Addio a Cesare Cavalleri. Amico e maestro

Oggi a Milano è morto Cesare Cavalleri. Era il direttore delle edizioni Ares e della rivista Studi cattolici. Aveva ottantasei anni. Il 23 novembre scorso aveva annunciato la sua morte imminente con un articolo sul quotidiano Avvenire, con il quale aveva collaborato fin dalla fondazione, nel 1968. Un articolo scritto a ciglio asciutto, per ringraziare e congedarsi dai lettori.

Mi permetto qui un ricordo personale di Cavalleri, amico e maestro.

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di Aldo Maria Valli

Caro Cesare, poche ore fa sei entrato nell’altra vita, quella eterna, e io scrivo queste righe sul tamburo, come si dice in gergo nelle redazioni per dire che si scrive a caldo, senza nulla di preconfezionato. Avevi annunciato a tutti, con un articolo sull’Avvenire, che ti mancavano pochi giorni alla fine dei tuoi giorni terreni, ma io mi sono rifiutato di scrivere il tuo coccodrillo, altra voce gergale che sta a significare un articolo scritto in anticipo su una persona che sta per andarsene, così da essere pronti a pubblicarlo al momento opportuno. Come si fa a scrivere il coccodrillo di un amico?

Come vedi, caro il mio Cesare, per questa mia letterina sono partito da due termini del giornalismo, e non poteva essere diversamente. Sei stato tu a insegnarmi il mestiere quando mi hai assunto alle edizioni Ares e alla rivista Studi cattolici. Anni Settanta del secolo scorso. Volevo fare il giornalista, lo volevo con tutte le mie forze. Venivo dal settimanale locale della mia città, ero specializzato in cronache di basket e tu mi hai fatto diventare redattore di casa editrice e di una rivista culturale: che salto! Ma che bello!

Stare nella vecchia redazione dell’Ares, in via Stradivari, con i pavimenti di legno che scricchiolavano sotto i passi e i libri che foderavano le pareti, per me era un sogno. Fare libri, scrivere su una rivista ed essere pure pagato! Che cosa potevo desiderare di più? Non so proprio che cosa vedesti in quello sbarbatello che ti si presentò tremebondo, senza arte né parte. Ma ricordo benissimo le tue parole: “Noi qui abbiamo bisogno di gente che abbia voglia di fare. Quindi sei ha voglia di fare sei dei nostri”.

L’Ares e Studi cattolici sono stati per me una scuola. Di rigore, di stile, di pensiero. E tu sei stato il mio maestro. So che molti ti hanno giudicato burbero. Non dico che a volte tu non lo fossi, ma sotto quei baffetti indovinavo un sorriso. Diciamolo: fare il burbero ti divertiva. Come quando, ordinandomi di telefonare a qualcuno, mi dicevi il numero a velocità supersonica e aggiungevi: “Non ripeto!”. E io restavo lì come un allocco, perché il numero non lo avevo memorizzato e non potevo chiederti “me lo ripete?”.

L’ultima volta che sono venuto a trovarti, a Milano, ho visto nei tuoi occhi una serenità che non saprei come definire. Posso dire che eri già altrove? E comunque, anche se eri steso a letto, abbiamo parlato di lavoro, come se fossimo nel tuo studio e ci fosse l’ultimo numero di Studici (noi lo chiamavamo così) da preparare. Ci siamo anche fatti qualche risata (top secret, ovviamente, temi e soggetti presi di mira) e io sono stato molto contento di averti potuto regalare un Gesù Bambino fatto a mano da certe monache mie amiche, e tu hai voluto che sotto la statuetta scrivessi la data e la provenienza.

Non so come dirtelo, caro il mio Cesare, ma non poter più venire a trovarti all’Ares sarà un bel problema. Con una battuta mi aprivi un orizzonte, con due aggettivi ben assestati mi schiarivi le idee su questioni complicate, con una risata delle tue mi aiutavi a sdrammatizzare e a non prendermi troppo sul serio.

