Ecco perché siamo tutti Giovanni e Vocogno è la nostra parrocchia

di Fabio Battiston

Con la nuova toccante testimonianza del signor Giovanni – pubblicata su Duc in altum – la vicenda della chiesa di Santa Caterina a Vocogno, di don Secci, don Coggiola e di tutti i loro parrocchiani assume, se possibile, contorni ancor più dolorosi che la stanno trasformando in una vera e propria odissea. Difficile dare un nome ai sentimenti e stati d’animo che, ne sono certo, tutti noi abbiamo provato leggendo la lettera di Giovanni; un grido che idealmente accomuna non solo la sua famiglia ma anche un’intera comunità che si sente oltraggiata, tradita e perseguitata. E questo senza un vero perché! Di questa comunità facciamo parte tutti noi e da noi, oltre alla preghiera, deve arrivare a questi fratelli la nostra vicinanza e solidarietà totali. In questo momento Vocogno è la nostra parrocchia e quei due sacerdoti sono i nostri padri spirituali. Ci chiamiamo tutti Giovanni. Come cattolici dovremmo in primo luogo pregare per il loro vescovo, perché si ravveda e cessi di essere quello in cui si sono trasformati gran parte dei reggitori delle diocesi italiane: solerti vassalli senza più cuore né cervello. “Uomini” che sarebbe meglio apostrofare, come urlò Ivan Karamazov al demone che lo perseguitava, col loro vero nome: vili lacchè! Ma io voglio pregare anzitutto per le vittime di questo scempio: bambini, adolescenti, giovani, uomini, donne ed anziani di qualunque condizione che vogliono ancora avere una speranza. Quella di tornare alla loro casa comune o, comunque, di trovarne una nella quale vivere nuovamente la loro fede autentica.

La vicenda di Vocogno mi ha fatto ripensare a un piccolo racconto che scrissi circa tre anni fa. È una sorta di fiaba distopica che decisi di buttar giù nel pieno della conclusione, a Roma, del sinodo amazzonico. Ricordate? L’inquilino di Santa Marta e i suoi sodali prostrati in adorazione della pachamama nei giardini vaticani. L’ingresso trionfale di quell’orrido simbolo pagano portato a spalla da laici e clero all’interno della Chiesa di Santa Maria in Traspontina, ormai profanata, in via della Conciliazione. Ebbene, il tumulto personale e i sentimenti (non tutti propriamente cristiani) che provai in quei giorni presero corpo in questo racconto. Lo offro come omaggio a Giovanni, ai due sacerdoti ed a tutta la comunità cattolica di Vocogno. La “favola”, infatti, pur se in qualche modo allucinante, termina con una nota di grande speranza (e voglia di resistere).

Il confessionale

L’aria era già afosa in quel sabato pomeriggio romano, nonostante si fosse ancora a fine febbraio. L’ennesimo anticiclone africano fuori stagione stava regalando giornate assolate e temperature prossime ai venticinque gradi.

Massimiliano percorreva la strada che lo avrebbe condotto fino alla sua vecchia parrocchia. Da molti anni non abitava più in quel quartiere ed era ansioso di rivedere la “sua” cara e mai dimenticata Chiesa. Egli era un uomo ormai vicino ai sessantacinque, da sempre cattolico praticante (anche se con alterni momenti di assiduità) e quel pomeriggio aveva deciso di andare a confessarsi; farlo nella Chiesa dove aveva fatto la sua prima comunione lo riempiva d’emozione. Da un bel po’ di tempo però, rispetto alla sua vita di credente, le cose non andavano più molto bene. In quel caldo pomeriggio gli tornava in mente quella stessa strada che percorreva tanto tempo fa per recarsi in Chiesa. Ed un fiume di ricordi e sensazioni gli si affollavano nella mente.

Quelli della sua generazione avevano vissuto da bambini un cattolicesimo diverso da quello che si respira oggi. Eccolo ripensare alle preghiere mariane recitate nel mese di maggio; al catechismo, con quelle domande secche e brevi, ed il fare a gara con gli amichetti per vedere chi rispondeva per primo. La prima comunione, con le sette domeniche di San Luigi. La messa domenicale, quell’intenso profumo d’incenso, le preghiere in latino, il suo inginocchiarsi davanti alla severa figura del sacerdote che gli dava l’ostia consacrata. E quella straordinaria sensazione che nasceva dal pensare: “Mamma mia, sto prendendo Gesù dentro di me!”. Poi la settimana santa che precedeva la Pasqua; la domenica delle palme, la visita ai sepolcri e la messa del giorno della Resurrezione che annunciava anche, come sempre, la primavera.

L’arrivo sul sagrato della Chiesa lo ricondusse alla realtà. Si rendeva conto che quel modo di vivere la fede, forse semplice, ingenuo ma incredibilmente vero, già da anni stava praticamente scomparendo. In poco più di mezzo secolo la sua “Chiesa cattolica, apostolica, romana” aveva – prima pian piano, poi sempre più impetuosamente – cambiato letteralmente pelle. Da questa mutazione stava nascendo qualcosa di estraneo ed angoscioso rispetto alla sua storia, ai suoi valori ed al suo essere credente. Dov’era più quella Chiesa che guardava, trasognato e quasi rapito, coi suoi occhi di bambino?

