Metafisica del Grande Reset

di Armando Savini

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Nel precedente articolo, Le radici del Grande Reset. Da Malthus a Bergoglio, abbiamo esaminato le dinamiche perlopiù economiche, politiche sociali del Great Reset, domandandoci se la ragione delle politiche di depopolamento e deindustrializzazione non fosse da ricercare nell’ordine metafisico. Per quanto il mondo del pensiero filosofico e dell’azione possano sembrare distinti e distanti, in realtà sono misteriosamente connessi. Le azioni derivano dai giudizi e questi derivano dalla propria visione del mondo. L’economia e la finanza, benché per molti, immersi nel materialismo, costituiscano le mete finali, per altri sono solo gli strumenti per perseguire obiettivi di ordine metafisico, condizionato da alcune credenze e visioni del mondo. Nelle società contemporanee, narcotizzate dal meccanicismo e dal linearismo, tutto ciò che è intangibile viene relegato nell’indifferenza e etichettato come “oppio dei popoli”. In realtà è proprio il materialismo e, soprattutto, il meccanicismo che alienano le persone dalla realtà, astraendole da ogni visione metafisica. Perché l’economia possa porsi al servizio dell’umanità, è necessario in primo luogo sapere chi è l’uomo (antropologia), ma questo è possibile comprenderlo solo alla luce della metafisica. Il mondo delle idee si contende tra due roccaforti, due diversi paradigmi interpretativi della storia universale, che si fondano su due opposti giudizi sull’essere. In questi ultimi tempi stiamo assistendo allo scontro finale, a una guerra ideologica senza esclusione di colpi tra pensiero ortodosso e pensiero gnostico, tra la civiltà cristiana e quella che molti hanno definito la civiltà dell’anticristo, figura emblematica che ho già esaminato nel mio ultimo libro: L’ultimo anticristo. Identikit dell’uomo più diabolico della storia secondo le profezie antiche e moderne.

Complessità e controllo

Il capitalismo deve sopravvivere ad ogni costo, anche al costo di abbattere quei sistemi liberal-democratici che lo hanno sostenuto e sostentato in tutti questi anni. Il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di cambiare organismo ospite, allo stesso modo in cui la gnosi penetra ogni forma di pensiero contaminandola dall’interno. Ma perché il capitalismo dovrebbe abbandonare il sistema liberal-democratico, instaurare una dittatura mondiale e depopolare il pianeta per la propria sopravvivenza? La risposta ce la forniscono gli stessi modelli liberisti, fabbricati dalle superbe menti lineari che credono – illusoriamente – di poter controllare la realtà non lineare, molto più complessa dei loro astrusi pensieri. “Infermi onnipotenti” intenti a forgiar trappole analitiche al solo fine di dominare il mondo, prevedendone gli stati futuri in vista della massimizzazione del profitto. Parafrasando Edgar Morin, possiamo dire che l’obiettivo del grande Kapitale internazionale consiste nello scartare come epifenomenico tutto ciò che non rientra nel suo schema semplificatore. Se il mondo è complesso, tanto peggio per il mondo: lo semplifichiamo, riducendolo ai minimi termini. Standardizziamo le persone facendone degli anonimi consumatori, gli imponiamo degli algoritmi, restringiamo le loro libertà e condizioniamo la loro volontà, facendo loro credere di essere ancora liberi. Li depotenziamo socialmente e li potenziamo tecnologicamente, rendendoli degli automi. Ma non basta. Per ridurre la complessità è necessario rompere le relazioni, perché sono queste che rendono un sistema sociale superiore alla somma delle sue parti, e quindi un sistema complesso. Dati sette miliardi di individui, se li rendiamo tutti uguali, liquidi e asettici, avremo ridotto il numero di variabili nel sistema di equazioni, rendendo tutto più facile da prevedere e controllare ai fini della speculazione, che è il fattore determinante l’instabilità del capitalismo.

