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Sulla comunanza di spirito tra san Benedetto, don Luigi Giussani e papa Benedetto XVI / Cenni di amicizia spirituale

di don Giacomo Tantardini

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo su san Benedetto, don Giussani e il cardinale Ratzinger, che, eletto successore di Pietro, ha scelto di chiamarsi Benedetto anche per devozione verso colui che – avendo scritto per sé stesso e i suoi amici, ritenendosi «poco impegnati / nobis negligentibus, una piccola regola per principianti / minimam inchoationis regulam» (Regola, capitolo 73) – è diventato, come Abramo, padre di una discendenza innumerevole.

Vorrei iniziare questi cenni di «comunanza di spirito» (Fil 2, 1) tra san Benedetto, don Giussani e papa Benedetto XVI partendo dalla conferenza del cardinale Ratzinger a Subiaco, il 1° aprile 2005, su “L’Europa nella crisi delle culture”, anche perché proprio a Subiaco, in un piccolo eremo sui monti vicino al Sacro Speco, don Giussani, nei mesi estivi, alla fine degli anni Sessanta, trascorreva giorni di esercizi spirituali con giovani che esprimevano il desiderio di dedicarsi a Dio nel sacerdozio o nella vita consacrata.

Non intendo evidentemente commentare quell’ultima conferenza di Ratzinger da cardinale, la cui chiarezza e semplicità di esposizione rendono a tutti facile sorprenderne la verità e la bellezza. Intendo solo accennare alla posizione umana che quelle parole testimoniano. Un animo, un cuore che l’apostolo Paolo così descrive in una sua frase tra le più citate da don Giussani: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21).

Infatti, da una parte, con tutta franchezza «lo sviluppo della cultura illuminista» viene giudicato «la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’umanità» fino ad affermarsi che «una confusa ideologia della libertà conduce a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà» e «una filosofia, che non esprime la compiuta ragione dell’uomo, ma soltanto una parte di essa, per via di questa mutilazione della ragione non si può considerare affatto razionale». Dall’altra parte, alla domanda «se questo è un semplice rifiuto dell’illuminismo e della modernità», Ratzinger risponde: «Assolutamente no». Non solo perché «il cristianesimo, fin dal principio, ha compreso sé stesso come la religione secondo ragione», individuando «nell’illuminismo filosofico» di quei tempi «i suoi precursori», ma anche perché «è stato ed è merito dell’illuminismo aver riproposto quei valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato questa profonda corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare a una vera conciliazione tra Chiesa e modernità, che è il grande patrimonio da tutelare da entrambe le parti».

Colpisce l’espressione «profonda corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo». Mi sembra che proprio questo sorprendente riconoscimento possa far intravvedere «la comunanza di spirito» tra Ratzinger e Giussani nel concepire e vivere l’esperienza cristiana. Che cosa è infatti l’esperienza cristiana se non l’accorgersi della corrispondenza tra l’avvenimento di Gesù Cristo e le esigenze e le evidenze del cuore dell’uomo? L’avvenimento cristiano, mentre con il suo gratuito porsi evidenzia presunzioni, parzialità e contraddizioni dei tentativi umani, compie in sovrabbondanza ogni umana attesa. Vi è una parola evangelica, forse la più ripetuta da Giussani, che indica questa dinamica: «il centuplo»È stato commovente ascoltare papa Benedetto, alla conclusione dell’omelia nella messa di inizio del suo ministero, ripetere, rivolto ai giovani, questa stessa parola, «il centuplo», per descrivere il proprium dell’esperienza cristiana e della sua esperienza personale. «E ancora una volta il Papa [Giovanni Paolo II] voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita. Amen».

Queste parole così evangeliche («Chi mi segue ha la vita eterna e il centuplo quaggiù» cfr. Mc 10, 29-30) richiamano ciò che il cardinale Ratzinger stesso, nel 1993, presentando Un avvenimento di vita cioè una storia, il libro edito da Il Sabato che raccoglie interviste e conversazioni con don Giussani, definiva come «il confronto con lo spirito dell’utopia». E non si trattava tanto del confronto, pur «decisivo», con le utopie mondane, quanto della «nostra tentazione» (sono parole di Giussani dell’ottobre 1976), cioè la tentazione di noi cristiani, «subito dopo l’intuizione giusta» del fatto cristiano, «di scivolare poco o tanto nel privilegio dato a un progetto».