Entrò, cercando quello che era stato per tanto tempo il suo confessionale, a destra dell’altare principale. Mentre si avvicinava, passò accanto ad una statua della Vergine Maria e, con stupore, notò accanto ad essa una panoplia di oggetti, statuine, ed immagini che non riusciva a riconoscere. Poi lesse una targa e trasalì. Quell’altare laterale, che prima ospitava la sola immagine dell’Immacolata Concezione, oggi era diventato “la Casa del Dialogo”. Vi trovavano posto simboli di cristianità lontane, contaminate (come si dice elegantemente oggi) da culture – anche pagane ed animiste – dell’Africa e del Sudamerica. C’erano preghiere scritte in arabo da fedeli musulmani, nel nome del comune Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. E poi la stella di Davide col candelabro a sette bracci.

Notò poi, con grande sorpresa, che non c’erano più le grandi panche con gli inginocchiatoi; letteralmente sparite. Varie file di comode sedie imbottite, opportunamente distanziate, facevano capire che durante i riti si rimaneva prevalentemente e comodamente seduti.

A sinistra, la sua attenzione fu invece attratta da un grosso manifesto multicolore che informava sugli eventi parrocchiali e liturgici: c’erano i nuovi orari di ingresso alla Chiesa che, tenendo conto delle esigenze di pernottamento e bivacco di un gruppo di trenta migranti, era aperta al culto nei giorni feriali dalle 11 alle 12 e dalle 18 alle 20; c’era l’elenco di tutte le attività che si tenevano in parrocchia, dai corsi di chitarra a quelli di inglese, francese ed arabo. Era inoltre previsto, due volte la settimana, il grande incontro multiculturale tra tutti gli abitanti del quartiere. Alla fine, agape fraterna con degustazione di cibi asiatici, africani e sudamericani. Cercò informazioni sui corsi di catechismo per i bambini e sulle catechesi per gli adulti: non c’era nulla.

Infine, ecco l’informativa liturgica. Tutte le sere alle 18:30 – al posto della recita del rosario (effettuata soltanto ogni primo lunedì del mese alle ore 6:30 del mattino in una piccola cappella adiacente la Chiesa) – si tiene la preghiera interreligiosa tra tutte le diverse fedi presenti nel quartiere. Per quanto riguarda la liturgia cattolica: due messe feriali la settimana (quindici minuti ciascuna) e una messa domenicale “solenne” (aperta comunque a tutti i culti) dalle ore 9 alle 9:30.

Massimiliano sentì un brivido gelido trapassargli tutto il corpo. Passò oltre. Avvicinandosi al confessionale notò che la lampadina sopra di esso era accesa, segno che il confessore doveva essere presente all’interno. Non c’era nessuno. A poca distanza, vide nella penombra la figura di un giovane che, sorridendo, armeggiava su uno smartphone. Forse era impegnato in qualche videochiamata. Aveva i tratti di un sudamericano. Portava un paio di jeans scuri, scarpe da trekking ed una camicetta azzurra, sgualcita, aperta sul davanti.

“Scusi, cercavo il padre confessore. Può chiamarlo per favore?” disse sottovoce Massimiliano.

“Ma sono io!” rispose il giovane quasi sorpreso (e un tantino risentito).

In quel momento Massimiliano riuscì a malapena a notare il collarino bianco, mezzo accartocciato, che spuntava dal colletto della camiciola. Impallidì.

“Voleva dialogare un po’ con me, vicino al confessionale? Prego si accomodi” riprese il sacerdote.

“No… no” rispose confuso Massimiliano “Cercavo un vecchio sacerdote che era qui tanti anni fa, per salutarlo; ma certamente non è più qui…”.

“Ma, aspetti.” Lo interruppe il giovane prete. “Guardi che se è per l’assoluzione, posso dargliela anche così, subito. Il Signore è tanto buono e misericordioso. Lui sa già tutto, senza bisogno che lei mi dica una parola”.

Massimiliano, però, non lo ascoltava più. Si era già voltato incamminandosi lentamente, ma in modo risoluto, verso l’uscita. Il giovane con camicetta sgualcita e scarpe da trekking tentò per un momento di fermarlo, ma si arrestò quasi subito. Scrollò le spalle e si rimise a giochicchiare col suo smartphone.

Prima di uscire, Massimiliano si voltò, come per dare un ultimo sguardo alla sua Chiesa. Piangeva.

Dietro di lui c’era una creatura esile ma con una dignità e autorevolezza straordinarie che trasparivano in ogni suo sguardo, in ogni gesto. Massimiliano però non poteva vederla, né accorgersi della sua presenza. Prima di uscire dalla Chiesa insieme a lui, la creatura si volse verso il sacerdote con le scarpe da trekking. Vide una luce sinistra che avvolgeva quel giovane, una luce che essa conosceva fin troppo bene e che solo i suoi sensi potevano percepire. Ma non se ne curò; sapeva già tutto. Si girò sorridendo, raggiunse l’uomo sulle scale del sagrato e stette qualche istante accanto a lui come per sussurrargli qualcosa.

Massimiliano si ritrovò sulla strada. Camminava senza voltarsi, certo che quella Chiesa non l’avrebbe più rivista, ma la sua angoscia era svanita.

La piccola, luminosa creatura aveva fatto ancora una volta il suo dovere e ne era soddisfatta. Quella fede – semplice, ingenua ma indiscutibilmente vera – era ancora con Massimiliano, immutata ed immutabile, come l’eternità. E di Chiese per tutti i bambini che, come lui, cercavano di rivivere quella fede, ne avrebbe certamente trovate. Ora lo sapeva.

Si sentiva sereno e incredibilmente libero.

 

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