Mi sa che adesso, lì in cielo, avrai già convocato una riunione di redazione con tutti gli amici che ti hanno preceduto. Ti vedo lì con Mario, con don Antonio, con la signorina Olimpia, con l’altro Mario. Ricordo che nel salottino della redazione di via Stradivari, con i libri che incombevano da ogni parte, si conversava su tutto e si rideva. Finché tu a un certo punto ti alzavi e dicevi: “Fare, fare, fare”. Eri il comandante. E noi eravamo contenti di farci comandare.

A proposito di fare. Il primo ricordo che ho di te sei tu che in maniche di camicia, ma ovviamente con cravatta e fermacravatta, issato su una scala stai installando mensole in un corridoio della redazione, perché lo spazio per i libri non bastava mai. Quando, sotto i miei passi, il pavimento di legno scricchiola, tu ti volti, mi guardi, scendi dalla scala, infili la giacca, dici “prego” e mi fai cenno con la mano di entrare nel tuo studio. Io avevo vent’anni ed ero l’ultimo arrivato, ma la tua accoglienza fu pari a quella che riservavi ai collaboratori più importanti.

Ora non starò a dire che i tempi sono cambiati eccetera. Lo sappiamo bene che tutto è cambiato. All’epoca, tanto per dire, non c’erano i computer, non c’erano i cellulari. Si utilizzavano rumorosissime macchine per scrivere e si lavorava di cesello. Le bozze venivano corrette a coppie, perché quattro occhi sono meglio di due. Una cura e una minuziosità che non ho più ritrovato altrove.

Vabbè, la sto facendo lunga, scusa. Voglio solo dirti grazie, caro il mio Cesare, maestro e amico. E grazie al buon Dio che ci ha fatto incontrare. È stato bello conoscerti, è stato bello lavorare con te e condividere molte delle tue battaglie. Per me dopo Studi cattolici sarebbero arrivati l’Avvenire e poi la Rai. Ma l’imprinting sulla mia pelle di giornalista è stato il tuo. Sai bene che non siamo sempre stati d’accordo, ma all’Ares e a Studi cattolici ho sempre trovato la porta aperta. Grazie per aver pubblicato il mio primo libro, quando avevo ventotto anni. E grazie per avermi fatto scrivere su Studi cattolici in questi ultimi anni, quando, a causa di certe mie idee, tutte le altre porte si chiudevano. Non lo dimenticherò. Non ti dimenticherò, caro il mio Cesare. E non dimenticherò quello che mi dicesti una volta: “L’unica cosa che conta, alla fine, è l’amore”.

*

Un profilo di Cesare Cavalleri

di Alessandro Zaccuri

Una delle espressioni più caratteristiche di Cesare Cavalleri era «ma per carità!», sempre seguita dal punto esclamativo e con una lieve enfasi sul “per”. Se ne serviva quando, durante la correzione di bozze, incappava in un errore più increscioso del solito oppure quando si nominava un autore che riteneva sopravvalutato o un libro che considerava deprecabile. L’esclamazione era un piccolo pezzo di teatro, quasi un autoritratto del “Cesare”, come lo chiamavano gli amici giocando sull’ambiguità di un nome proprio che implica le prerogative del rango imperiale. Per più di cinquant’anni, dal 1966 fino alla sua morte, avvenuta oggi a Milano, Cavalleri è stato effettivamente il Kaiser pressoché indiscusso delle Edizioni Ares, di cui era diventato direttore dopo la giovanile avventura della rivista veronese Fogli. Oltre che della casa editrice, aveva subito assunto la direzione anche di Studi cattolici, mensile fondato una decina di anni prima, ma che sotto la sua guida si è conquistato una rilevanza sempre più ampia e riconosciuta.

