Baciando s’impara. Ovvero la mirabolante carriera di Tucho besame mucho

Mi dice un amico argentino: “Conosco Bergoglio e so quanto sia disinteressato alla dottrina cattolica. Ma non avrei mai immaginato che avrebbe osato mettere a capo della Congregazione per la dottrina della fede il suo amico e sodale Tucho Fernández. Fernández occuperà il posto che fu, tra gli altri, di personaggi del calibro dei cardinali Carafa, Merry del Val, Ottaviani, Šeper, Ratzinger. Inconcepibile”.

Inconcepibile? Nel regno di Bergoglio mai dire mai. E che importa se ora un sito [qui] sostiene che Fernández nel 2019 avrebbe insabbiato il caso di un prete abusatore di ragazzini nella sua diocesi. Non sottilizziamo.

Come abbiamo già scritto [qui], alti sono i meriti di Tucho Fernández. Primo fra tutti, l’aver scritto un libro sull’arte del baciare, Saname con tu boca, che gli ha meritato l’appellativo di Besuqueiro, lo Sbaciucchiatore, e che lo stesso Tucho presentava così: “Racconterò ciò che la gente prova quando bacia”. Un impegno non da poco, occorre riconoscerlo: “Per farlo, ho parlato a lungo con molte persone che hanno una grande esperienza in materia, e anche con molti giovani che stanno imparando a baciare a modo loro… Spero che queste pagine vi aiutino a baciare meglio, che vi motivino a liberare il meglio del vostro essere in un bacio”.

Certamente, Tucho ha molta pratica di un certo tipo di bacio: quello ai piedi di Bergoglio. Ben fatto. Bergoglio lo ha messo a capo dell’Università Cattolica di Buenos Aires (nonostante le perplessità di Roma), lo ha nominato arcivescovo di La Plata e ora lo ha lanciato al vertice di quello che fu il dicastero più importante della curia romana, il che implica automaticamente la nomina a presidente della Pontificia commissione biblica e della Commissione teologica internazionale.

A proposito di Università Cattolica, gli studenti dell’epoca ricordano ancora quando Tucho, nella Messa di inizio anno accademico 2013, raccomandò loro di festeggiare il giorno in cui i genitori, facendo l’amore, li avevano concepiti. Una fissazione? Ma no, non fate gli indietristi. Trattasi di nuova teologia.

Un altro tratto caratteristico di Tucho, dicono in Argentina, è di essere sempre stato, secondo i compagni di seminario e i confratelli preti, un gran chiacchierone, sempre intento a ricavare qualche vantaggio dalle varie situazioni. “Era sempre dalla parte del potente, ma facendo la vittima”. Andava dal rettore e diceva: “Caro padre rettore, mi preoccupano i miei compagni. Non hanno il senso della Chiesa. Guarda che cosa dicono di te!”. Andava dal vescovo e piagnucolava: “Monsignore, che dolore provo per questi sacerdoti che criticano il vescovo, cioè lei. Come vorrei che avessero più senso dell’unità!”. Singolare che Francesco, sempre pronto a denunciare il chiacchiericcio, abbia premiato il chiacchierone. Ma chi siamo noi per giudicare?

Circa il metodo Fernández si potrebbero chiedere informazioni a Carlos María Galli, che un bel giorno ebbe l’idea di fare di Tucho il suo secondo nella Facoltà di Teologia. Dopo di che si trovò emarginato. E decano, con la benedizione di Bergoglio, divenne, guarda un po’, proprio Fernández.

E che dire della lettera indirizzata da Tucho ai cattolici critici verso papa Francesco? Scrisse: “Non scherziamo. Per favore, noi che vogliamo stare con la gente non manchiamo di riconoscere i valori che Papa Francesco incarna. Oggi questi valori non sono così comuni. Smettiamola di sottilizzare. Possiamo fermarci a cercare il pelo nell’uovo e lo troveremo. Ma in questo mondo non esiste la purezza assoluta e penso che abbiamo un’enorme opportunità di rimettere al centro Gesù Cristo e le persone che Dio ama”. Poi, circa il ruolo di Bergoglio durante la dittatura dei militari: “Bergoglio non ha sputtanato nessuno, non è stato complice della dittatura, non ha mancato di aiutare chi gli chiedeva di nascondersi o di fuggire e ha interceduto per alcuni nella misura in cui poteva, perché non era nemmeno un vescovo”.

Correre in soccorso del vincitore. Questa un’altra peculiarità di Tucho. Il quale, come ghost writer di Francesco, non solo ha scritto gran parte di Amoris laetitia (Gli amori di Letizia, come la chiamano a Buenos Aires), ma vi ha inserito interi brani di propri articoli, specie sulla faccenda dei divorziati risposati. Una bella impresa magisteriale: il papa ha plagiato Tucho e Tucho ha plagiato se stesso.

Dice The Wanderer, titolare del sito argentino caminante-wanderer: “Monsignor Víctor Tucho Fernández è un personaggio minore. Nei corridoi vaticani è conosciuto come il coccolato o il bambino viziato. Sia Oltretevere sia a Rio de la Plata tutti sanno chi è”.

