Sul fallimento totale dell’ermeneutica della continuità

Renaissance catholique

Negli ultimi tempi si è parlato molto di Benedetto XVI. Se la grande stampa ha ricordato che quando era il garante della dottrina gli fu attribuito il titolo di Panzer Kardinal, i media più conservatori lo hanno salutato come l’architetto della pacificazione liturgica, l’uomo che ebbe il merito di pubblicare il motu proprio Summorum Pontificum. Ma forse si dimentica che con la sua morte si è voltata una pagina della storia della Chiesa, poiché con lui è scomparso l’ultimo grande protagonista del Vaticano II. Nessuno degli ultimi sei padri conciliari sopravvissuti, su duemilacinquecento, ebbe un ruolo paragonabile a quello di Ratzinger. Egli partecipò ai lavori come perito teologico dell’arcivescovo di Colonia, Joseph Frings, e in molte occasioni prestò la sua penna all’importante prelato. Con Joseph Ratzinger è scomparso anche l’ultimo cardinale nominato sotto Paolo VI, una figura chiave che prese parte alle grandi decisioni papali dell’ultimo mezzo secolo, uno dei protagonisti più eminenti della Chiesa contemporanea, il cui ruolo fu di applicare le decisioni dei padri conciliari e di interpretarle.

Un’evoluzione innegabile

Tuttavia, un certo disagio emerse a un certo punto all’interno di questo lungo percorso che portò Benedetto XVI dall’iniziale entusiasmo per l’aggiornamento negli anni Sessanta alla consapevolezza degli eccessi post-conciliari negli anni Novanta e Duemila. In origine, l’uomo che emerse dall’oscurità per diventare il braccio destro del riformista cardinale Frings aspirava a un cambiamento nella Chiesa. In particolare, scrisse al cardinale Ottaviani una lettera fortemente critica nei confronti del funzionamento del Sant’Uffizio e una bozza di testo conciliare sulle fonti della Rivelazione, che preparò con padre Karl Rahner. Collaborò con i padri Yves Congar e Hans Küng nella redazione di Concilium prima di entrare nel comitato di Communio, riviste d’avanguardia particolarmente critiche nei confronti della Curia. Fu persino chiamato da Küng a insegnare per qualche tempo all’Università di Tubinga.

È evidente che negli anni Sessanta e Settanta ci fu una rottura nella vita di Joseph Ratzinger, e non è un caso che l’uomo che fu un riformatore sia stato poi percepito come un conservatore. All’inizio desideroso di aprire la Chiesa al mondo, cercò in seguito di limitare i danni nati da questo orientamento, fino a condannare, a nome della Congregazione per la dottrina della fede, alcuni dei suoi colleghi teologi. Egli stesso confidò nelle sue varie opere di essere stato scosso dalla crisi del 1968, quando molti dei suoi compagni di viaggio si persero nei meandri dell’eterodossia.

Il resto della vita di Benedetto XVI fu impegnato nel riparare i danni del progressismo più radicale. La carica di prefetto del dicastero erede del Sant’Uffizio lo spinse a mettere in guardia dagli errori del tempo presente, così non esitò a denunciare che nella seconda metà del XX secolo lo spirito del mondo si impadronì delle file cattoliche. Nel 1983 pubblicò una dichiarazione di condanna della massoneria e l’anno successivo un’istruzione che mise in guardia dalle pericolose deviazioni della teologia della liberazione. Nel 2000, con la dichiarazione Dominus Iesus, ricordò che “così come c’è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola sua Sposa: una sola Chiesa cattolica e apostolica” (n. 16) contrastando direttamente le aperture della dichiarazione conciliare Nostra aetate.

Un Concilio sbagliato?

Per quanto oneste siano state le sue osservazioni sui frutti del periodo postconciliare, il coinvolgimento di Joseph Ratzinger nei lavori del Concilio e l’autorità del Vaticano II resero impossibile per lui interrogarsi a fondo in proposito. Per mettere d’accordo passato e presente, sviluppò dunque la tesi del Concilio tradito, un Concilio le cui intenzioni buone erano state deviate, un Concilio che non volle i danni che ne seguirono ma fu dirottato dai media. Questa la spiegazione che più volte presentò nei suoi interventi.

Probabilmente non tenne sufficientemente conto del fatto che le riforme del Vaticano II sono state attuate non dai giornalisti ma, all’interno delle diocesi, dai vescovi che sapevano bene che cosa avevano votato nell’aula conciliare.