Cavalleri ha onorato il suo incarico fino alla fine, anche durante il lungo congedo annunciato lo scorso 23 novembre con una lettera al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio: «I medici mi hanno graziosamente comunicato che mi restano 9 settimane di vita. Non immaginavo simile conclusione, ma prendo volentieri atto e mi tuffo nella preparazione immediata al grande salto (quella remota è iniziata, con alti e bassi, nell’adolescenza)».

Era stato un destino singolare, quello che da Treviglio – la città in provincia di Bergamo dove era nato il 13 novembre 1936 – lo aveva portato a muoversi con disinvoltura negli ambienti culturali di Milano, sempre protetto dal caustico snobismo da gentiluomo di provincia. «Mi pare evidente che il maggiordomo lo hanno preso a noleggio», lo si sentiva sibilare nel corso di un ricevimento più pretenzioso del dovuto. Della buona borghesia milanese aveva assimilato gusti e passioni: l’entusiasmo per le canzoni di Ornella Vanoni, la curiosità per i dipinti di Tamara de Lempicka, il rispecchiamento nell’etica del lavoro. Non per questo aveva rinunciato alle sue convinzioni di cattolico fieramente ortodosso. Se per scherzo gli si faceva notare che, in fondo, era un po’ modernista anche lui, nell’accezione letteraria riservata ad autori da lui amatissimi (per lui Ezra Pound sopra tutti, a pari merito con il Nobel Saint-John Perse), il “Cesare” trovava immediatamente modo di puntualizzare, così da stornare ogni rischio di equivoco.

Non era un mistero che fosse numerario dell’Opus Dei (le opere di san Josemaría Escrivá de Balaguer sono da sempre un caposaldo del catalogo Ares), né che si fosse laureato in Economia e commercio alla Cattolica di Milano e che per qualche tempo avesse continuato a frequentare l’Ateneo come assistente di statistica: la materia della sua tesi di laurea, eccentricamente dedicata alla ricorrenza fonetica in Leopardi. Di quell’origine vagamente spuria rispetto a tanti altri critici letterari Cavalleri andava orgoglioso, come risulta anche dalla preziosa confessione resa a Jacopo Guerriero nell’autobiografico Per vivere meglio, apparso da La Scuola nel 2018. L’aver praticato fin dall’origine discipline diverse, elaborando in questo modo criteri di giudizio liberi e originali, era la premessa di un eclettismo che gli aveva permesso di occuparsi non solamente di letteratura, ma anche di arti visive, occasionalmente di musica e, per un lungo periodo, di televisione: «Tra tutti – diceva – è l’ambito che conferisce maggior potere».

Collaborava ad Avvenire fin dalla nascita del giornale, il 4 dicembre 1968. Dapprima come critico televisivo, appunto, in seguito destreggiandosi tra una rubrica e l’altra. La più caratteristica rimane probabilmente Persone & parole, le cui puntate sono riunite in quattro volumi usciti da Ares tra il 1989 e il 2008. Con leggerezza costante e occasionale malizia, Cavalleri era riuscito a rinverdire la tradizione dell’elzeviro, dando prova di una felicità di scrittura che si ritrova intatta nelle altre raccolte dei suoi articoli, sempre edite da Ares: le Letture distribuite lungo il trentennio 1967-1997 (il libro è del 1998) gli Editoriali composti per Studi cattolici (2006). Dal 2008 l’appuntamento settimanale con i lettori di Avvenire andava sotto l’insegna di Leggere, rileggere, a conferma di una fedeltà alla letteratura che per Cavalleri non si esauriva nell’esercizio della recensione esigente e, in alcuni casi, della stroncatura memorabile. Esemplari, in questo senso, alcuni interventi sui romanzi di Umberto Eco, un intellettuale che pure Cavalleri aveva frequentato e stimato per via della comune amicizia con Gianfranco Bettetini, ma che non sempre riusciva ad apprezzare come narratore.

