Monsignor Viganò / Risposta al professor Marcello Pera

di Carlo Maria Viganò

Lo scorso 30 maggio è apparso sul Il Foglio (ripreso da altri siti qui) un commento del professor Marcello Pera, Cattolici che stanno dalla parte di Putin. Mi sia permesso rispondere all’amico filosofo, in modo da contribuire a quello che auspico possa essere un fruttuoso dibattito.

Confrontarsi con la mentalità liberale è spesso arduo e complesso, perché, a differenza di altre dottrine filosofiche manifestamente anticristiane, il liberalismo non si mostra – e talvolta non vuole nemmeno essere, nelle intenzioni di chi vi aderisce – avverso a Cristo e alla Chiesa. Chi aderisce al liberalismo, di solito lo presenta come vorrebbe che fosse, e non come esso è realmente. Questo mi ricorda l’atteggiamento di alcuni “liberi pensatori” del passato, che mandavano i figli a catechismo e nelle “scuole dei preti”, mentre si consideravano autorizzati a derogare a certi principi morali o dottrinali in nome ora della Patria, ora della Loggia, ora del proprio portafoglio. Sapevano bene, costoro, che una società si regge su cittadini onesti, moralmente sani e rispettosi dell’autorità; ma erano persuasi che la stessa società avesse bisogno di una classe dirigente composta da un’élite di persone “libere” da vincoli etici, capaci di orientare le masse sfruttandone l’onestà e l’obbedienza secondo i propri scopi.

 

All’inizio, ben inteso, quegli scopi dovevano esser nobili e alti: l’unità d’Italia, la guerra al tiranno (vero o presunto), la difesa dei sacri confini della Patria. Ma quegli ideali, cui seguirono l’antifascismo, la democrazia, l’atlantismo, l’europeismo e oggi il globalismo celano quasi sempre, in realtà, altri intenti: sete di potere, brama di denaro, smania di controllo. Per ottenere tali scopi, l’ideologia liberale ha finito per trasformare radicalmente la società e la cultura: inizialmente si tolleravano i corrotti e i traviati in nome della libertà di pensiero e di parola, fino a giungere, oggi, ad osteggiare gli onesti, le persone perbene, i buoni Cristiani. A furia di concedere presunte libertà – e in questo Klaus Schwab mi darebbe ragione – la massa ha finito con l’abusarne, dietro sollecitazione non disinteressata di chi lucra sui suoi vizi e sulle sue passioni più basse.

Oggi ci accorgiamo che, proprio in nome dell’utopia liberale la Morale non esiste più e che la società si è dissolta in una massa amorfa di clienti a cui far comprare qualcosa e servi sottopagati a cui farla produrre.

Questo fu certamente un abbaglio dei “liberi pensatori”: credere di poter riservare le idee liberali a un’élite – la propria, ovviamente – che si ritenga capace di gestirla parsimoniosamente, ben sapendo che una moltitudine di ignoranti, ribelli e viziosi senza morale e senza principi è ingovernabile. O piuttosto, che essa può essere governata proprio dall’ignoranza, dalla rivoluzione permanente, dall’assenza di riferimenti che non siano il proprio piacere o il proprio tornaconto. Ma anche qui, occorre almeno garantire al volgo panem et circenses, JustEat e Netflix, altrimenti esso potrebbe accorgersi del proprio stato di abbruttimento e ribellarsi. Gli esperti di psicologia sociale sanno bene come alternare bastone e carota, per ottenere obbedienza dalla massa.

