“Umano. Solo umano”. Indagine (senza pregiudizi materialistici) sul mistero del linguaggio

Che cos’è il linguaggio umano? Come nasce? Perché comunichiamo in forma verbale? L’enigma del linguaggio ci mette di fronte al mistero dell’uomo. Un mistero rispetto al quale gli strumenti di indagine tipici delle scienze empiriche mostrano un limite intrinseco e devono lasciare spazio ad altri ambiti di ricerca, in grado di prendere in considerazione l’innegabile e decisiva dimensione spirituale della creatura umana. Come spiega nell’intervista che ci ha concesso, nel suo libro Umano. Solo umano. Il mistero del linguaggio (Fede & Cultura) il dottor Francesco Avanzini, medico chirurgo, specialista in otorinolaringoiatria e foniatria, affronta l’enigma del linguaggio in modo allo stesso tempo approfondito e divulgativo, fornendo un’ampia panoramica sulle ricerche e le ipotesi formulate nel corso del tempo ma anche mostrando i limiti di un’indagine che pretenda di prescindere dall’aspetto soprannaturale.

Argomentazioni, quelle del dottor Avanzini, che si legano strettamente ai temi affrontati tempo fa nel blog con l’articolo Sul fallimento del darwinismo e delle altre tesi evoluzioniste, nel quale Christian Peluffo, autore del libro Einstein non credeva a Darwin, confuta le tesi materialiste che ancora oggi dominano la scena nonostante la totale mancanza di appigli scientifici.

Il dottor Avanzini sottolinea: “C’è una analogia straordinaria tra la gnoseologia, ovvero il processo della conoscenza, e la natura del linguaggio. Nel linguaggio un dato materiale biologico, costituito dalla voce, dall’articolazione della parola e dall’elaborazione cerebrale, acquista un significato solo con la simbolizzazione e l’astrazione delle parole. L’intelletto umano, nel caso del linguaggio come nel processo della conoscenza della realtà, necessita di dati sensibili, quindi di una materialità, ma poi ne prescinde, compie un salto e coglie l’immateriale che ne costituisce l’essenza, nel nostro caso il significato della parola”. In questo “salto” è il mistero affascinante della creatura umana. Di fronte al quale ogni riduzionismo all’insegna del materialismo mostra il suo limite.

E non è certo un caso che l’attacco alla ragione avvenga sempre attraverso l’attacco alla parola.

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di Aldo Maria Valli

Dottor Avanzini, il suo libro è percorso da una consapevolezza: nonostante gli studi e le molteplici teorie prodotte sull’argomento, il linguaggio umano resta un mistero, anzi un vero e proprio enigma, come lo definisce lei stesso. Possiamo azzardare ipotesi sul dove, il quando e il come sia comparso, ma non abbiamo risposte scientifiche circa il perché. Tuttavia, nel suo intimo, quale scienziato e uomo di fede, che idea si è fatto?

La sua domanda riguarda il quesito fondamentale del libro. L’uomo in quanto essere eminentemente sociale ha un’insopprimibile esigenza di relazione. Fin dalla nascita ha questa esigenza. Il piccolo dell’uomo è l’unico mammifero che ha bisogno di un lungo periodo di maternage, di cure materne per potere maturare le grandi potenzialità che il cervello umano consente. Per potersi sviluppare il linguaggio necessita di numerosi presupposti, tra i quali un ruolo fondamentale ha la relazione umana. Basti pensare ai casi dei cosiddetti bambini lupo citati nel libro che, deprivati del contatto umano, non sviluppano il linguaggio. Il linguaggio è la facoltà più straordinaria, unica e complessa tra le abilità umane e ha svolto un ruolo essenziale per la sopravvivenza della specie. Pensiamo anche solo alla cooperazione durante le battute di caccia, con la possibilità di comunicare anche al buio. La paleontologia e la psicologia evolutiva tentano di dare spiegazioni sull’origine e sul significato della facoltà linguistica ma non riescono nel loro intento. Di fronte a un’attività simbolica che ha a che fare strettamente con il pensiero, devono fare un passo indietro e lasciare spazio ad altre scienze come la filosofia e la teologia, più deputate a indagare il mistero dell’umano. Inoltre, secondo una prospettiva dettata dalla Fede, l’uomo è il vertice della creazione e io credo che la proprietà linguistica sia lo strumento che permetta alla nostra dimensione metafisica e spirituale di venire trasmessa ai propri simili e di istituire una relazione con il suo creatore.

Nei confronti di questo enigma non possiamo procedere, lei spiega, secondo l’approccio tipico delle scienze naturali. Occorre prendere in considerazione l’uomo come essere “trinitario”: corpo, mente e spirito, imago Dei. Ma quando lei sostiene questo tipo di approccio e scrive che “ci sono aspetti relativi alle facoltà umane, quale quello oggetto di questo libro, per i quali le scienze naturali devono fare un passo indietro”, come viene visto e giudicato all’interno della comunità scientifica? 

