Sul “catacombalismo” tradizionalista / 2

di don Mattia Tanel

Il contributo che Aldo Maria Valli ha avuto la gentilezza di pubblicare qualche giorno fa [qui] ha suscitato reazioni abbastanza accese.

Il lettore spassionato ha capito che l’intenzione che mi ha spinto a scrivere non è quella di ergermi verso i fratelli con spirito di censura. Le osservazioni che precedono e seguono sono maturate nel corso di oltre un anno da me speso nella cornice di alcune delle esperienze che ho tentato, tramite la riflessione, di ricondurre a un tipo. Da qui è scaturita quella “crescente perplessità” che ritengo utile condividere con i lettori e in particolare con i confratelli, in vista di un nostro migliore, più coerente e più illuminato servizio alla fede e ai fedeli in questo momento di confusione.

Vorrei prevenire un fraintendimento di maggiore portata in riferimento ai fedeli laici. Niente di ciò che ho scritto mira a inquietare coscienze già troppo sollecitate circa la stretta liceità della partecipazione alle S. Messe tradizionali che ho definito “catacombaliste”, eccettuata ovviamente la modalità psico-settaria di cui il più elementare buon senso vieta la frequentazione. Il principio a cui attenersi circa la richiesta di singoli Sacramenti “in caso di necessità, o di speciale utilità” (caso che oggi si dà in via ordinaria, data la quasi irreperibilità di S. Messe tradizionali e di confessori affidabili all’interno o all’esterno della legalità canonica) rimane quello benigno di S. Alfonso M. de’ Liguori, Dottore della Chiesa per la teologia morale, il quale esime il fedele da ogni peccato persino quando richieda i Sacramenti (es. Messa e Confessione) a uno scomunicato “tollerato” (Theologia moralis, vol. III, libr. VII De Cens. Eccl. & Irr., cap. II, dub. I, n. 138: “Se non si trovi un altro prete ugualmente atto”), e a maggior ragione a un prete sospeso a divinis o comunque privo delle facoltà canoniche, come ad esempio i preti “movimentisti” (ibid., cap. III, dub. I, n. 313). Per i Sacramenti tradizionali richiesti a preti “regolari” il problema, almeno nell’ottica della liceità in sé, non si pone nemmeno. Quello che invece si pone ai fedeli e alle famiglie è un problema prudenziale (quindi sempre morale, ma la cui soluzione deve tenere conto di una serie di fattori concreti) nel decidere a quale sacerdote o realtà sacerdotale affidarsi stabilmente, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione religiosa propria e dei figli: qui andrà posto in atto un discernimento molto serio e attento, al quale questo articolo nelle sue due parti potrebbe indirettamente contribuire, ma senza nessuna ulteriore pretesa. Certamente un pregiudizio da cui disfarsi totalmente è che la sola celebrazione della Messa tradizionale renda dottrinalmente e pastoralmente affidabile un sacerdote o un gruppo di sacerdoti.

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Ciò che nella parte già pubblicata di questo articolo ho chiamato “catacombalismo” può ammantarsi di giustificazioni, può a volte fasciarsi di scrupoli e cautele, può anche dotarsi – e in realtà lo fa da tempo – di una spiritualità rinunciataria e vittimale (“soffriamo con la Chiesa”) oppure, all’estremo opposto, di una retorica aggressiva e roboante (“salviamo la Chiesa”). Il vuoto di dottrina di cui soffre oggi persino il miglior clero rende stranamente difficile riconoscere il catacombalismo per ciò che di “umano, troppo umano” esso è, ovvero il deplorevole esito di un pluridecennale difetto di fortezza e di autentica prudenza soprannaturale da parte di vescovi e sacerdoti.

La persuasione che la crisi della Chiesa non vada affrontata in modo diretto e franco, attraverso una coraggiosa ed aperta professione di fede di fronte all’autorità gerarchica e anche, se necessario e possibile, dando vita a istituzioni organiche di leale, pubblica e trasparente opposizione, è completamente infondata; così come è falso che Dio possa accordare il suo beneplacito al programmatico occultamento della verità, nonché della visibilità delle strutture cripto- e para-ecclesiastiche che pretendono servirla.