A meno che – e qui arriviamo al Great Reset – non si superi la divisione (questa sì manichea) tra liberalismo e comunismo e non si ricorra alla coercizione, cosa che avviene appunto nei regimi totalitari o in quelli in cui governanti asserviti a poteri nemici abusano della propria autorità per costringere il popolo a determinati comportamenti. D’altra parte, uno dei frutti del liberalismo fu proprio la guerra fratricida, usata come strumento per abbattere il potere dei legittimi sovrani con l’appoggio di chi, da quei conflitti, poteva trarre enormi guadagni. A farne le spese, anzitutto in termini di vite, furono in massima parte giovani mandati a morire per alti ideali, in nome dei quali i liberali continuavano a lucrare e i socialisti a promettere l’abolizione della proprietà privata e del padronato. L’Ottocento e il Novecento grondano del sangue di milioni di esseri umani, immolati sull’altare degli interessi del capitale da un lato, e della lotta di classe dall’altro, entrambi alleati sia nella Prima sia nella Seconda Guerra Mondiale. In questo, liberalismo e comunismo si trovano accomunati dall’assoluta mancanza di rispetto per la vita umana, considerata in un’ottica utilitaristica e cinica. E non è un caso se, proprio in questo momento storico, gli interessi del capitale e della lotta di classe – ossia del liberalismo e del comunismo – si trovino convergere quasi naturalmente nell’ideologia globalista teorizzata dai tecnocrati dell’Agenda 2030, che considera le migrazioni derivanti da conflitti o l’impoverimento dei cittadini provocato da crisi studiate a tavolino, come utile strumento per il contenimento del costo della manodopera, non volendo essi assolutamente rinunciare al profitto e non potendo ridurre ulteriormente il costo della materia prima.

Il prof. Pera ricorderà meglio di me come alcuni intellettuali cattolici, all’inizio degli anni Sessanta, hanno messo a confronto il pensiero liberale di matrice americana e protestante con quello del materialismo ateo e comunista di matrice sovietica. Essi sostenevano che, pur con le criticità loro proprie, il liberalismo e il comunismo non potessero esser messi sullo stesso piano, perché il primo almeno concede una qualche libertà all’azione sociale e politica dei Cattolici pur ribadendo la separazione tra Stato e Chiesa, mentre il secondo non tollera alcun dissenso, che reprime con la violenza e la persecuzione, poiché considera la Chiesa un’avversaria, e la Religione una nemica che mette in pericolo la sua stessa sussistenza. A ben vedere, le persecuzioni dei Cattolici non furono appannaggio dei soli regimi comunisti, ma anche dei governi liberali – ad esempio in Francia, in Italia, in Messico, in Spagna – nei riguardi degli Stati cattolici, i cui cittadini erano poco inclini a vedersi privare della sovranità e della Religione in nome di una libertà indiscriminata che portò più danni che vantaggi a quanti vi aderirono. La narrativa del Risorgimento fu opera di propaganda liberale e massonica, della quale ancor oggi subiamo le nefaste conseguenze. Far credere che il liberalismo consista nella sua ipotetica versione edulcorata, quando abbiamo davanti la crudeltà e lo spietato cinismo di chi governa l’Unione Europea, di chi si riunisce a Davos o dei membri del Bilderberg – che poi sono sempre gli stessi – è una falsificazione improponibile della realtà. Come lo è elogiare la dittatura comunista cinese nelle misure pandemiche e ignorare le sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate da quel regime nel silenzio complice della comunità internazionale, della Santa Sede e del mainstream.

I fautori del dialogo con il mondo liberale e massonico continuano a idealizzare il liberalismo, fingendo di non vederne gli esiti disastrosi sulla pace, sulla prosperità e sulla moralità dei popoli in cui vige incontrastato il pensiero liberale. Essi ammettono che il liberalismo non riconosce alcuna verità assoluta, ma ribadiscono che esso darebbe voce – a sentir loro – alle opinioni diverse e anche critiche. È celebre la frase della scrittrice Evelyn Hall: «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it» (Evelyn Beatrice Hall, The Friends of Voltaire, 1906). Ma a ben vedere imporre a tutti i cittadini di ignorare la Signoria di Dio nella società, confinandola nell’intimo della coscienza come un fatto privato, esprime di per sé una ben precisa scelta di campo ideologica, tutt’altro che neutrale. In sostanza, il liberalismo erige il proprio concetto di libertà a principio supremo, al posto di Dio, anche se a parole non pretende un’esplicita professione di fede. La chiede però implicitamente, nel momento stesso in cui relega a questione privata la Fede e la Morale, anteponendo l’obbedienza allo Stato all’obbedienza al Signore.