Il centuplo non è il risultato di un progetto, di un programma. «Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia» diceva ancora Benedetto XVI nell’omelia della messa di inizio del suo ministero. Il centuplo quaggiù, come la vita eterna, ha un inizio, una sorgente «permanente» (ogni parola del primo affacciarsi di Benedetto XVI su piazza San Pietro, che si riempiva di romani che correvano a vedere il nuovo Papa, rimane nella memoria: «Fiduciosi nel suo aiuto permanente»). L’inizio «permanente» è Gesù Cristo, il Signore risorto.

«La Chiesa è viva perché Cristo è vivo, perché Egli è veramente risorto» (Domenica 24 aprile). E domenica 1° maggio, quando, rivolgendosi alle Chiese d’Oriente che celebravano la Pasqua, ha ripetuto con forza «Christós anesti! Sì, Cristo è risorto, è veramente risorto!», è stato bello il battimano immediato che dalla piazza piena di fedeli s’è levato verso quella finestra.
Qui la comunione di mente e di cuore tra san Benedetto, Benedetto XVI, don Giussani e il più piccolo fedele è luminosa e totale.

«Sempre don Giussani ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo» (così il cardinale Ratzinger, nel Duomo di Milano, ai funerali di Giussani). «Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo diritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità» (a Subiaco). E, sempre a Subiaco, il cardinale Ratzinger ha concluso la conferenza citando la frase più bella che san Benedetto ripete due volte nella Regola: «Nulla assolutamente antepongano a Cristo il quale ci potrà condurre tutti alla vita eterna». Qui, capitolo 72: «Christo omnino nihil praeponant». Nel capitolo 4: «Nihil amori Christi praeponere / nulla anteporre all’amore di Cristo».

Quando, da questo permanente prae-ponere / porre prima, si scivola nel privilegio dato a un progetto, a un programma, allora «si produce un lavoro affannoso e logorante, pesante e amaro» (così ancora Giussani nell’ottobre 1976). Di «zelo amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno» parla san Benedetto sempre nel capitolo 72 citato dal cardinale Ratzinger a Subiaco. E nel capitolo 4 scrive: «Zelum non habere», che evangelicamente potremmo tradurre «non preoccupatevi» (cfr. Mt 6, 25-34).

Questo amore di Cristo che sempre viene prima (si tratta del Suo amore: «… stimano che quel bene che è in loro non può essere da loro, ma da Dio e dunque magnificano il Signore che opera in loro», Prologo della Regola), questo sguardo fisso a Lui genera «uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna» (ancora dal capitolo 72 citato dal cardinale Ratzinger a Subiaco). «Ed essere presenza non vuol dire non esprimersi: anche la presenza è un’espressività. L’utopia ha come modalità di espressione il discorso, il progetto e la ricerca ansiosa di strumenti e di forme organizzative. La presenza ha come modalità di espressione gesti di umanità reale, cioè di carità» (Giussani nell’ottobre 1976).

Come è stupefacente, anche da un punto di vista umano, e come è cattolico, anche da un punto di vista teologico, che ogni gesto buono, ogni opera buona sorga e fiorisca sempre da una cosa che sembra come un niente quale è un’attrattiva (L’attrattiva Gesù, titolo di un libro di Giussani, Rizzoli), da una cosa che sembra come un niente quale è uno sguardo (Guardare Cristo, titolo di un libro di Ratzinger, Jaca Book). Così uno è preso per mano e «condotto dal Vangelo / per ducatum Evangelii» (Prologo della Regola). Così, «vedendo Cristo realmente», uno comprende che «incontrare Cristo vuol dire seguire Cristo» (il cardinale Ratzinger ai funerali di Giussani). Così si comprende perché san Benedetto inscriva il «non anteporre nulla all’amore di Cristo» tra «gli strumenti delle opere buone» (titolo del capitolo 4: Quae sunt instrumenta bonorum operum).

