Nuova Messa e nuova teologia / Ma allora il prete a cosa serve?

di Rita Bettaglio

Qualche settimana fa il cardinale Roche, prefetto della Congregazione del culto divino, si è profuso in un’affermazione che conferma ciò che ogni cattolico minimamente attento a cosa accada nelle chiese ha capito da tempo.

Parlando alla BBC, il principe della Chiesa ha detto: “Voi sapete che la teologia della Chiesa è cambiata. Prima il prete rappresentava, a distanza, tutte le persone. Esse erano canalizzate, per così dire, attraverso questa persona che da sola celebrava la Messa. Non è solo il sacerdote che celebra la liturgia, ma anche coloro che sono battezzati con lui. E questa è un’affermazione enorme”.

Ci sia concesso svolgere alcune elementari riflessioni su queste parole.

Capo primo: Roche dice il vero? Questo cambio di teologia è ufficiale o hanno avvelenato i pozzi e continuano a dire che è acqua buona?

Se dice il vero, trema tutta la teologia cattolica e hanno ragione monsignor Lefevbre e i cardinali Ottaviani e Bacci a dire che il Novus Ordo non è più la Santa Messa cattolica. “Un rito bastardo”, lo definì Lefebvre nella celebre omelia di Lille, 29 agosto 1976. Non in senso meramente dispregiativo, ma per significare la commistione di elementi cattolici e non cattolici, una sorta di meticciato liturgico e teologico.

“Questa unione voluta dai cattolici liberali fra la Chiesa e la Rivoluzione è un’unione adultera! E da questa unione adultera non possono venire che dei bastardi. E chi sono questi bastardi? Sono i riti. Il rito della nuova messa è un rito bastardo”. Così monsignor Lefevbre nel 1976.

Ma Roche è andato ben oltre. Se ciò che ha detto rappresenta il pensiero della Chiesa e del Papa, la Messa di Paolo VI non è un rito meticcio, ma è il frutto di un cambiamento sostanziale della teologia riguardo al mistero centrale della nostra fede, la Santa Messa.

Chiedo venia: mi accorgo che quanto ho appena scritto potrebbe non essere più vero nella nuova teologia. Mi si perdoni: evidentemente sono rimasta al Catechismo. Ma non credo di essere la sola.

Il prefetto del Dicastero per il culto divino (ma meglio sarebbe dire “umano”) sostiene che “non è solo il sacerdote che celebra la liturgia, ma anche coloro che sono battezzati con lui”. Allora che valore ha e che senso ha il sacerdozio cattolico? Se la transustanziazione (ma esisterà ancora?) avviene col concorso dei fedeli, a che servono i preti? Perché Gesù li ha istituiti nel giovedì santo? Perché ha detto tutto ciò che ha detto circa il legare e sciogliere, rimettere e non rimettere i peccati, fare questo in memoria di me eccetera? Duemila anni di fede, di teologia cattolica, non solo crollano ma si rivelano inutili, aria fritta.

La storia della Chiesa, però, dimostra l’esatto contrario di quanto vanno dicendo Roche e i suoi. E, come si dice, contra factum non valet argumentum.

La storia della Chiesa dimostra, attraverso il Magistero infallibile, i Concili dogmatici, la schiera dei santi, l’evidente bene delle anime, che il sacerdozio cattolico è la colonna portante della Chiesa e che solo il sacerdote ordinato può, in persona Christi, rinnovare sull’altare il Sacrificio del Calvario. Non ci sono storie, se siamo nella Chiesa cattolica.

Se, invece, vogliamo inventare una nuova religione, basata su di una nuova teologia, liberissimi di farlo, ma fuori dalla Chiesa cattolica. Lascino, questi fulgidi novatori (a dire il vero piuttosto flaccidi e opachi), incarichi prestigiosi, cardinalato, privilegi e prebende e si mettano sul mercato delle religioni (o, meglio, delle sette). Vedremo cosa sortiranno e se riusciranno a piazzare il loro prodotto, il loro personale Ceratom.

Per intanto noi continuiamo a credere nella fede dei nostri padri, nella Presenza Reale, nel Santo Sacrificio della Messa, nei Sacramenti d’istituzione divina, nella Vergine Santissima, immacolata Madre di Dio, in tutto ciò che professiamo nel Credo.

Lex orandi, lex credendi: Roche lo conferma, finalmente. Però egli non crede ciò che la Santa Chiesa ci propone a credere. Come la mettiamo?

Noi dalla Chiesa non ce ne andiamo, perché extra Ecclesia nulla salus. Però la pensiamo come il vecchio Antonio, di guareschiana memoria.

“Che mondo! ha ridacchiato Antonio. I preti non ce la fanno più a dire la Messa da soli e vogliono farsi aiutare da noi! Ma noi dobbiamo pregare, durante la Messa!”.

“Appunto, così pregate tutti assieme, col prete”, ha tentato di spiegare lei. Ma il vecchio Antonio ha scosso il capo: Reverendo, ognuno prega per conto suo. Non si può pregare Dio in comuniorum. Ognuno ha i suoi fatti personali da confidare a Dio. E si viene in chiesa apposta perché Cristo è presente nell’Ostia consacrata e, quindi, lo si sente più vicino. Lei faccia il suo mestiere, Reverendo, che noi facciamo il nostro. Altrimenti, se lei è uguale a noi, a che cosa serve più il prete? Per presiedere un’assemblea sono capaci tutti. Io non sono forse il presidente della cooperativa dei boscaioli?”.

Prosit.

 

 

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