Il comunismo, almeno, ha l’onestà – per così dire – di porsi come una vera e propria religione, con i suoi ministri (il partito, anzitutto), i suoi dogmi, le sue scomuniche. Non è un caso se il socialismo sovietico ha colto nell’apparato vaticano, e in particolare nell’impostazione quasi militare della Compagnia di Gesù, un modello al quale ispirarsi, sostituendo la predicazione della Fede con la propaganda politica: i suoi teorizzatori furono allievi dei Gesuiti, così come lo sono stati, con esiti non dissimili, molti leader democratici americani e “cattolici adulti” italiani che oggi propagandano l’aborto, l’ideologia gender, la cancel culture. Ed è indicativo che tanto il liberalismo quanto il comunismo non riconoscano tutele alla famiglia naturale, prima minandone l’unità con il divorzio, e poi distruggendone l’essenza con l’approvazione delle sue deviate contraffazioni, sotto lo specioso pretesto del libero sviluppo dell’individuo. Argine contro l’ideologia comunista è la dottrina sociale: Rerum Novarum, Quadragesimo Anno, la giustizia commutativa che disciplina i rapporti di lavoro, la giustizia distributiva da attuarsi fra le diverse categorie economiche, la giustizia sociale per comporre un ordine ancorato al bene comune. Ma questo argine tocca gli interessi dei liberali, anzitutto economici, e come tale disturba le lobby finanziarie.

Il prof. Pera apprezza «quel tanto di liberalismo politico che è congenere al cristianesimo», posizione che si mostra però lacunosa non tanto per chi la proponeva in America negli anni Sessanta, avendo sotto gli occhi il fermento del Cattolicesimo americano di J.F. Kennedy (che di lì a breve sarebbe stato scalzato dal progressismo democratico); quanto per chi oggi, con sguardo critico e con onestà intellettuale, dovrebbe riconoscere che molte promesse di allora erano false e illusorie. Così come illusorie si sono dimostrate le promesse del Vaticano II, non appena la Gerarchia ha smesso di condannare il liberalismo e si è lasciata contagiare dalle sue istanze.

Comprendo sia difficile, per chi è stato formato alla scuola del pensiero liberale, guardare con disincanto alle chimere di questa filosofia che sconfina tanto nel campo della politica quanto in quello della Fede. Perché è molto più facile dichiararsi Cattolici a parole, ma nei fatti agire conformemente allo spirito del mondo. Ancor più difficile è ammettere che la condanna del Magistero contro gli errori del liberalismo e del comunismo mostrava in qualche modo la loro interdipendenza, dal momento che l’essenza del messaggio cristiano è frustrata e cancellata sia nell’abbassare la Verità rivelata – e con essa il Dio Uno e Trino che Si rivela – al livello dell’errore, sia nel negare che vi sia un Dio Creatore e Redentore al Quale l’uomo deve riconoscere adorazione e alle Leggi del Quale egli debba obbedienza, come premessa per la vita eterna. Il liberale non si preoccupa di Dio, finché non interferisce nelle questioni politiche e non pone vincoli morali al profitto: e qui vediamo come l’errore protestante abbia la sua prima applicazione in campo politico e sociale. Il comunista nega pervicacemente che vi sia un Dio, perché sa che la Sua esistenza interferirebbe nelle questioni politiche, sociali ed economiche e impedirebbe, coll’ammetterne l’esistenza, la costruzione artificiale della lotta di classe e la realizzazione di un paradiso in terra.

In uno modo e nell’altro, la Signoria di Cristo è negata e respinta sdegnosamente: il liberale la rifiuta credendo di poter agire come se Dio non esistesse, il comunista affermando che Dio non esiste. E a ben vedere, si tratta di due modi molto astuti, di due maschere ideologiche, con cui il Nemico del genere umano seduce l’uomo, usando gli strumenti adatti alle circostanze storiche e alla realtà umana: l’ideologia marxista era pensata per l’operaio della Russia zarista o il contadino della risaia cinese, così come l’ideologia liberale era perfetta per i mercanti che si aggiudicavano i beni della Chiesa messi all’incanto e la borghesia imprenditoriale degli Stati Uniti. Quel che accomuna questi due errori – poiché tali sono, per il Cattolico fedele all’insegnamento immutabile della Chiesa – è l’assenza di una morale trascendente, sostituita da una morale relativa, opportuna agli interessi, oggi adottata anche in campo ecclesiastico dai fautori del cosiddetto approccio pastorale in antitesi al magistero.