La stessa attività di editore era, per lui, un’estensione dell’attenzione critica. Il bestseller Il cavallo rosso di Eugenio Corti, apparso da Ares nel 1983, è la dimostrazione più chiara di una coraggiosa indipendenza imprenditoriale successivamente ribadita attraverso la valorizzazione della figura e della produzione complessiva del grande scrittore brianzolo. Non meno significativa era stata nel 2016 la pubblicazione di L’opera poetica del romano Elio Fiore, che in Cavalleri aveva trovato già negli anni Sessanta l’interprete più tempestivo e persuaso. Ma c’era un’altra dimensione della letteratura che il “Cesare” coltivava con misurata sprezzatura, ed era quella di poeta in proprio.

Ne resta testimonianza in Sintomi di un contesto (Mimesis, 2019), tardiva plaquette nella quale confluiscono testi risalenti prevalentemente, ma non esclusivamente agli anni della formazione. Dovendo però si dovesse indicare un titolo, uno solo, nel quale il critico converge con l’editore e si sublima nel poeta, la scelta non può non cadere su Il libro della Passione del sacerdote cileno José Miguel Ibáñez Langlois, che Cavalleri aveva tradotto, introdotto e pubblicato nel 1986. Quando gli si chiedeva di leggerne ad alta voce un brano, prima si schermiva con il solito «ma per carità», poi apriva il volume, ritrovava il segno e cominciava a declamare questi versi duri e solenni, che grazie a lui avevano preso voce anche in italiano.

Fonte: Avvenire

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L’ultima intervista. Il Natale sulla soglia di Cesare Cavalleri

di Francesco Ognibene

È sempre lui. Anche adesso che i suoi giorni si sono fatti improvvisamente più brevi. Pur molto debole, Cesare Cavalleri ha il consueto sguardo penetrante, non rinuncia alla battuta appuntita, sceglie le parole con cura da orafo, prende fiato soppesando i concetti. Nel letto della casa milanese dove attraversa quel tempo residuo che i medici hanno misurato in poche settimane (ne ha messo a parte i suoi lettori il 23 novembre in un dialogo toccante col direttore Marco Tarquinio) Cavalleri, alla guida da decenni di Studi cattolici e delle Edizioni Ares, riceve comunque i suoi collaboratori per le scelte editoriali, e gli amici che desiderano salutarlo. La voce essenziale, le frasi brevi, ma nella crescente fragilità c’è sempre il desiderio di esprimere la sua originale opinione. E con Avvenire di confidare qualcosa di più personale, ora che il velo che dà sulla vita eterna si è fatto trasparente.

Come vive questo Natale?

È una situazione singolare passare tutte le feste coricato. Non ho dolori specifici, ma una grande spossatezza, segno della malattia. Però Natale è sempre Natale.

Quali sono i suoi pensieri in questi giorni?

Sto pensando agli angeli, naturalmente non me ne faccio un’immagine antropomorfa, non penso a esseri con le ali. Ma in me aumenta la curiosità su cosa sarà dopo. Questo è bello.

Che idea si è fatto su “cosa sarà dopo”?

Non ho nessuna idea precisa, posso solo considerare la gloria di Dio e la sua misericordia. Siamo nelle sue mani, perché il Signore ci vuole bene, da sempre. E quindi non c’è da temere nulla, perché ha in serbo per noi le cose più belle che si possano desiderare.

Vale anche nella malattia?

Dio sa trarre il bene anche dal male, non è facilissimo crederlo, ma è così.

La sua preghiera in questo periodo su cosa si concentra?

Sui ricordi passati. Non devo e non posso fare progetti, sarebbe ridicolo. Ma quando si dice che siamo nelle mani di Dio è una cosa profondamente vera, e quindi siamo tranquilli. Io sono tranquillo.

Nella vita si è sempre sentito nelle mani di Dio?