Cari confratelli: il nostro Battesimo, la nostra Cresima e il nostro Ordine Sacro continuano a esigere da noi, come all’epoca delle persecuzioni e del Concilio di Trento, non solo la fede ma anche le opere della fede, ovvero in primo luogo opere conformi alla fede; opere di luce, non di tenebra o di penombra. Non ci dovrebbe essere bisogno di dirlo, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con un’inesistente auto-salvezza e tantomeno con “posizioni ideologiche” in virtù delle quali “sentirsi esentati dalla propria conversione” (così, recentemente, LaNuovaBQ), bensì con la fedeltà a Nostro Signore Gesù Cristo nelle sue esigenze morali più immediate e risapute: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio” (Lc 12, 8).

La grazia suppone la natura: ciò che ci avvilisce come uomini non può santificarci come ministri di Dio. Prego accoratamente i confratelli sacerdoti di tornare a riflettere su tutto questo, accantonando la falsa prudenza, le auto-giustificazioni, la falsa umiltà (“sono solo un prete di campagna”), gli spiritualismi confezionati ad hoc, il timore delle sanzioni o dell’altrui giudizio e quello per la propria vita. Supplico anche chi stesse in buona fede percorrendo vie non conformi alla necessaria trasparenza, prudenza, ponderazione e saggezza di ritornare sui suoi passi prima di dare vita a “mostri” destinati a screditare per decenni il cattolicesimo tradizionale in Italia.

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Come annunciato all’inizio e come il discorso postula, vorrei accennare al possibile ruolo in tale contesto della Fraternità Sacerdotale S. Pio X, precisando che non ne faccio parte e che, a meno di non trovarmici prima o poi costretto, non è mia intenzione chiedere a tale Società nient’altro rispetto a ciò che già con gratitudine ricevo da essa, ovvero l’amicizia sacerdotale e la necessaria integrazione alla lacunosa ed erronea formazione che oggi sia dato ricevere persino nei migliori istituti teologici operanti nel nominalistico status di “piena comunione” in cui attualmente mi trovo.

Il fondatore della Fraternità Sacerdotale S. Pio X – al quale ormai tutti o quasi guardano con venerazione, senza perlopiù trarne alcuna conseguenza per la propria vita – non ha mai ceduto alla tentazione catacombalista. Quando gli fu proposto di effettuare in segreto le ordinazioni (sacerdotali prima, episcopali poi) egli si rifiutò, perché ciò avrebbe significato da un lato compromettere la credibilità della sua azione, dall’altro non poter più assicurare una sufficiente riproduzione delle normali istituzioni canoniche, con tutte le garanzie che esse (e solo esse) comportano. Mons. Lefebvre non si è limitato a comprendere l’essenza della Rivoluzione ecclesiastica quando le conseguenze ultime del falso riformismo conciliare non erano che in germe; egli ha soprattutto attuato con saggia previdenza quanto era necessario per custodire e tramandare la fede e per rappresentare in permanenza, con la Fraternità e le comunità religiose ad essa affiliate, non solo un rifugio a centinaia di migliaia di cattolici, ma anche un pubblico e costruttivo richiamo agli obnubilati “Théoden” che si sono da allora succeduti sul Soglio di Pietro. Con le imperfezioni e i limiti di tutto ciò che è umano, è dell’azione trasparente, leale, veramente cattolica di Mons. Lefebvre, dei suoi sacerdoti, religiosi e religiose e più tardi dei suoi vescovi che noi tutti beneficiamo in maniera diretta o indiretta oggi.