I liberali di ieri e di oggi continuano a considerare il socialismo (e il comunismo) come un male relativo, del quale avvalersi di volta in volta, e di cui in questi anni recenti hanno deciso di adottare i sistemi di repressione e di controllo necessari all’imposizione di un sistema economico che avvantaggi i pochi a danno dei molti. L’elogio indecoroso di alcuni giornalisti e intellettuali alla dittatura cinese per la gestione pandemica è in questo rivelatore, così com’è rivelatrice la simpatia dell’élite del Wef nei riguardi del collettivismo e del primato dello Stato sul singolo, della presunta salute collettiva sui diritti inviolabili della persona. Il regime totalitario di Pechino ha significativamente fatto propria l’ideologia del libero mercato, guidandola con metodi comunisti.

Anche nella crisi russo-ucraina si vorrebbe far credere, apoditticamente, che il denunciare le manovre del deep state americano derivanti dall’allargamento della Nato a est significhi essere antiamericani e filoputiniani, laddove è evidente che gli Stati Uniti sono ostaggio di una lobby criminale asservita all’alta finanza usuraia e alle speculazioni di gruppi di potere. Sono ostaggio della stessa lobby gli Stati membri dell’Unione Europea, i cui leader perseguono scopi eversivi distruggendo il tessuto sociale e l’economia delle Nazioni col solo scopo di realizzare quel Great Reset che ha tra i propri obiettivi la transizione forzata alle fonti rinnovabili: non perché vi sia una concreta minaccia ecologica per il pianeta, ma perché questo pretesto consente profitti enormi, anche se compromette equilibri geopolitici delicatissimi. Sono infine ostaggio della lobby globalista gli Ucraini, indottrinati all’odio verso le minoranze etniche di cui quella russofona è solo la più rappresentativa, e portati a legittimare forme di estremismo neonazista – ossia nazional-socialista – in chiave antirussa. Il connubio ideologico è evidente. Viene così riproposto il quadro politico esistente in Italia e in Germania a cavallo delle due Guerre Mondiali, quale strumento per destabilizzare l’economia, manomettere il potere con manovre di regime change, distruggere prima il ceto medio e poi la classe operaia a vantaggio di grandi interessi finanziari sovranazionali. E mentre i leader europei obbediscono agli ordini del deep state americano, le Nazioni occidentali sprofondano in una crisi economica epocale.

I Cattolici “tradizionalisti” non sono filoputiniani, né antiamericani; essi sono piuttosto nemici giurati del liberalismo massonico, poiché vedono in esso la causa principale delle guerre e delle rivoluzioni di questi ultimi due secoli. Tant’è vero che anche negli Stati Uniti – dove essere patriot e buon Cristiano è tutt’uno – qualcuno inizia a comprendere l’inganno dei teocon di ispirazione sionista che tanto potere hanno avuto negli ultimi decenni. Non stupisce quindi che alcuni intellettuali asserviti a questi gruppi di potere si mostrino preoccupati nel veder messa in discussione una narrazione ormai insostenibile alla luce dei fatti più recenti, e che ricorrano all’accusa di collaborazionismo con semplificazioni a dir poco imbarazzanti. La prospettiva di veder scoperto il gioco e di essere estromessi dal governo e da incarichi strategici li spinge a mostrarsi per quel che sono, quinte colonne dell’élite. Le persone di buon senso hanno ormai compreso che l’ideologia liberale e quella comunista, proprio in quanto forme speculari del medesimo errore declinato su fronti apparentemente opposti, siano essenzialmente anticristiane e antiumane. Perché dietro al filantropo miliardario e all’attivista dei diritti umani si nascondono gli stessi, inconfessabili interessi di una minoranza di cospiratori ai danni dell’intera umanità. «Richiamare i liberali al rispetto della radice cristiana della loro dottrina», come chiede il Senatore Pera, significa in definitiva chiedere loro di essere protestanti fino in fondo, e questo va contro la Fede perché ratifica un’eresia e contro la Carità perché abbandona delle anime all’errore e alle conseguenze che esso comporta per la loro salvezza eterna. E per quanto possa esser scomodo da affermare, «sostenere che il liberalismo è dottrina falsa e perniciosa» in quanto nega l’ordinamento naturale dell’uomo a Dio, scuote l’origine divina dell’autorità e il conseguente obbligo di sottostarle da parte del popolo sovrano non è una posizione opinabile di qualche nostalgico, ma Magistero infallibile della Chiesa, ossia quella dottrina che Marcello Pera riconosce non debba essere «messa ai voti».

