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L’aborto e la questione del sesso. L’elefante nella stanza che nessuno vuol vedere

di Christopher Wolfe

Il dibattito pubblico – se così si può chiamare – sull’aborto ha raggiunto livelli di isterismo dopo il ribaltamento della sentenza Roe contro Wade l’anno scorso da parte della Corte Suprema, ed è diventato centrale nella politica nazionale americana, soprattutto a sinistra. Ma il dibattito si ferma sempre a un certo punto. Qui intendo esaminare come procede la discussione e mostrare dove si ferma, proprio là dove invece dovrebbero emergere le ipotesi di fondo. Tutto ciò rivelerà l’arduo compito a cui è atteso il movimento pro-life, nel tentativo di cambiare la cultura.

Gli argomenti riguardanti l’aborto sono familiari a tutti noi. Da “giù le mani dal mio corpo” a “no, è un corpo autonomo”, passando per “il feto è troppo dipendente per essere separato”, “il feto non è davvero una persona” e “il feto ha il suo DNA e il suo sviluppo”, e così via.

Alcuni sostenitori pro-choice arrivano a dire che l’embrione o il feto è un parassita o un aggressore ingiusto contro la madre, al che i sostenitori pro-life chiedono: “Beh, come ha fatto l’embrione, o il feto, ad arrivare lì, nell’utero della madre?”. La risposta di solito è “contraccezione fallita” e l’affermazione che, anche se una persona sa che concepire un bambino è possibile, una donna non deve accettare ciò che non voleva.

A un certo punto, il sostenitore pro-vita può chiedere: “Se non vuoi trovarti nella posizione di dover interrompere la gravidanza, perché non hai semplicemente evitato di fare sesso?”.

Ed ecco che il silenzio riempie la stanza, forse a causa dell’incredulità suscitata dal fatto che qualcuno oggi possa sollevare un’obiezione così strana e persino oltraggiosa. Un silenzio che potrebbe essere rapidamente seguito da scherno e derisione. Non fare sesso? Senza l’aborto come alternativa a una contraccezione fallita, il “prezzo” del sesso sale alle stelle: è il prezzo della possibilità di avere un figlio.

Oggi per l’americano tipo l’idea che si debba fare sesso solo se si è disposti ad accettare un bambino che ne derivi (nonostante gli sforzi per evitarlo) suona semplicemente strampalata. Ma perché?

La risposta è che la gente pensa che il sesso sia davvero fantastico (può esserlo, in effetti), qualcosa che regala una sensazione molto bella. La gente pensa che il sesso favorisca quell’intimità interpersonale, di lunga o breve durata, che gli esseri umani desiderano fortemente. Un bisogno umano fondamentale, si dice, imperativo e quasi universale. Dunque, negare alle persone la possibilità di avere rapporti sessuali sulla base del fatto che dal sesso potrebbe nascere un essere umano allo stadio iniziale significherebbe imporre pastoie distruttive del benessere e della felicità umana.

Ma non è necessariamente così: in passato, molti milioni di esseri umani in passato hanno limitato il sesso al matrimonio e sono stati abbastanza felici. Non è che forse abbiamo costruito una società – profondamente contraccettiva – in cui le persone pensano che sia impossibile essere felici senza un pronto accesso al sesso?

Stando così le cose, la scelta è tra a) permettere l’aborto come soluzione al fallimento della contraccezione, per proteggere il diritto delle persone a fare sesso quando lo desiderano, e b) proibire l’aborto, per proteggere la vita umana allo stadio iniziale. Una scelta, quest’ultima, che equivarrebbe a confinare il sesso a situazioni in cui siamo disposti ad accettare il bambino che potrebbe nascere.

Ma questa seconda scelta appare sbagliata e assolutamente impensabile per molti (credo la maggior parte) degli americani di oggi, perché sono profondamente convinti che il sesso sia qualcosa di cui la maggior parte degli esseri umani non può fare a meno.

Ci vorrebbe una lunga discussione per esaminare i pro e i contro di questa visione. Per ora, vorrei solo porre tre domande.

In primo luogo, se il sesso è un bisogno imperativo – piuttosto che un atto libero di auto-donazione alla persona amata – che cosa dice dell’umanità del sesso? È davvero un atto umano libero o è fondamentalmente un atto istintivo, un bisogno, qualcosa che “bisogna avere”?

Se la risposta alla prima domanda è che il sesso è qualcosa che si deve avere e non qualcosa di cui si può fare a meno, nasce una seconda domanda: la nostra società non ha forse, in modo molto profondo, banalizzato il sesso? Shakespeare, Donne o altri poeti avrebbero potuto scrivere bei sonetti sull’amore sessuale per esprimere l’idea che il sesso è qualcosa che devo semplicemente avere? Se fare sesso è fondamentalmente una risposta inevitabile a un impulso biopsicologico irresistibile, quanto seriamente una persona può prendere l’invito al sesso come un segno sicuro di amore reale e impegnato?