In un certo senso, questa visione ricorda la tesi liberale che predominò nella storiografia della Rivoluzione francese nel XIX secolo, a opera di François Auguste Mignet o Adolphe Thiers. La loro idea era che la Rivoluzione, buona agli inizi e virtuosa nelle intenzioni, era infine degenerata con il Terrore perché le masse popolari avevano tradito i nobili ideali delle élite borghesi. Le scuole repubblicane e controrivoluzionarie contrastarono questa visione sottolineando che la Rivoluzione costituiva un blocco le cui sanguinose conseguenze erano in atto già dall’estate del 1789. Certo, il Vaticano II non versò sangue come la ghigliottina, ma il cardinale Suenens, figura eminente del Concilio, secondo il quale “il Concilio fu il 1789 della Chiesa”, non negherebbe l’analogia con la Révolution.

Sembra però che ora il successore di Benedetto XVI stia dando una risposta netta all’equilibrismo di Ratzinger, tutto teso ad armonizzare le diverse scuole di pensiero.

Un’opera di giustizia incompleta

All’interno dell’opera di conciliazione attuata da papa Ratzinger troviamo anche il desiderio di riparare alla condanna dei tradizionalisti. Dopo aver partecipato ai colloqui tra la Santa Sede e l’arcivescovo Lefebvre, egli si sforzò, fin dall’inizio del pontificato, di revocare le condanne che gravavano sia sulla Messa tridentina sia sulla Fraternità San Pio X. Disapprovava la mano pesante con cui erano stati imposti i divieti e c’era in lui una preoccupazione di giustizia secondo cui era necessario un risarcimento. “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso”: così scrisse ai vescovi di tutto il mondo (Lettera in occasione della pubblicazione di Summorum Pontificum).

Per quanto riguarda la questione liturgica, si può addirittura affermare che questo fu il punto rispetto al quale avviò la retromarcia più marcata. Nella lettera del 2003 al dottor Heinz-Lothar Barth spiegò che l’accostamento di due riti poteva essere solo temporaneo e che alla fine si sarebbe dovuti tornare alla tradizione del rito antico, come se si fosse reso conto, senza dichiararlo esplicitamente, dei limiti della riforma: “Credo tuttavia che, a lungo termine, la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per I vescovi e per i preti è difficile da gestire in pratica. Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido…”.

Resta comunque un mistero il motivo per cui Benedetto XVI non si preoccupò mai di celebrare la Messa tradizionale da papa. Se lo avesse fatto, avrebbe confermato le sue intenzioni.

Circa gli altri temi su cui il Concilio ha innovato, come i fini del matrimonio, la collegialità, la libertà religiosa e l’ecumenismo, Benedetto XVI avallò le riforme fino a perseguire il dialogo interreligioso e non esitando a rinnovare il famoso incontro di Assisi, pur giudicato una delle espressioni più discutibili del pontificato del suo predecessore. Sul tema dei principi fondanti della cattolicità, egli giustificò l’abolizione degli Stati cattolici, voltando le spalle al principio della regalità sociale di Cristo così come era stato inteso per quindici secoli. Eppure è proprio questo principio degli Stati cristiani che in origine ci consentì di uscire dall’epoca delle persecuzioni, di evangelizzare il mondo, di costruire campanili in tutti i villaggi nati sotto il dolce giogo del cristianesimo. Ed è proprio la sua abolizione che sta dando origine a un relativismo segnato da una generalizzata scristianizzazione delle società e da una galoppante disaffezione per le chiese. Mantenendo vivi e attivi i principi del Concilio, c’è quindi motivo di temere che le loro conseguenze più disastrose, come le abbiamo viste negli ultimi sessant’anni, continueranno a operare all’interno della Chiesa.

Per quanto riguarda gli sforzi di conciliazione, la risposta è stata data da papa Francesco stesso. Chiedendo l’abbandono completo del messale tradizionale nel prossimo futuro, e convocando un sinodo sulla sinodalità per rendere impossibile il ritorno al passato, l’attuale pontefice vuole distruggere definitivamente il principio dell’ermeneutica della continuità che è fallito il giorno in cui Benedetto XVI vi ha rinunciato. Invece di cercare tale continuità, l’attuale papa sta facendo leva sulla rottura, che sta diventando percepibile in tutti i settori della Chiesa. Tutto ciò che è radicato nella tradizione viene deriso, presentato come sclerotico, accusato di clericalismo, immobilismo e “indietrismo”. E tutti i cambiamenti e gli sconvolgimenti sono giustificati non certo in nome della Tradizione della Chiesa, sinonimo di permanenza, ma in nome del Vaticano II, simbolo di creatività.

È questa epoca di tabula rasa, iniziata sessant’anni fa, che deve essere interrotta. Ora non resta che pregare affinché un papa, definitivamente liberato dal Concilio e dalle questioni a esso legate, sia in grado di scrivere una nuova pagina della Chiesa, riaffermando i principi eterni del cattolicesimo.

Fonte: renaissancecatholique.fr

 

 

 

 

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