Ci sono eminenti linguisti, antropologi e neuroscienziati che contemplano la dimensione spirituale dell’uomo o per lo meno lasciano la porta aperta a questa possibilità. Peraltro assistiamo recentemente a un netto ripensamento dei dogmi del darwinismo e del materialismo scientifico da parte degli scienziati più liberi e curiosi. Ma certamente rimane per lo più difficilissimo e talvolta rischioso scalfire il dogma, sostenuto dagli evoluzionisti radicali, secondo il quale l’uomo è soltanto un mammifero che mostrerebbe pochissime differenze con i suoi parenti più prossimi, ovvero gli scimmioni. Si rischia di passare per stravaganti o bigotti. Spesso mi sento un indegno compagno di avventura di san Paolo all’Aeropago. Però, guarda caso, nonostante tutti gli sforzi per dimostrare empiricamente la facoltà del linguaggio quale fatto unicamente biologico, e nonostante tutte le più avanzate conoscenze, nessuno riesce a sciogliere l’enigma dell’origine e del vero significato del linguaggio umano che rimane il quesito più dibattuto dalla scienza.

In principium erat Verbum. La Scrittura ci lascia intravvedere qualcosa all’interno dell’enigma. “In principio era il verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Qui “Verbo” sta non solo per “parola”: è “discorso”, “pensiero”, “ragione”, ma anche “relazione”. Joseph Ratzinger, da lei citato, disse: “Al principio di tutte le cose c’è la forza creatrice della ragione. La fede cristiana è oggi come ieri l’opzione per la priorità della ragione e del razionale”. Siamo proprio noi cristiani ad avere in mano la chiave dell’enigma?

Credo di sì e vorrei spiegare come. Credo innanzitutto che sia possibile trovare la risposta a questa interessante domanda in molti passi dell’enciclica Fides et ratio di san Giovanni Paolo II, cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger diede un contributo determinante. Un’enciclica straordinaria che tutti gli uomini di scienza, se fossero minimamente aperti, dovrebbero leggere e meditare. La fede è quella grazia che consente alla libertà di compiere il salto a partire dal limite ultimo della ragione. Appare invece irrazionale negare questa possibilità alla ragione stessa, così come è irrazionale negare la natura spirituale dell’uomo, la quale non si può certo indagare con il metodo proprio delle scienze empiriche. Il cristiano, e soprattutto la filosofia cristiana, dispone dei migliori strumenti per indagare il mistero del linguaggio. C’è infatti una analogia straordinaria tra la gnoseologia, ovvero il processo della conoscenza, e la natura del linguaggio. Nel linguaggio un dato materiale biologico, costituito dalla voce, dall’articolazione della parola e dall’elaborazione cerebrale, acquista un significato solo con la simbolizzazione e l’astrazione delle parole. L’intelletto umano, nel caso del linguaggio come nel processo della conoscenza della realtà, necessita di dati sensibili, quindi di una materialità, ma poi ne prescinde, compie un salto e coglie l’immateriale che ne costituisce l’essenza, nel nostro caso il significato della parola. Il connubio tra scienza e filosofia, che ho la fortuna di indagare con il grande filosofo Stefano Fontana, è quanto di più entusiasmante ci sia.     

Lei cita, fra gli altri, von Humboldt: “L’uomo è unicamente tale per il linguaggio”. Oggi vediamo che il decadimento umano procede di pari passo con quello del linguaggio, con l’impoverimento della parola, con la riduzione di ogni discorso a balbettio inconsistente, con l’imposizione di parole d’ordine e di un linguaggio, il politically correct, al quale ci viene chiesto di uniformarci spogliandoci di senso critico e autonomia di giudizio. Possiamo dire che l’attacco alla ragione avviene attraverso l’attacco alla parola?

Tutte le più grandi e devastanti rivoluzioni sono avvenute e sono state precedute da un utilizzo del linguaggio scientemente manipolato. Le parole veicolano immagini, sensazioni, quindi possono cambiare il modo di pensare e interpretare la realtà. Per questo sono l’elemento base su cui poggiano le rivoluzioni. Basti pensare all’aborto, che non si definisce più omicidio ma salute riproduttiva, oppure al gender, dove il sesso non è più un dato biologico ma psicologico, soggettivo e cangiante. A questo attacco alla ragione attraverso l’uso del linguaggio politicamente corretto ho dedicato il mio ultimo breve saggio, ora in uscita, dal titolo Piccolo dizionario della neolingua. Orwell, da uomo libero quale era, ci ha tracciato la strada per capire questo inganno in cui noi cosiddetti moderni siamo caduti vittime. Il cristiano, oltre a annunciare la Parola, ha anche questo compito: ridare alle parole il loro significato autentico e rifiutare l’utilizzo della lingua per confondere le menti.

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Francesco Avanzini, Umano. Solo umano. Il mistero del linguaggio, Fede & Cultura, 272 pagine, 21 euro

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