Nel teatro dell’assurdo. Mentre la fede sparisce, la Chiesa parla d’altro

Se la Chiesa cattolica avrà un futuro, i nostri confratelli forse un giorno si porranno una domanda: perché in quel tempo, attorno all’anno 2023, mentre le chiese erano vuote e tutti gli indicatori dicevano che i credenti diminuivano, il papa non si occupava della fede ma del clima e delle persone LGBTQI? E perché, a proposito di clima, dava credito a teorie “scientifiche” rispetto alle quali all’interno dello stesso mondo della scienza non c’era consenso unanime? Insomma, perché faceva un mestiere che non era il suo?

C’è da augurarsi che un giorno i nostri fratelli nella fede potranno davvero interrogarsi. Per ora però è solo un pio auspicio, perché, se guardiamo alla realtà da un punto di vista strettamente terreno, tutto sembra portare a una conclusione catastrofica.

“I papi dovrebbero occuparsi del clima nelle chiacchiere del dopo cena, davanti a un caffè corretto” ha scritto di recente lo scrittore spagnolo Juan Manuel de Prada. Il dramma è che il papa, al contrario, se ne occupa in documenti ufficiali, ma lo fa con la stessa leggerezza, e la stessa dose di ignoranza, che a malapena sarebbero ammesse in una chiacchiera del dopo cena.

E i vescovi che fanno? Invece di richiamare il papa ai suoi doveri, lo prendono incredibilmente sul serio: nelle loro diocesi organizzano giornate sul clima e sull’ecologia, piantano alberi invece che croci e fanno sapere, con non comune sprezzo del ridicolo, che stanno prendendo provvedimenti per compensare le emissioni di CO2 dovute alle loro iniziative ecologiche. Così, grazie agli aiutanti del principe, dal dramma si passa alla farsa in un battito di ciglia.

Il papa e i vescovi avrebbero di che ragionare attorno all’abbandono della fede e della Chiesa. Altro che sinodalità, clima e omosessualità!

La nuova inchiesta della rivista Il Regno, dopo quella condotta nel 2009, scodella numeri da brividi: in quattordici anni gli italiani che si dichiarano cattolici passano dall’81,2 al 72,7, quelli che dicono di credere in Dio calano dal 72 al 57 per cento, mentre i non credenti salgono dal 26 al 36 per cento.

Quelli che vanno in chiesa tutte le domeniche scendono dal 28 al 18 per cento, quelli che non ci vanno mai salgono dal 19 al 37 per cento. Pratica religiosa e fede subiscono un tracollo tra i giovani.

Che ne dice il papa? Che ne pensano i vescovi?

Parlano d’altro perché non si rendono conto della situazione o lo fanno consapevolmente, pensando che occuparsi di sinodalità, clima e “diritti” LGBTQI sia la via giusta per recuperare terreno?

Né l’uno né l’altro caso. Parlano d’altro perché, fortemente ideologizzati come sono, hanno perso il senso della realtà. Come tutte le nomenklature, anche quella ecclesiale è prigioniera di se stessa. Il sinodo appare così un teatro dell’assurdo sul cui palcoscenico si recita una commedia a esclusivo uso interno. Come si dice a Roma, questi se la suonano e se la cantano. Ciò che accade fuori non li tocca. Paradossale per una chiesa che ama definirsi “in uscita”, ma logico trattandosi di una nomenklatura composta da apparatčik, ovvero burocrati equiparabile a funzionari di partito a tempo pieno (mi accorgo che sto ricorrendo a termini in uso nell’Unione Sovietica, il che è di per sé significativo).

Naturalmente il problema numero uno è un papa il cui imperativo, ormai evidente, è distruggere tutto per produrre una nuova chiesa funzionale a una nuova religione. Ma non dobbiamo trascurare l’apparato. Il ruolo degli aiutanti del principe è sempre decisivo.

A.M.V.

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