Deindustrializzazione per accrescere i tassi di profitto

Il processo di accumulo del capitale non deve mai venir meno e affinché questo sia possibile è necessario che la produzione non cresca troppo, a causa della produttività marginale decrescente del capitale, che Keynes chiamava efficienza marginale del capitale, altrimenti conosciuta come tasso di rendimento netto atteso o saggio di profitto netto sul costo del capitale. Ebbene, al crescere degli investimenti diminuisce il tasso di profitto e questo a lungo andare frena il processo di accumulazione di capitale, che è il cuore del turbocapitalismo. Per continuare ad accumulare capitale a ritmi sostenuti, l’élite finanziaria dominante ha cercato di distruggere un sistema e di crearne un altro in cui “orientare” i mercati verso nuove soluzioni e investire prontamente nei nuovi mercati vergini, dove il monopolio non lascia spazio ai competitori e i tassi di profitto sono sensibilmente più alti. Se infatti nel mondo ci fossero poche grandi imprese al posto di tante piccole imprese, i loro tassi di rendimento interno atteso sarebbero molto più alti. Questo perché il processo di accumulo del capitale che tende all’infinito si muove in un mondo finito. Già David Ricardo dimostrava che il saggio di profitto è uguale al rapporto tra produttività e salario meno l’unità. Ciò vuol dire che esiste una relazione inversa tra saggio di profitto e salario unitario. Finché la produttività supera il salario di sussistenza c’è profitto, ma con la crescita dei salari (dovuta ad una maggiore forza contrattuale indotta dall’accresciuta occupazione) il tasso di profitto tende a zero. Di qui la caduta del saggio di profitto, che può essere compensata dall’innovazione tecnologica e dalla contrazione occupazionale e salariale per mezzo della deflazione o di qualche lockdown.

Monopolio e governo

La teoria economica insegna che in concorrenza monopolistica, se l’azienda decide la quantità da produrre, il prezzo lo fa il mercato, per cui la curva dei ricavi, dopo un certo livello di produzione, comincia a decrescere. In un’economia di mercato, i grandi oligopolisti non possono controllare e la quantità e il prezzo, a meno che i Governi non eroghino un salario universale di pura sussistenza e obblighino la popolazione a consumare dei prodotti al prezzo definito dalle case produttrici (e.g. farmaci). Ecco a cosa serve il Great Reset, ecco il motivo della quarta rivoluzione industriale, per cui l’uomo diventa un fattore di produzione ad alta tecnologia incorporata, un bene capitale hi-tech in serie limitata, costretto a consumare le carrube gettate dai tiranni. Non è un caso che Blackrock abbia spinto i mercati verso l’ESG (Environmental, social, and corporate governance) come nuova forma di business. Il CEO di Blackrock, Larry Fink, ha dichiarato: «Il cambiamento climatico è diventato un fattore determinante per le prospettive a lungo termine delle aziende… siamo sull’orlo di un riassetto fondamentale della finanza. Nel prossimo futuro – e prima di quanto molti prevedano – ci sarà una significativa riallocazione del capitale… Il rischio climatico è un rischio di investimento”. “Ogni governo, azienda e azionista deve affrontare il cambiamento climatico» (QUI).

Ma questo è solo un obiettivo intermedio che guarda verso quello finale, di carattere squisitamente metafisico.

