Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la “Messa strapazzata”

“Date la sua sensibilità e le sue giuste preoccupazioni sul destino della Santa Messa – mi scrive il lettore –  sono sicuro che le parole del grande dottore della Chiesa la toccheranno in modo speciale”. Mi scrive così un affezionato lettore inviandomi queste pagine di sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Sì, caro amico, mi hanno toccato in modo speciale. Leggiamo dunque, per comprendere che cos’è davvero la Santa Messa e come andrebbe sempre celebrata.

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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

La Messa e l’Officio strapazzati

Parte I – La Messa strapazzata

Non mai alcun sacerdote dirà la messa colla divozione dovuta, se non ha la stima che merita un tanto sacrificio. È certo che non può un uomo fare un’azione più sublime e più santa, che celebrare una messa: Nullum aliud opus, dice il concilio di Trento, adeo sanctum a Christi fidelibus tractari posse, quam hoc tremendum mysterium [1]. Dio stesso non può fare che vi sia nel mondo un’azione più grande, che del celebrarsi una messa.

Tutti i sacrificj antichi, con cui fu tanto onorato Iddio, non furono che un’ombra e figura del nostro sacrificio dell’altare. Tutti gli onori che han dati giammai e daranno a Dio gli angeli co’ loro ossequj, e gli uomini colle loro opere, penitenze e martirj, non han potuto né potranno giungere a dar tanta gloria al Signore, quanta glie ne dà una sola messa; mentre tutti gli onori delle creature sono onori finiti; ma l’onore che riceve Iddio nel sacrificio dell’altare, venendogli ivi offerta una vittima d’infinito valore, è un onore infinito. La messa dunque è un’azione che reca a Dio il maggior onore che può darsegli: è l’opera che più abbatte le forze dell’inferno; che apporta maggior suffragio all’anime del purgatorio; che maggiormente placa l’ira divina contro i peccatori, e che apporta maggior bene agli uomini in questa terra.

Se sta promesso che quanto chiederemo a Dio in nome di Gesù, tutto otterremo: Si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis [2]: quanto più dobbiamo ciò sperare, offerendogli Gesù medesimo? Questo nostro amoroso Redentore continuamente in cielo sta intercedendo per noi: Qui etiam interpellat pro nobis [3]. Ma ciò specialmente lo fa in tempo della messa, nella quale egli, anche a questo fine di ottenerci le grazie, presenta se stesso al Padre per mano del sacerdote. Se noi sapessimo che tutti i Santi colla divina Madre pregassero per noi, qual confidenza non concepiremmo per li nostri vantaggi? ma è certo che una sola preghiera di Gesù Cristo può infinitamente più che tutte le preghiere de’ santi. Poveri noi peccatori, se non vi fosse questo sacrificio che placa il Signore! Huius quippe oblatione placatus Dominus, gratiam et donum poenitentiae concedens, crimina et peccata etiam ingentia dimittit, dice il Tridentino. In somma, siccome la passione di Gesù Cristo bastò a salvare tutto il mondo, così basta a salvarlo una sola messa; che però il sacerdote nell’oblazione del calice dice: Offerimus tibi, Domine, calicem salutaris…pro nostra et totius mundi salute.

La messa è il più buono e più bello della chiesa, secondo predisse il profeta: Quid enim bonum eius est, et quid pulchrum eius, nisi frumentum electorum et vinum germinans virgines [1]? Poiché nella messa il Verbo incarnato si sacrifica all’eterno Padre e si dona a noi nel sagramento dell’eucaristia, il quale è il fine e lo scopo di quasi tutti gli altri sacramenti, come insegna l’angelico: Fere omnia sacramenta in eucharistia consummantur. Onde dice san Bonaventura, che la messa è l’opera in cui Iddio ci mette avanti gli occhi tutto l’amore che ci ha portato, ed è un certo compendio di tutti i beneficj che ci ha fatti: Est memoriale totius dilectionis suae, et quasi compendium quoddam omnium beneficiorum suorum [2]. E perciò il demonio ha procurato sempre di toglier dal mondo la messa per mezzo degli eretici, costituendoli precursori dell’Anticristo, il quale, prima d’ogni altra cosa, procurerà d’abolire, ed in fatti gli riuscirà d’abolire, in pena de’ peccati degli uomini, il santo sacrificio dell’altare, giusta quel che predisse Daniele: Robur autem datum est ei contra iuge sacrificium propter peccata [3].