Anche l’opera buona per eccellenza, cioè la liturgia, fatta salva la validità dei sacramenti, sarebbe ridotta, sono parole del cardinale Ratzinger, a «celebrazione di sé stessi», a «teatro», se non fosse un «pensare a Lui», un essere «rivolti al Signore». Diventerebbe un formalismo pesante, pesante perché costruita da noi. Perderebbe quella trasparenza di bellezza che (ricordava Ratzinger in uno dei suoi interventi più belli, al Congresso eucaristico di Bologna nel 1997, accennando a un’antica leggenda sulle origini del cristianesimo in Russia), riempì di stupore gli ambasciatori del principe Vladimiro di Kiev quando nella Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli assistettero alla santa liturgia. «Ciò che li colpì fu il mistero come tale, che proprio andando al di là della discussione fece brillare alla ragione la potenza della verità».

Tra gli strumenti per le opere buone san Benedetto pone «il non disperare mai della misericordia di Dio / et de Dei misericordia numquam desperare» (capitolo 4). Conforto per chi, come Benedetto stesso si riteneva («nobis male viventibus», capitolo 73), è povero peccatore.
Tutta la Regola, proprio perché è un semplice e umile lasciarsi guidare dal Vangelo («per ducatum Evangelii»), è esempio mirabile di come «la misericordia di Cristo non suppone la banalizzazione del male» (Ratzinger), di come «dalla misericordia non solo sorge, ma lì si attesta e si salva il filo della moralità» (Giussani).

E avendo come immagine ideale del cristiano chi «sempre ripete ciò che diceva publicanus ille evangelicus / quel pubblicano del Vangelo» (capitolo 7), la Regola è la proposta chiara, breve, concreta, innanzitutto dei comandamenti di Dio, che con realismo insuperato Benedetto elenca all’inizio del capitolo 4, e quindi di precetti che indicano ciò che è da compiere e ciò che è da evitare nelle varie circostanze della vita. Proprio perché «la prima cosa / in primis» da fare è «pregare con una domanda di ogni istante (istantissima oratione) Colui che porta a termine ogni opera buona che si inizia» (Prologo); proprio perché «lo strumento più efficace da usare», per esempio nei confronti di un fratello peccatore, è «la preghiera perché il Signore, che può tutto (qui omnia potest), operi la salvezza» (capitolo 28), i comandamenti e i precetti sono proposti senza eliminare o svuotare nulla.
«Non c’è niente di più realistico di affermare i principi giusti con fedeltà. E il tempo produrrà il cambiamento. E il cambiamento avverato sarà sufficiente per testimoniare il miracolo di Dio in noi. E questa fedeltà nel ripetere i principi giusti, chi l’ha anche solo un poco provata, sa che mortificazione è» (Giussani).

L’alternativa al moralismo che condanna (gli altri) sta nel ripetere ciò che è bene e ciò che è male insieme alla domanda a Colui che può tutto. Questo ri-petere, questo ri-domandare «sempre, senza stancarsi» (Lc 18, 1) è la cosa più semplice e più umile che possiamo fare, ed «è proprio di coloro che non hanno nulla di più caro di Cristo» (capitolo 5 della Regola).

Per questo vorrei concludere questi cenni dicendo grazie a chi, due mesi prima di essere eletto papa, ha accettato di scrivere l’introduzione a un piccolo libro di preghiere che contiene anche quali e quante cose si richiedono per fare una buona confessione.

«Sono molto contento perciò che 30Giorni faccia una nuova edizione di questo piccolo libro contenente le preghiere fondamentali dei cristiani maturatesi nel corso dei secoli. Ci accompagnano lungo tutte le vicende della nostra vita e ci aiutano a celebrare la liturgia della Chiesa pregando. A questo piccolo libro auguro che possa diventare un compagno di viaggio per molti cristiani. Roma, 18 febbraio 2005. Cardinal Joseph Ratzinger».
Grazie.

Fonte: 30giorni.it n. 5, 2005

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Sopra al titolo, Incredulità di Tommaso, Maestro trecentesco del Sacro Speco, Chiesa superiore, Subiaco

 

Aldo Maria Valli:
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