La supremazia delle élite e il tiranno illuminato

Metafisica, politica e economia sono più legate di quanto si possa credere. Ce lo conferma l’ex venerabile maestro Giuliano Di Bernardo, nel suo libro Il futuro di Homo Sapiens. Qui spiega il motivo per cui per salvare il capitalismo si debba abbandonare il sistema liberal-democratico, depopolare il pianeta e instaurare un unico governo mondiale guidato da quello che lui chiama l’«Uno-dio». In questo mondo dovrebbero esistere uomini-dèi e uomini-uomini, e questi ultimi sarebbero asserviti totalmente all’Uno-dio e alla sua stretta cerchia di saggi, grazie al 5G, all’intelligenza artificiale e alle emergenze pandemiche. Scrive Di Bernardo: “Le tecnologie connesse con l’intelligenza artificiale, la comunicazione 5G (e successivi) e Internet conferiscono, a coloro che ne hanno il controllo, un immenso potere. Quando il potere tecnologico sarà asservito a quello politico, chi governa la politica potrà farne un uso incondizionato per la realizzazione dei suoi fini. La Cina detiene la tecnologia del 5G, che la pone non solo in una posizione di privilegio e di dominio rispetto agli altri paesi, ma è anche un formidabile strumento per il controllo sociale. Coloro che detengono il potere hanno, inoltre, l’esclusivo uso delle innovazioni scientifiche e tecnologiche. I governanti cinesi hanno dimostrato che l’ideologia capitalistica della crescita economica può attecchire anche in un paese la cui forma di governo è dittatoriale. La conseguenza di ciò è che il trinomio liberalismo-capitalismo-democrazia viene infranto e la democrazia non appare più come l’unica forma di governo che lo sorregge. Il capitalismo è così svincolato dal trinomio e assurge a strumento che può essere usato in ogni forma di governo. Ciò significa che, anche se nel futuro il liberalismo e la democrazia cessassero di esistere, il capitalismo potrebbe sopravvivere loro. Si tratta di vedere, a quel punto, se il capitalismo sarà funzionale alla società globale. Solo il governo dell’Uno può controllare, in maniera efficace e totale, le azioni degli individui nella società. Per fare ciò, ha a sua disposizione potenti strumenti tecnologici, come l’intelligenza artificiale, internet e la rete di comunicazione del 5G. Il Covid-19 è stato l’occasione per far conoscere a noi occidentali come viene esercitato il controllo sociale in Cina. È sufficiente un esempio. Quando un individuo risulta positivo al virus, le autorità sanitarie possono entrare nel suo cellulare e tracciare i suoi movimenti. Se è stato su un treno, si individuano tutti coloro che hanno viaggiato con lui e s’impone loro la quarantena. E così via. Per esercitare il controllo sociale, la Cina non ha bisogno del sostegno di altri poteri, come quello delle religioni. La scienza e le sue applicazioni tecnologiche le forniranno tutto ciò di cui essa ha bisogno per raggiungere lo scopo”.

Alla domanda di un giornalista su chi fosse il suo prototipo di tiranno illuminato, Di Bernardo ha risposto: «Se proprio devo fare un nome, direi il Papa». Era il 22 febbraio 2016.

La radice del male

Quello che l’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia vede come un “mondo paradisiaco” presenta alcuni elementi caratteristici di una tipica visione del mondo. Ogni volta che incappiamo in un sistema incentrato sulla supremazia delle élite, che opera in modo segreto e antistorico, che disprezza il mondo materiale in cui è stato gettato – come anche le masse che lo popolano – e propugna un ritorno a mitiche origini divine, a un tutto indifferenziato, mediante un’illuminazione mistica, appannaggio dei soli illuminati o pneumatici, ci troviamo innanzi allo spirito della gnosi. Qui, solo i migliori si salvano, solo gli eletti si liberano dal peccato, compiendo il male per vincerlo e ritornando a essere ciò che erano prima di essere gettati nella materia: dei. A essi possono accompagnarsi alcuni tra gli psichici, cioè, di quelli che, non essendo divini, possono, però, prestarsi ai disegni degli pneumatici. Poi, ci sono gli ilici, che costituiscono – al dire degli pneumatici – la stragrande maggioranza dell’umanità. Gli ilici sono i terreni, i materiali(sti), gli irredimibili, gli sconfinati abissi di impetuose passioni e d’ogni infimo vizio, traboccanti d’avidità, invidia, accidia, odio, cattiveria e ogni sorta di bestialità. Per costoro non ci può essere salvezza – appannaggio dei soli eletti – ma solo perdizione. Costoro non potranno mai conoscere la verità e per questo devono sottostare alle regole imposte dagli illuminati.