Nulla oggi impedirebbe a un vescovo – tutto, anzi, esigerebbe da lui – di dare vita a iniziative analoghe a quelle attuate da Mons. Lefebvre. Il problema a mio avviso, lo si è ormai compreso, è che i princìpi non solo dottrinali, ma anche pratici e organizzativi sui quali fondare tali iniziative dovrebbero essere appunto analoghi (non certo identici quanto al cosiddetto “carisma”) a quelli sui quali Mons. Lefebvre ha basato la sua azione di supplenza. S.E. Mons. Viganò avrebbe perfettamente ragione a rivendicare l’opportunità di un pluralismo (assolutamente non di una “frammentazione”) delle fondazioni tradizionali, tanto più in un Paese come l’Italia dove l’azione della Fraternità S. Pio X è insufficiente rispetto al bisogno e non attira vocazioni che in numero scarso. Avrebbe ragione, dico, se il pluralismo da lui invocato fosse virtuoso, ovvero presentasse le stesse garanzie di serietà, trasparenza, durata, spirito di Chiesa e non di conventicola di cui i cinquant’anni della Fraternità danno sufficiente testimonianza. Cosa che purtroppo, per i motivi essenziali visti sopra e per gli abbagli particolari che vi si assommano, il catacombalismo movimentista non vuole né può realizzare.

Ecco perché, a mio parere, solo l’istituzione fondata da S.E. Mons. Lefebvre nel 1970 potrebbe oggi essere in grado – sempreché ne avverta l’esigenza – di unificare e strutturare in Italia una reazione al modernismo sicura, credibile, coordinata, virtuosamente plurale pur nell’unità dei princìpi e dell’ispirazione.

La Fraternità Sacerdotale S. Pio X è stata voluta dal suo Fondatore come mezzo di santificazione e di apostolato, e come tale è rispettabile, ma peculiare. Astrattamente parlando non tutti sono chiamati alla Fraternità, come non tutti sono chiamati a diventare Salesiani, Teatini, Carmelitani o Gesuiti. Al contempo, però, la Fraternità è stata pensata in forza delle circostanze come un’istituzione di supplenza in una crisi globale della Gerarchia, e proprio per questo porta iscritto nelle sue Costituzioni un fine generale di aiuto e supporto al sacerdozio cattolico in quest’epoca di crisi. Tale duplice finalità istituzionale potrebbe a mio avviso, se sviluppata con una certa elasticità, aprirsi a soluzioni pratiche più ampie di quelle finora attuate. La riflessione che mi permetto qui di abbozzare – scusandomi per l’intrusione che credo tuttavia non inutile – riguarda l’Italia, ma per i più pratici dei motivi non è concretizzabile al solo livello del Distretto italiano.

Mi sia lecito anzitutto osservare che la formula “Priorato e automobile”, la scelta annosa di non rendersi presenti nella vita delle grandi città e delle città universitarie, la reticenza a esprimersi in forma energica e divulgativa sul web (fundraising incluso), ebbene tutto ciò non sembra fatto per generare dinamismo e attirare vocazioni, né di giovani né di preti “già fatti”, né per stimolare un interesse più vasto a livello di fedeli. Da vari anni la Fraternità parla solo quando altri ne (s)parlano o, come nel caso di Parole chiare sulla Chiesa, chiedono che se ne parli: non è questo un indizio di scarsa pro-attività, per un istituto che propone la “propria” posizione come unica via d’uscita a una crisi che riguarda tutti? A volte, in quest’ottica, le stesse dimensioni delle cappelle di vecchia e nuova acquisizione lanciano un messaggio involontariamente eloquente.

“Servono i preti”. A saperla cogliere, la situazione non è in ciò sfavorevole. Molti sacerdoti italiani, e soprattutto ragazzi che a seguito dell’incontro con la Messa tradizionale vorrebbero diventare tali, hanno compreso negli ultimi anni che la regolarità esteriore e canonica è doverosa in tempi normali e auspicabile sempre, ma in tempi di eccezione non può essere il criterio ultimo dell’azione di un sacerdote nella Chiesa. La maggior parte di questi ragazzi ha conosciuto la Tradizione al di fuori della Fraternità S. Pio X, in àmbiti e luoghi dai quali non vorrebbe essere del tutto sradicata e che desidera sovvenire in veste di sacerdote. In uno stato di normalità tali giovani farebbero la scelta del Seminario diocesano, sentendosi inclinati a un ministero sacerdotale ordinario, nel proprio territorio, in una dimensione di relativa autonomia e stabilitas loci. Da vari anni “incrocio” vicende di questo genere, constatando che la maggior parte di questi ragazzi – ai quali non si può chiedere una consapevolezza “fatta e finita” e criteri di fondo del tutto sicuri – o si smarrisce dal punto di vista vocazionale, o si rassegna al novus ordo in realtà “conservatrici” o, ultimamente, imbocca la “via facile” del movimentismo. Meno spesso, alcuni di questi ragazzi tentano l’ingresso negli istituti tollerati, le cui difficoltà di reclutamento vocazionale in Italia sono evidenti e presentano in parte le stesse motivazioni delle difficoltà in tale ambito della FSSPX.

