Per orientarsi nella crisi della Chiesa. Attualità di Romano Amerio

di Aurelio Porfiri

Nelle ultime settimane non sono mancate polemiche e prese di posizione sul tema del tradizionalismo cattolico. Argomento complesso, che non riguarda singoli gruppi di fedeli ma la Chiesa intera.

Il termine “tradizionalismo” in realtà copre una vasta gamma di atteggiamenti, che hanno in comune perplessità più o meno marcate circa l’evoluzione della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. Potremmo chiamarlo tradizionalismo moderno, in quanto altre forme di tradizionalismo si sono manifestate in passato: pensiamo per esempio ai cattolici integrali di monsignor Umberto Benigni e del Sodalitium Pianum, che a quel tempo, ironia della storia, erano sostenuti dal papa, san Pio X, e da buona parte della gerarchia cattolica, mentre oggi è esattamente il contrario.

Per molti il tradizionalismo è una necessità, per alcuni una tentazione. In ogni caso, non può essere compreso se non si tiene conto dei fenomeni che lo hanno reso possibile dentro la Chiesa e fuori. Non esiste il tradizionalismo “assoluto”: è sempre una reazione ad accadimenti di una certa gravità che sollecitano una risposta.

Ora, pure chi tradizionalista non è, ma vuole restare cattolico, non può non convenire che la crisi attuale della Chiesa è veramente profonda, forse senza precedenti. Quindi occorrono più che mai voci che, in un tempo così difficile, permettano di orientarsi.

Tra queste voci c’è senz’altro quella del pensatore italo-svizzero Romano Amerio (1905-1997), una delle menti più brillanti del cattolicesimo recente.

Filosofo e filologo, Romano Amerio seppe leggere i “segni dei tempi” in modo veramente impressionante, soprattutto in due opere che tutti dovrebbero leggere per comprendere le radici e le ragioni ultime della crisi della Chiesa: Iota unum e Stat Veritas.

Purtroppo su di lui non è stato scritto molto. Mi viene in mente una monografia del 2005 che gli dedicò il professor Enrico Maria Radaelli, dal titolo Romano Amerio. Della Verità e dell’Amore, e poco altro. Eppure Amerio meriterebbe un’attenzione ben più vasta, perché oggi può essere davvero una bussola affidabile.

Iota unum e Stat Veritas sono opere molto corpose, il che probabilmente non ne ha agevolato la diffusione, ma vale certamente la pena leggerle con grande attenzione. Mi soffermerò ora su Iota unum, disponibile in varie edizioni pubblicate da Lindau e Fede & Cultura.

Nel testo viene utilizzato un linguaggio non sempre immediato, ma la fatica è  ripagata dalla comprensione degli snodi cruciali nella crisi della Chiesa. Il sottotitolo di questo libro dice già molto: Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX.

Da studioso abituato a misurare le parole, l’autore ci fa già capire ciò che possiamo aspettarci dal libro. Amerio ci conduce a comprendere cosa è accaduto prima, durante e dopo il Concilio e poi va ad analizzare le variazioni nel rapporto della Chiesa con vari aspetti della vita ecclesiale: sacerdozio, gioventù, donna, penitenza, società, scuola, catechesi, ordini religiosi, liturgia.

Il pensiero di Amerio ci appare come una lama che taglia esattamente laddove ci è permesso scorgere il punto cruciale di questioni così importanti, non solo per la vita della Chiesa, ma per la società tutta.

Per fare un esempio fra i molti possibili, si prenda la questione della riforma liturgica e del latino. Così Amerio spiega l’importanza di mantenere il latino come lingua della liturgia: “Se diciamo che il latino è connaturale alla religione cattolica, non intendiamo certo una connaturalità metafisica coincidente con l’essenza della cosa stessa, quasi il cattolicismo non potesse sussistere senza latino, bensì una connaturalità storica, cioè un abito acquisito storicamente per una peculiare attinenza e convenienza che l’idioma latino ha con la religione. Il cattolicismo nacque, per così dire, aramaico, fu lungamente greco, divenne tosto latino e il latino gli si connaturò. Però la connaturalità storica è tra molti adattamenti di un linguaggio alla religione quello che più risponde alla proprietà di essa, modellandosi perfettamente sui caratteri della Chiesa”.

Come vedete, nessun appello a cospirazioni, nessun uso di un linguaggio enfatico: poche frasi, quasi tecniche, in cui lo studioso ci mostra perché è più conveniente e ragionevole conservare il latino piuttosto che perderlo.

Poco più avanti: “Non meno importante è la variazione per cui “Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum’ diventa ‘Non sono degno di partecipare alla tua mensa’. Far entrare il Cristo nella mia dimora, cioè nel mio intimo, è ben altra cosa che l’essere commensale suo: qui si nega per obliquo che per l’eucaristia Dio entra nell’uomo; qui si annuncia una semplice commensalità e famigliarità”.

Il libro è pieno di pensieri lucidi come questi, in cui si fa appello a fides et ratio per comprendere come sia stato possibile arrivare al punto attuale.

Si dice che Romano Amerio fosse molto stimato da Joseph Ratzinger ed è più che comprensibile, in quanto tutti e due, in modi e contesti diversi, capirono che per interpretare la crisi della Chiesa bisogna fuggire dalle tentazioni millenaristiche o apocalittiche, ma si deve ricentrare il cammino sulla tradizione senza paura di chiamare le cose per nome.

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!