono liquidati dalla critica del progressismo (noi attingiamo spudoratamente dalla metafora di un teologo spagnolo ultraprogressista, oggi deceduto, José María González Ruiz) come radiatori, programmati in anticipo affinché la loro temperatura non superi un certo grado di calore. Possono così dare l’illusione d’avere intrapreso una decisa volontà di ritorno al passato, ma ben presto si sente il «clic» del termostato, che mostra come essi, arrivati a un certo punto, non andranno oltre.

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[1] http://www.lavie.fr/religion/catholicisme/le-credo-du-cardinal-ouellet-14-06-2012-28455_16.phpActualité et avenir du Concil œcumenique Vatican II [Attualità ed avvenire del Concilio ecumenico Vaticano II] (intervista a Padre Geoffroy de la Tousche), L’Échelle de Jacob, 2012.
[2] Si veda: « Tempête chez les Dominicaines du Saint-Esprit » [«Tempesta sui Domenicani del Santo Spirito»], inchiesta di Jeanne Smits ed in risposta: « Note des Dominicaines du Saint-Esprit » [«Nota dei Domenicani del Santo Spirito»], in L’Homme nouveau, 7 maggio 2021.
[3] Parole et Silence, collezione «Bibliothèque de la Revue thomiste», 2020.
[4] Una recensione particolarmente critica verso questa tesi, redatta da Jacobo Costa, uno dei migliori specialisti dei testi tomisti, archivista della Commissione Leonina, è stata pubblicata sul Bulletin d’Histoire des Doctrines médiévales [Bollettino di Storia delle Dottrine medioevali] 2021/1 Tomo 105, pp. 142-147.

Fonte: resnovae.fr

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