Il mondo delle idee si contende tra due roccaforti, due diversi paradigmi interpretativi della storia universale, che si fondano su due opposti giudizi sull’essere. Da una parte emerge il concetto di essere interpretato come partecipazione; dall’altra come caduta. Scegliere l’uno o l’altro cambia l’intera visione del mondo e della politica, in quanto le azioni dipendono dai giudizi, e questi si formulano in base ai propri principi filosofici. La natura della conoscenza scorre lungo un continuum tra il pensiero ortodosso e il pensiero gnostico. L’epistemologia (il rapporto tra l’osservatore e la realtà) è contesa in un incessante e logorante tiro alla fune. Quando insegnavo metodi di ricerca per il business, invitavo spesso i miei studenti alla lettura del testo di Colin Fisher, Researching and Writing a Dissertation: A Guidebook for Business Students, un libro eccezionale, che così sintetizza le differenze tra il paradigma ortodosso e quello gnostico (cfr. p. 16):

Paradigma ortodosso Paradigma gnostico
Esiste una verità oggettiva La verità è soggettiva
La verità è semplice e trasparente La verità è nascosta
La verità è un insieme organico di conoscenze La verità si guadagna con la lotta personale
Conformità e obbedienza Sfida e diversità
Linguaggio trasparente Il linguaggio è ambiguo

Se la verità è oggettiva, essa non potrà che essere il frutto della naturale convergenza di più processi conoscitivi che partono da diverse ipotesi iniziali. La trasparenza del linguaggio, la conformità e l’obbedienza al metodo scientifico fanno sì che un esperimento possa essere ripetuto ovunque da chiunque nelle medesime condizioni. Questo comporta che la scienza per essere tale deve essere democratica e basarsi sull’osservazione di leggi precise. Diversamente, un linguaggio ambiguo, la non conformità e l’inosservanza delle regole non permettono la convergenza, ma alimentano l’opinione, che tende sempre più a cristallizzarsi in una verità soggettiva che si scontra con le altre, fino al dominio di una su tutte le altre. È questa la via del dogmatismo, cioè, di una verità soggettiva imposta che va a coprire la verità oggettiva. La possibilità di passare da un approccio realista (approccio con cui cerchiamo di conoscere il mondo pur riconoscendo che questo sia influenzato dalla nostra soggettività) ad uno ermetico/esoterico (per cui la conoscenza è incerta e il suo legame con la realtà è nascosto) è sempre dietro l’angolo. Il rischio di oltrepassare il perimetro della scienza e scivolare nei meandri del dogmatismo scientifico è sempre imminente, dal momento che sono in campo due diverse visioni che si contendono il mondo da sempre. Anche la politica ne resta intimamente influenzata, con buona pace dei materialisti. A certi livelli, nessuno è materialista e ognuno deve scegliere da che parte stare. Il materialismo è il vero oppio dei popoli. Molti credono che la politica e, soprattutto, la geopolitica siano mosse esclusivamente dai rapporti di forza economici e che tutto il resto sia sovrastruttura. In realtà è vero l’esatto contrario e la situazione geopolitica odierna ne è la dimostrazione. La crisi ucraina non è che l’espressione di una guerra ideologica, spirituale e mentale, tra la visione ortodossa e quella gnostica. La prima difende la dignità di ogni persona, l’altra la dignità di pochi. Dal punto di vista geopolitico, nel primo caso si cerca di implementare un equilibrio internazionale dove la diversità è una ricchezza da salvaguardare, nel secondo caso, invece, si cerca di mantenere un ordine incentrato sull’egemonia dei pochi su molti, sullo sdoganamento dell’immoralità, sul depauperamento dell’umano e il potenziamento dell’ibrido, e che si manifesta principalmente attraverso il Grande Reset e le sue varianti. La radice del male, che alimenta il turbocapitalismo transumanistico, le politiche di depopolamento e la deindustrializzazione sotto l’egida di un aberrante ecologismo, trae la sua linfa dall’humus della gnosi.

 

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