Direi di sì, ho sempre cercato di stare vicino al Signore, anche con la lotta ascetica. La vicinanza di Dio non l’ho mai messa in dubbio. È questo che mi lascia tranquillo.

C’è qualche ricordo che le affiora alla memoria?

I tanti incontri che hanno inciso nella mia vita, tra tutti quello con san Josemaría Escrivá, la garanzia della bontà e della pertinenza dell’ascetica dell’Opus Dei, con la santificazione della vita quotidiana. Di lui ricordo in particolare la straordinaria capacità di voler bene, di far sentire che ti voleva bene. Da Escrivá ho imparato praticamente tutto.

Lei ha dedicato la vita a Dio, negli altri e attraverso la cultura. Cos’ha ricevuto?

Ho dato la mia vita, sì, e cercando di star vicino al Signore ho ricevuto questa serenità, la sicurezza che sperimento. Il sentirmi in buone mani.

Lei entrò nell’Opus Dei quando aveva 22 anni, come membro numerario, scegliendo cioè il celibato apostolico. Non ha mai avuto ripensamenti?

Non ho mai messo in discussione la mia via, anche per un senso del dovere molto acceso. Ho sempre cercato di fare quello che dovevo, con molta semplicità. Non ho mai avuto la sensazione di fare qualcosa di straordinario. La mia vita si è impostata su questo: stare vicino alle persone, volergli bene, prodigarmi per loro. Il beato Álvaro del Portillo (primo successore di san Josemaría alla guida dell’Opus Dei, ndr) a chi gli chiedeva come si fa a fare apostolato rispondeva che è molto semplice: si tratta di voler bene alle persone, portarle nel cuore. Ci vuole una grande disponibilità, vedere il Signore negli altri, cercando di aiutarli nel loro cammino personale. E questo è molto bello. Abbiamo la responsabilità di essere testimoni per portare gli altri a incontrare Dio: se poi questo accade, è come veder nascere un bambino. È molto emozionante.

Che ruolo ha avuto la fede per un intellettuale come lei?

Non c’è dissidio tra cultura e fede. La mente è una sola, e se l’intelligenza è impregnata di fede non c’è alcun problema nel rapporto tra di loro: diventano un tutt’uno.

Come vede la Chiesa in questo tempo?

Mi sembra come un po’ sbandata perché circola poco amore, ci si preoccupa di grandi questioni sociali necessarie e sacrosante ma ricordiamo che Gesù ci ha detto di andare in tutto il mondo parlando di lui sino ai confini della terra. Il compito indivisibile del cristiano è amare il prossimo portandolo con la propria testimonianza verso l’incontro con Dio. Tutto sommato, poi, è meno complicato di quello che può sembrare… C’è un cammino da seguire per questo incontro: se si cerca lo si trova, e forse si è già trovato. E quindi lo si può comunicare agli altri.

Lei ha dedicato molto impegno per far conoscere e spiegare il magistero della Chiesa e del Papa. Cosa pensa di papa Francesco?

Ubi Pontifex ibi Ecclesia, non c’è Chiesa senza vicinanza al Papa. Sono sempre con il Papa, chiunque sia. Di Francesco apprezzo soprattutto l’approccio così immediato alle situazioni, una novità nella Chiesa: è la sua caratteristica, che corrisponde al suo carattere e alla sua profonda umiltà e disponibilità.

Lei ha guidato una casa editrice cattolica come le Edizioni Ares per tanti anni. Come immagina il suo futuro?

Continuerà a pubblicare libri, come ha sempre fatto. Il libro, da sant’Agostino in poi, è sempre stato un importante veicolo per la fede. Conta leggere libri, e ovviamente farli. Quest’anno abbiamo pubblicato sessanta novità, ho collaboratori bravissimi: porteranno avanti questo progetto. Non ho alcuna preoccupazione. Ho dedicato tutto me stesso anche a Studi cattolici (la rivista mensile nata nel 1956, edita da Ares e che Cavalleri dirige ormai da 57 anni, ndr). Altri la porteranno avanti, nella fedeltà alla sua natura: uno strumento di alta divulgazione che fa da raccordo tra le fonti del sapere e il pubblico dei cosiddetti leader d’opinione. È una lettura che deve richiedere un po’ di fatica, perché senza fatica non si fa niente. Come diceva Karl Kraus: bisogna attenersi al difficile.