Personaggio minore, forse. Di successo, certamente. Scrive anche su La Nación, il prode Tucho. Da dove predica una società più inclusiva all’insegna dell’uguaglianza. Non stiamo a guardare alle idee, agli orientamenti sessuali. Fratelli tutti.  “In altri tempi – chiosa The Wanderer – queste tesi avrebbero portato l’autore dritto dritto alla deposizione”. Nelle circostanze attuali lo hanno portato dritto sulla poltrona di guardiano ella dottrina cattolica.

Valorizzare un talento, si sa, richiede qualche sacrificio. E così, quando si trattò di mettere Tucho a capo dell’Università Cattolica argentina, siccome Roma faceva resistenza Bergoglio prese l’aereo è andò di persona a perorare la causa. Proprio lui, che a Roma cercava di non mettere piede. Dopo di che, due soli mesi dopo essere diventato papa, lo nominò arcivescovo e padre sinodale. Uno schiaffo bello e buono sulla faccia dei retrogradi.

Teorico del gradualismo, Tucho disse una volta: “Il matrimonio cristiano è un bellissimo ideale, ma quando si parla di gradualità si intende che bisogna tenere conto della realtà concreta delle persone che non possono raggiungere quell’ideale, quindi bisogna ricordare quella categoria del bene possibile evocata da Papa Francesco nella Evangelii gaudium, a cui bisogna aspirare anche a rischio di sporcarsi nel fango della strada”.

Commenta The Wanderer: “Tucho il teologo sembra confondere. La grazia non si raggiunge gradualmente: ci si arriva o non ci si arriva; la si possiede o non la si possiede; la si trova o la si perde. Il cristiano o è in stato di grazia o è in stato di peccato. La teologia cattolica non ha mai detto che si può essere gradualmente in stato di grazia: mezza grazia o un quarto di grazia non sono misure correnti, fino ad ora”. Vero. Ma tutto ciò è il passato. E il futuro sarà pieno di sorprese.

Quando i vescovi argentini andarono a Roma per la visita ad limina apostolorum, Tucho tenne un diario. Nel quale riferì con compiacimento che durante la visita alla Congregazione per la dottrina della fede il cardinale Ladaria dichiarò: “Oggi a preoccupare non sono tanto gli errori dottrinali, quanto la mancanza di una maggiore riflessione in dialogo con il tempo presente”. Molto bene. E se un giorno Tucho, ora che il capo è lui, decidesse di cambiare nome all’ex Sant’Uffizio e farlo diventare Dicastero per il dialogo? Nessuno metta limiti alla provvidenza.

Ma torniamo all’arte di baciare. Il libro di monsignor Fernández sembra introvabile, ma qualcuno in Argentina lo ha letto e se lo ricorda. D’altra parte, come dimenticare quella tassonomia dei baci (“Secondo il modo in cui viene fatto, il bacio si chiama piquito, chupón, taladro…) o quelle raccomandazioni (“Quando tra voi due le cose non funzionano, invece di pretendere di sistemarle a letto dovete seguire le strade che portano al bacio”)?

Il teologo non trascura i dettagli: “Può capitare che uno dei due abbia l’alito cattivo, che può essere profondamente sgradevole e togliere tutto il fascino del bacio. Ma si può rimediare con la precauzione di lavarsi i denti e masticare qualche fondo di caffè, o sciacquarsi con il bicarbonato”. E non lesina i consigli da esperto: “Potrebbe anche essere una questione di posizione del corpo, e tra voi due potreste scoprire qual è la posizione più comoda per entrambi”.

Né mancano le testimonianze. Come questa, di un uomo: “Mi sembra che quando si inizia a baciare con la lingua è molto probabile che si perda il controllo, e che si voglia già impadronirsi della ragazza”. O questa, di una donna: “È bellissimo fare il giro della guancia e poi ritrovarsi in bocca. È una passeggiata meravigliosa”. E un’insegnante di scuola superiore, dall’alto della sua esperienza, ricorda: “Il bacio centripeto è quando si succhia e si aspira con le labbra. Il bacio centrifugo è quando si entra con la lingua. Fate attenzione ai denti”.

Ma Tucho non è solo un freddo tassonomista. Da autentico poeta, a un certo punto declama: “Quindi non chiedere / cosa c’è di sbagliato nella mia bocca / Uccidimi subito / con il prossimo bacio / dissanguami / ridammi la mia pace / senza pietà”.

Il solito The Wanderer, pignolo, stigmatizza un’omelia tenuta tempo fa, nella quale Tucho disse: “Senza rendersene conto, la Chiesa ha sviluppato per secoli una dottrina piena di classificazioni che stabiliva: a) solo i battezzati che sono in grazia di Dio possono ricevere la comunione e quelli che sono in peccato mortale no; b) solo chi è pentito dei propri peccati e mostra il proposito di emendarsi può ricevere l’assoluzione sacramentale”. Questo, commentò l’arcivescovo “è qualcosa di terribile”, ma per fortuna è successo in tempi passati, e ora c’è papa Francesco.

Parole “estremante gravi”, “una chiara eresia”, dice il commentatore argentino. Ma oggi, occorre ripeterlo, allontanarsi dalla retta dottrina non è una colpa, bensì un merito. E Tucho lo ha capito benissimo. Perché “Tucho non è uno sciocco. Sa che ciò che dice è un’eresia e sa che non verrà rimproverato. Secondo alcuni che lo conoscono, vuole ricevere qualcos’altro e per questo sta cercando di compiacere il sovrano”. Infatti.

E bravo Tucho. Baciando s’impara.

A.M.V.

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