Il neo-cardinale Cantoni e la vicenda don Inzoli

di M. P.

Silere non possum

Mentre in Belgio il vescovo salesiano Van Looy ha rinunciato alla nomina cardinalizia, consapevole che sarebbe scoppiato un caso che avrebbe creato non pochi grattacapi al Papa, in Italia Oscar Cantoni è stato celebrato da tutta la stampa locale e nazionale come unico cardinale elettore italiano di questo concistoro. Basta scorrere le pagine dei giornali lombardi per vedere quanto incenso è stato speso per un uomo che, parafrasando il vescovo Delpini, non si è ancora capito per quale motivo sia stato elevato alla dignità cardinalizia. Una risposta pare esserci e assomiglia molto alla vicenda Zanchetta.

Le medesime “colpe” che potevano essere contestate a Van Looy le troviamo nello scarno curriculum di Oscar Cantoni. Non solo il vescovo di Como ha ordinato sacerdote don Martinelli, giovane che era conosciuto in tutto lo Stato della Città del Vaticano per i suoi modi ben poco amabili e con pesanti accuse di molestie su un confratello, ma, nella vicenda che vede protagonista don Mauro Inzoli, Cantoni voleva salvarlo dandogli solo cinque anni di “pena medicinale”.

La vicenda Inzoli

Il 29 giugno 2016 don Mauro Inzoli, per quindici anni presidente del Banco Alimentare, veniva condannato dal tribunale di Cremona a quattro anni e nove mesi per abusi sessuali ai danni di cinque minorenni. Il più piccolo aveva dodici anni e il più grande sedici. In ambito canonico il procedimento nei confronti del sacerdote era partito da un bel pezzo. E un ruolo chiave lo ebbe proprio Oscar Cantoni, allora vescovo di Crema, diocesi dove il sacerdote era incardinato.

La sentenza della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero) dice chiaramente “il 21 luglio 2011 questo Dicastero affidò al Vescovo di Crema, quale proprio Delegato, il compito di svolgere un processo penale amministrativo ex can. 1720 CIC nei confronti del chierico”.  A capo della diocesi di Crema c’era proprio Oscar Cantoni, il quale ricevette le denunce nei confronti di don Mauro Inzoli già nel 2010.

Il cardinale Muller (allora a capo della Congregazione) continua: “Nell’istruttoria furono raccolte le denunce di undici minori maschi, due minori femmine ed emersero gli indizi di possibili abusi su altri sette minori”. Stiamo parlando di venti minorenni!

Alle contestazioni Inzoli risponde confessando. “Vista la parziale confessione dei fatti addebitati da parte del reo e la sua impossibilità di presentare elementi a proprio discolpa, nonché considerate la gravità e imputabilità dei delitti, che, manifestando una strategia diuturna e costante, per quanto influenzata dalla struttura psicologica della persona, era chiaramente riferibile a dolo, il Vescovo di Crema – dopo essersi consultato con i propri Assessori – ritenne raggiunta la necessaria certezza morale circa il compimento degli abusi”. Quindi, Inzoli confessa e il Vescovo Oscar Cantoni ritiene che gli abusi sono stati perpetrati.

Nonostante questo, Cantoni firma un decreto, il 25 agosto 2012, che condanna Inzoli ad una pena di soli cinque anni. Addirittura si rivolgeva ai fedeli di Crema dicendo che la finalità dello “spirito ecclesiale è sempre di accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna”. 

Sì, le accuse nei confronti del sacerdote furono ritenute da Cantoni provate ma non pensò di dimetterlo dallo stato clericale. Gli impose di vivere fuori dalla diocesi di crema, gli tolse ogni impegno pastorale e gli impose la celebrazione della Santa Messa in privato. Per soli cinque anni!.

Per fortuna gli atti del processo, come prevedeva il Motu Proprio Sacramentorum Sanctitatis Tuteladovevano essere trasmessi alla Congregazione per la dottrina della fede per ottenere conferma del decreto. Il 9 novembre 2012 (regnante il Sommo Pontefice Benedetto XVI) la Congregazione si rivolge al vescovo Oscar Cantoni e dice: “Considerata la gravità, la diuturnità e la continuità degli abusi perpetrati” devi riformulare il decreto imponendo la pena della dimissione dallo stato clericale e non le pene temporali che hai dato.