Dice lo stesso san Bonaventura che Dio in ogni messa non fa minor beneficio al mondo di quello che fece allora che s’incarnò: Non minus videtur facere Deus in hoc quod quotidie dignatur descendere super altare, quam cum naturam humani generis assumpsit [4]. Sicché, come dicono i dottori, se mai non vi fosse stato ancora nel mondo Gesù Cristo, il sacerdote ve lo porrebbe con proferire la forma della consagrazione; secondo la celebre sentenza di sant’Agostino, che scrisse: O veneranda sacerdotum dignitas, in quorum manibus velut in utero Virginis Filius Dei incarnatur [5]!

Inoltre, non essendo altro il sacrificio dell’altare, che l’applicazione e la rinnovazione del sacrificio della croce, insegna l’angelico, che una messa apporta agli uomini tutti gli stessi beni e salute che apportò il sacrificio della croce: In qualibet missa invenitur omnis fructus, quem Christus operatus est in cruce. Quiquid est effectus dominicae passionis, est effectus huius sacrificii [6]. Lo stesso scrisse il Grisostomo: Tantum valet celebratio missae, quantum valet mors Christi in cruce [7]. E di ciò maggiormente ce ne assicura la s. chiesa, dicendo: Quoties huius hostiae commemoratio recolitur, toties opus nostrae redemptionis exercetur [8]. Giacché il medesimo Salvatore che si offerì per noi sulla croce si sagrifica sull’altare per mezzo de’ sacerdoti, come ci dichiara il Tridentino: Una enim eademque est hostia, idem nunc offerens sacerdotis ministerio, qui se ipsum in cruce obtulit, sola ratione offerendi diversa [9]. Ond’è che per lo sagrificio dell’altare s’applica a noi il sagrificio della croce. La passione di Gesù Cristo ci fe’ capaci della redenzione; la messa ce ne mette in possesso e fa che godiamo ne’ suoi meriti.

Posto dunque che la messa è l’opera più santa e divina che possa da noi trattarsi, bene apparisce, dice il concilio di Trento, che dee impiegarsi ogni diligenza, acciocché un tal sagrificio si celebri colla maggior purità interna e divozione esterna che sia possibile: Satis etiam apparet omnem operam in eo ponendam esse, ut quanta maxima fieri potest interiori cordis munditia, atque exteriori devotione ac pietatis specie peragatur [1]. E dice che la maledizione fulminata da Geremia contro coloro che negligentemente esercitano le funzioni ordinate al culto divino (Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter [2], precisamente s’appartiene, a’ sacerdoti che con irriverenza celebrano la messa, la quale, fra tutte le azioni che può fare l’uomo per onorare il suo Creatore, è la più grande ed eccelsa, soggiungendo che una tale irriverenza difficilmente può essere scompagnata dall’empietà: Quae ab impietate vix seiuncta esse potest, sono appunto le parole del concilio.

Acciocché dunque il sacerdote eviti sì grave irriverenza, ed insieme la divina maledizione, vediam che ha da fare prima di celebrare, che ha da fare nel celebrare, e che dopo aver celebrato. Prima di celebrare gli è necessario l’apparecchio. Nel celebrare dee usare la riverenza dovuta. Dopo aver celebrato, dee fare il ringraziamento.

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1 Sess. 22. decret. de observ. in cel. etc.

2 Io. 16.

3 Rom. 8.

1 Zach. 9. 17.

2 De instit. p. 1. c. 11.

3 Dan. 11. 12.

4 Loc. cit.

5 In ps. 27.

6 In c. 6. Isa. lect. 6.

7 Apud discip. serm. 48.

8 Orat. in missa dom. post pentec.

9 Sess. 22. cap. 2.

1 Sess. 22. decr. de obser. etc.

2 Ier. 48. 10.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, La Messa e l’Officio strapazzati, ovvero avvertimenti a’ sacerdoti per non rendersi rei di un tanto delitto, qual è il vilipendere il Sacrificio all’altare; Opere ascetiche, in Opere di S. Alfonso Maria de Liguori, Pier Giacinto Marietti, Vol. III, pp. 832 – 864, Torino 1880.

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