Su cosa pensa debbano puntare oggi l’editoria e il giornalismo cattolici?

Oggi vanno molto di moda le emozioni, che però non possono essere separate dalla razionalità. La fede stessa non può ridursi a emozione, è inevitabilmente legata alla ragione. Non può esserci distacco: sono inseparabili. Un buon giornalismo, anche cattolico, deve insistere sulla ragione. Dobbiamo aiutare a pensare, ad andare oltre l’emotività.

Lei ha scritto su Avvenire sin dalla nascita del quotidiano. Cos’è per lei il nostro giornale?

È una parte importante della mia vita, ho cominciato a scriverci nel 1968 e non ho mai smesso: significa qualcosa, evidentemente. In tutti questi anni mi sono anche divertito, divertirsi scrivendo è importante… Avvenire è l’unica voce sicuramente cattolica nel panorama così frastagliato del giornalismo italiano, quindi ha una funzione indispensabile.

Non è che i cattolici stanno perdendo la voglia di leggere?

No, leggono più degli altri. Semmai, per invogliarli a leggere bisogna saper dire sempre cose interessanti. Per esempio, i cattolici hanno il vantaggio di avere terminali in tutto il mondo, una risorsa molto importante di cui nessuno dispone. Possiamo conoscere situazioni, eventi, personaggi che nessun altro è in grado di cogliere come noi.

I social network fanno concorrenza alla lettura di giornali e libri…

Sì, ma in questo aveva ragione Umberto Eco, che diceva che i social servono per commentare mentre per leggere ci vuole comunque la carta. Il giornale esisterà sempre finché ci saranno persone che hanno voglia di capire, di avere un minimo di approfondimento. I social sono i sommari, i libri e i giornali sono i contenuti.

C’è una lettura che reputa imprescindibile?

Un libro veramente indispensabile è stato Cammino, il classico spirituale di san Josemaria. Lo è stato per me, ma credo sia bello e importante per qualunque cristiano. Esprime un’energia così forte che aiuta la conversazione con Dio, e quindi la conversione.

Altre letture decisive per la sua vita?

Tutto il magistero della Chiesa, che è fede incarnata. Se si legge sistematicamente quello che il Papa scrive e dice siamo sicuri di essere sulla buona strada.

E di tutta la sua biblioteca di una vita ci sono libri cui è più affezionato?

Quelli che ho scritto io, ovviamente… Oltre alle raccolte delle rubriche su Avvenire, penso in particolare a uno più personale, Per vivere meglio (conversazione con Jacopo Guerriero, uscito nel 2018 per La Scuola col sottotitolo Cattolicesimo, cultura, editoria, ndr), dove racconto la mia biografia e il mio modo di avvicinarmi alla fede, alle persone e alla cultura.

Un suo messaggio per i lettori di Avvenire?

Leggere, leggere, leggere, non stancarsi di leggere. Scegliere letture che nutrono: se si cercano bene si trovano. In ogni libro c’è qualcosa di utile, quella frase che ti colpisce, che porta sulle vie del bene.

Il libro per eccellenza per un cristiano è il Vangelo: c’è un passo che le è più caro?

Amo molto il Vangelo di Luca, apparentemente il più discorsivo, ma di una profondità incredibile. Nelle sue pagine ti si presenta Gesù come era. La pagina che ho sempre letto con più partecipazione è la vocazione degli apostoli, persone che lasciano tutto non per un’idea ma per l’incontro con una persona. E questo è meraviglioso.

Fonte: Avvenire

 

 

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