Premarital Sex in America. How Young Americans Meet, Mate, and Think about Marrying (Il sesso prematrimoniale in America. Come i giovani americani si incontrano, si accoppiano e pensano di sposarsi), il più importante studio sociologico sull’argomento condotto da Mark Regnerus e Jeremy Uecker, sottolinea che il sesso prematrimoniale lascia molte donne danneggiate e infelici. Quante donne hanno pensato che il sesso fosse una tappa sulla strada verso un amore duraturo e impegnato, quando invece si è rivelato solo un pit stop per il divertimento e il piacere? Anni fa, ho letto un libro (scritto da un accademico completamente pro choice) che descriveva l’atteggiamento verso il sesso dei sostenitori della scelta in questo modo: “Il sesso è come la pallavolo, solo che è più divertente”. L’idea è che il sesso sia uno svago piacevole, anche se alcune persone possono, ovviamente, scegliere di investirlo di un significato maggiore, se lo desiderano. Ma nell’atto sessuale non ci sarebbe un significato profondo al di là del semplice bisogno. Il sesso non è un “sacramento” dell’amore: qualcosa che rappresenta l’amore impegnato e lo rende presente.

La terza domanda è la seguente: se si dice che il sesso è davvero un impulso irresistibile, e che l’aborto è necessario per rendere possibile l’esercizio di tale impulso, non dovremmo chiederci se l’argomentazione secondo cui “un embrione o un feto non è umano” non sia semplicemente una razionalizzazione? Il suo scopo è quello di rendere più facile ciò che deve essere fatto, cioè eliminare gli ostacoli dal percorso del sesso, come le remore di coscienza che nascono se si ritiene che l’embrione o il feto siano davvero esseri umani.

Abbiamo un chiaro esempio storico di questo tipo di argomentazione. All’inizio della nostra nazione americana, la maggior parte dei fondatori riconosceva che gli schiavi erano esseri umani e credeva sinceramente che la schiavitù fosse sbagliata. Ma molti di loro non riuscivano a vedere un modo per abolire la schiavitù che non scuotesse le fondamenta economiche e sociali della società del Sud, e così uomini come Jefferson tentennarono. Ma per gli esseri umani questa “dissonanza cognitiva” è difficile da sostenere. È difficile credere che la schiavitù sia profondamente sbagliata e continuare a mantenerla.

Non sorprende che, una generazione dopo, questa dissonanza cognitiva sia stata risolta da un nuovo tipo di leader del Sud che sosteneva che la schiavitù non era sbagliata, ma anzi era giusta e buona secondo la legge naturale e il cristianesimo.

Si trattava di argomentazioni che oggi riteniamo ridicole. Ma molti di coloro che oggi criticano aspramente i fondatori per aver tollerato la schiavitù, perché ignoravano l’umanità dello schiavo, tollerano invece l’aborto, ignorando il fatto ovvio che lì nel grembo materno c’è un essere umano allo stadio iniziale. Adducono argomenti risibili, insostenibili alla luce della scienza e del buon senso, e lo fanno, in genere (e sinceramente), in nome della “parità per le donne”.

I cambiamenti nella nostra società dimostrano, a mio avviso, che abbiamo la capacità di garantire l’uguaglianza delle donne anche senza porre fine alla vita di esseri umani non ancora nati, se abbiamo la volontà di farlo. Quindi i sostenitori dell’aborto dovrebbero essere onesti su ciò che stanno facendo: difendere l’uccisione di quella che è chiaramente una vita umana nelle sue prime fasi. E dire che lo fanno perché, proprio come gli schiavisti non potevano immaginare una vita senza schiavitù, i sostenitori dei diritti dell’aborto non possono immaginare una vita senza libero accesso al sesso. E quindi devono rifiutarsi di riconoscere le responsabilità che comporta la nascita di una nuova vita umana, anche se non intenzionalmente, ma con l’inevitabile consapevolezza della possibilità.

Tuttavia, nessuna delle due parti ha un forte interesse a rendere chiaro questo assunto nel dibattito. I sostenitori del diritto all’aborto non hanno interesse a enfatizzare questo argomento implicito perché rende la loro posizione (porre fine a vite umane in fase iniziale per mantenere il diritto al libero esercizio del sesso) meno attraente e, cosa più importante, solleva interrogativi sulla reale motivazione della loro negazione che la vita prenatale sia umana. I difensori della vita umana prenatale hanno interesse a non enfatizzare questo argomento perché potrebbe far apparire la loro prospettiva meno promettente. Occasionalmente, alcuni accettano questa sfida, ma spesso, comprensibilmente, sono riluttanti ad affrontarla pubblicamente.

Se è purtroppo vero che la maggioranza degli americani sostiene la libera disponibilità del sesso, indipendentemente dai suoi esiti (cioè vite umane indesiderate), qual è la probabilità che il movimento pro-life sia in grado di cambiare questa visione? Cosa ci vorrà per cambiarlo? E quanto tempo ci vorrà, soprattutto in una società che si dedica in modo preponderante alla contraccezione?

Fonte: crisismagazine.com

 

 

 

Aldo Maria Valli:
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