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller e il suo Dicastero sostanzialmente dicevano a Cantoni: se è provato il delitto, se ha confessato, se ha anche reiterato il tutto, per quale assurdo motivo bisognerebbe essere clementi? La domanda quindi è: perché Cantoni voleva salvare don Mauro Inzoli nonostante avesse la certezza che aveva abusato di minori?

Solo dopo che la Congregazione glielo impose, Cantoni emise il decreto di dimissione allo stato laicale di don Mauro Inzoli. Il sacerdote il 30 gennaio 2013 fece ricorso alla Sessione ordinaria della Congregazione per la dottrina della fede e i membri, il 29 maggio 2013, lo rigettarono con 14 voti a favore, un astenuto e uno contrario.

La richiesta al Papa

Inzoli non si scoraggiò e grazie anche al suo vescovo riuscì ad arrivare al Papa. Francesco, eletto da pochissimo, decise di fregarsene altamente di ciò che decise la Congregazione e avocò a sé la causa. Non solo, addirittura decise di concedere ad Inzoli il perdono, proprio come voleva Cantoni, e “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo”, invitava monsignor Inzoli “a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”. Pertanto, il Pontefice non impose la pena più grave a un prete pedofilo ma, addirittura, lo salvò “dalle grinfie” della Congregazione per la dottrina della fede.

L’ex Sant’Uffizio rimase sconvolto. Con tutto ciò che stava emergendo in merito agli abusi sessuali commessi dai presbiteri, il Papa appena eletto graziava un sacerdote che aveva abusato di una ventina di bambini? “Rimanemmo sbalorditi quando ci arrivò la richiesta, da parte del Papa, di emettere il decreto 665/2010. Evidentemente qualcuno ebbe accesso privilegiato a Santa Marta” riferisce a Silere non possum uno dei quattordici votanti della Congregazione.

«Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro» diceva Francesco alla Pontificia commissione per la tutela dei minori nel 2017. Eppure il 6 giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la dottrina della fede di emettere un decreto con il quale salvava don Inzoli e gli imponeva solo pene temporali, proprio come gli chiese il vescovo Oscar Cantoni, oggi promosso cardinale di Santa Romana Chiesa.

Quella firma Francesco l’ha messa eccome. Già nel 2014 il Papa si affidava al giudizio degli amici e non di chi, con competenza, tentava di mettere fine agli abusi sui minori commessi da un uomo potente.

Costretto a tornare sui suoi passi

A Francesco era stato detto che monsignor Inzoli aveva la passione per il lusso – il suo soprannome era “don Mercedes” – ma decise comunque di salvare quel prete che aveva sulla coscienza la vita di numerosi giovani di cui aveva abusato rovinando la loro vita per sempre. Il giudice italiano scriveva che Inzoli abusava dei minori “approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani”. 

Solo dopo che il vescovo Oscar Cantoni uscì di scena, vennero raccolte ulteriori testimonianze ed emerse che Inzoli aveva reiterato gli abusi nonostante le pene che gli erano state comminate (come ha riferito lo stesso Pontefice alla Pontificia commissione per la tutela dei minori nel 2017). Sostanzialmente, proprio grazie ai provvedimenti che Francesco gli concesse, monsignor Inzoli poté continuare ad abusare di alcuni minori. Il nuovo vescovo di Crema, Daniele Gianotti, raccolse le testimonianze e le inviò a Roma. A quel punto il Papa non poté far altro che dimettere dallo stato clericale monsignor Inzoli. Ma sulla coscienza il Papa ha la vita di quei giovani che fra il 2014 e il 2017 si ritrovarono ancora Inzoli fra le coperte.

In Cassazione don Mauro Inzoli è stato condannato a quattro anni, sette mesi e dieci giorni di reclusione. In Italia il processo si era ridotto a contestare gli abusi su cinque ragazzi, per via della prescrizione: il più piccolo di dodici anni, il più grande di sedici, il tutto avvenuto fra il 2004 e il 2008.

Nonostante questo episodio, il quale si aggiunge alla vicenda del Preseminario San Pio X, dove Cantoni ha dimostrato completa incompetenza, Francesco ha elevato il vescovo di Como alla dignità cardinalizia. Ancora una volta il Pontefice dimostra che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Fonte: silerenonpossum.it

 

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