Mi stupisce quindi che una mente raffinata come quella del prof. Pera, pur elogiando l’impegno dei Cattolici tradizionalisti «contro l’apostasia del Cristianesimo che porta al suicidio dell’Occidente», inviti a non indulgere «alle cospirazioni planetarie dei Grandi Disegni, del Nuovo Reset, del Leviatano Globalista», come se tutto ciò che avviene fosse frutto del caso e della coincidenza di interessi in realtà disorganizzati e incoerenti, mentre sono proprio i fautori di questo Reset a evocare orgogliosamente un’agenda a cui finora si sono attenuti col massimo scrupolo, con la collaborazione dei loro emissari nelle istituzioni nazionali e internazionali. Ma mi stupisce ancor di più che egli finisca per contraddirsi additando il complotto russo per la conquista dell’Occidente, dissimulato dagli ideali nazionalisti di Putin o dalla difesa di principi religiosi di Kirill. Se essi «sono nemici che ci vogliono abbattere e che noi dobbiamo abbattere», questo è semmai vero per l’élite liberale e massonica di un Occidente apostata, ma non per il Cattolico, a qualsiasi Paese egli appartenga.

Trovarsi dalla stessa parte della barricata non fa dei Russi i nostri alleati, se non nel combattere hic et nunc il medesimo nemico, cosa che significativamente chiedono sul fronte opposto gli stessi difensori dei “valori occidentali”, per far fronte comune contro Mosca. Da qui l’alleanza tra PD e centrodestra che avvalora questa tesi.

Concordo quindi con quanto dice il prof. Pera: «Che il cattolico conservatore e Putin combattano contro il degrado dell’Occidente non implica che entrambi abbiano la stessa intenzione», anche se la minaccia di un’invasione russa dell’Occidente liberale è tutta da dimostrare. In realtà, anche la difesa dell’Occidente degradato condotta dai liberali e dai cattolici intrisi di liberalismo «non implica che entrambi abbiano la stessa intenzione», dal momento che quelli vogliono tenere Cristo Re fuori dalla vita sociale e politica, mentre questi sperano di esser tollerati nelle loro convinzioni, a patto di riconoscere pari diritti a chi quelle convinzioni avversa e combatte ferocemente. Insomma, se sono i liberali a vincere, si deve fare come vogliono loro; se prevalgono i Cattolici, questi devono comunque adottare il liberalismo in campo morale e dottrinale per essere accettati, andando contro i propri principi. Strano modo di concepire la democrazia, non c’è che dire.

Il vero Cattolico deve avere la consapevolezza che la vera pace si può ottenere solo dove regna Cristo, e dove l’autorità temporale e quella spirituale sono entrambe soggette a Cristo, perché così vuole Dio e comanda la natura delle cose. Rifiutarsi di riconoscere la Signoria di Cristo è contrario alla verità e alla giustizia, oltre che essenzialmente ispirato da Satana. Ecco perché il liberalismo è intrinsecamente un errore teologico, ancor prima che politico, e bene hanno fatto i Pontefici a denunciare queste deviazioni, mentre oggi «stanno in fondo al gregge non per osservarne ed evitarne gli sbandamenti, ma per seguirlo ovunque esso vada».

Affermare che la pace di Cristo possa ottenersi dove Egli è bandito dalla società è un inganno al quale si è voluto credere sin troppo a lungo. Agli intellettuali cattolici, e soprattutto a quanti di essi si considerano “conservatori”, spetta oggi il compito di riconoscere questa frode e ridare il primato alla verità, e non al calcolo politico o al compromesso morale. Preghiamo lo Spirito Santo, consolator optimus, in questa Ottava di Pentecoste, di illuminare l’intelletto e infiammare il cuore dei fedeli con i Suoi Doni, perché le Virtù cardinali e teologali siano il primo presidio del Buon Governo e la premessa per una vera rinascita spirituale dell’Occidente.

Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

8 giugno 2022

Nell’Ottava di Pentecoste

 

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