Non mi diffondo troppo su un argomento che meriterebbe un approfondimento a sé stante e che del resto si deve confrontare prima di tutto con la realtà concreta. Mi chiedo però se la Fraternità Sacerdotale San Pio X non possa assumere anche in questo un atteggiamento meno attendista di quello adottato finora; se non possa promuovere e strutturare una proposta capace di intercettare queste giovani volontà, assecondandole nella misura del possibile; se non possa offrire a pochi o molti ragazzi una soluzione per servire la fede in Italia da sacerdoti cooperatori o in comunità affiliate, senza forzarli ad abbracciare quello che è e rimane un carisma di vita particolare, così come un esprit de famille a loro comprensibilmente estraneo.

Anche per il reclutamento degli operai evangelici vale la nota legge economica: l’offerta crea la propria domanda. Per quanto riguarda le vocazioni potenzialmente tradizionali non esiste in Italia un vuoto di domanda, bensì un’offerta scarsa e non differenziata. La mancanza di un centro di formazione teologica italiano legato alla Fraternità “chiude i giochi” per quanto riguarda la maggior parte dei potenziali ingressi: è comprensibile che un sacerdote italiano che ha svolto con gioia il suo percorso a Flavigny/Écône non se ne capaciti, ma è un fatto e va registrato come tale. Potenziali vocazioni sono anche i sacerdoti radiati o disposti a farsi radiare dai propri Ordinari, ma non sempre disponibili a un puro e semplice “travaso” in Priorato. In un frangente in cui la Fraternità S. Pio X non riesce a venire incontro alla richiesta di una più tangibile presenza da parte di fedeli e cappelle – e cede anche per questo porzioni di terreno a proposte più duttili, benché inattendibili – sperimentare nuove soluzioni potrebbe rivelarsi fecondo. Non si tratta di ragionare in termini di “caso per caso”, presupponendo una richiesta già pronta; la sfida, a mio avviso, sarebbe quella di generare una richiesta maggiore per mezzo di un’offerta più accessibile e adattata al contesto.

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La semplice virtù infusa di prudenza, non perfezionata dal dono di consiglio, avrebbe senza dubbio disapprovato la “dispersione dei frati” ordinata da S. Domenico a Prouille di Tolosa il 15 agosto 1217. Gli storici registrano che alla morte del Santo, avvenuta quattro anni dopo a Bologna, i Frati Predicatori erano passati da 30 a 2000. Benché niente di simile sia oggi realizzabile e nemmeno auspicabile, ciò che colpisce di tale “icona” agiografica è che una preoccupazione eccessiva di minimizzare i rischi avrebbe in realtà minimizzato le opportunità di sviluppo, a tutto svantaggio del fine apostolico dell’Ordine. La Fraternità vive ammirabilmente dello spirito di S. Atanasio: ciò non dovrebbe per forza impedirle di guardare al nostro Paese anche con lo spirito di S. Domenico.

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La conclusione è forse quella su cui la maggioranza dei lettori potrà convergere. In assenza di un’alternativa relativamente audace pensata per l’Italia da parte degli eredi di Mons. Lefebvre, ciò che resta del cattolicesimo italiano continuerà a disperdersi tra “resistenze” confusionarie, Messe “infrattate”, ritualismi autorizzati perché muti e ricattabili. Il che non sarebbe così grave, forse, se stessimo parlando del Portogallo, della Spagna, dell’Irlanda, ovvero di Nazioni la cui “temperatura” cristiana non incide direttamente su Roma e, attraverso Roma, sulla Chiesa universale.

2.fine

La precedente puntata è stata pubblicata qui

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