Don Ricossa: «Viganò e le sue valutazioni sul vizio di consenso da parte di “Francesco”. Un intervento da approfondire»

Cari amici di Duc in altum, dopo l’intervento di monsignor Carlo Maria Viganò [qui] intitolato Vorrei che prendessimo in serissima considerazione l’eventualità che Bergoglio abbia voluto ottenere l’elezione con il dolo, mi è venuto spontaneo rivolgermi per un commento a don Francesco Ricossa dell’Istituto Mater Boni Consilii. Impossibile, infatti, non rintracciare una sintonia tra la riflessione dell’ex nunzio negli Usa e la visione da sempre sostenuta da don Ricossa in adesione alla cosiddetta tesi di Cassiciacum.

Don Ricossa ha gentilmente accolto il mio invito.

***

di don Francesco Ricossa

Caro Valli,

sono passati venti giorni dalla pubblicazione del discorso che monsignor Viganò avrebbe dovuto tenere per la Catholic Identity Conference di Pittsburgh questo primo ottobre: un tempo breve in sé, ma quasi un’eternità per i ritmi convulsi della rete, per i quali una notizia, non dico del giorno prima, ma anche solo di qualche ora prima è già “vecchia”.

Ho finora evitato di rispondere positivamente al suo cortese invito di dare un mio commento a questo discorso (che monsignor Viganò non fu autorizzato a tenere, e che dovette pubblicare solamente sul suo sito), attendendo che altri, più qualificati di me, lo facessero, rispondendo così all’invito del presule di aprire un dibattito ormai “non più procrastinabile”. Mi sono accorto però che, salvo errore o svista da mia parte, come monsignor Viganò fu ridotto al silenzio a Pittsburgh, così lo è stato, almeno in Italia, dopo il suo intervento del 1° ottobre. Non che il suo testo non sia stato pubblicato su vari siti (tra i quali il suo); solamente, a questa pubblicazione non è seguita alcuna risposta, positiva o negativa, per cui la proposta di monsignor Viganò di aprire un confronto sembra caduta, come si dice, nel dimenticatoio: anche il silenzio è, in fondo, una significativa risposta!

Ho pensato quindi di rompere il silenzio durante la Giornata per la regalità sociale di Cristo, che si è tenuta a Vignola il 7 ottobre, e mi sembra ora opportuno accogliere il suo invito sperando che altri vorranno intervenire, come il presule stesso auspicava.

Per i distratti, di cosa si tratta?

È da qualche anno che monsignor Carlo Maria Viganò, dopo una prestigiosa carriera ecclesiastica conclusasi con la nunziatura negli Stati Uniti, ha iniziato a intervenire pubblicamente e criticamente sulla situazione della Chiesa, mentre fino ad allora sembrava aver accettato in toto il Vaticano II e le riforme susseguenti. All’inizio le sue osservazioni critiche sembravano portarsi solamente sulla situazione morale del clero, specie di alcuni porporati o vescovi, ma in seguito e sempre più la critica è divenuta dottrinale, principalmente contro il “magistero” e il governo di “Francesco”, senza risparmiare però i precedenti occupanti della Sede Apostolica e lo stesso Concilio Vaticano II nonché la riforma liturgica. Le dure parole di monsignor Viganò facevano persino chiedere ai cattolici fedeli alla Tradizione se egli riconoscesse ancora la legittimità dell’attuale occupante della Sede Apostolica. Il dubbio sembrò risolto in senso affermativo nell’aprile, mi sembra, di quest’anno, quando, con una lettera pubblicata anche su Duc in altum, monsignor Viganò approvava il libro Parole chiare sulla Chiesa: ecco “le giuste domande – commentava – e le giuste risposte”. Ora, questo libro difende proprio la legittimità di “papa Francesco” contro coloro che la negano (non solo coloro che stimano invalida la rinuncia di Benedetto XVI e pertanto l’elezione di Bergoglio, o chi aderisce a “chiese” scismatiche come quella russa, ma anche i cosiddetti sedevacantisti e i sostenitori, come me, della tesi di Cassiciacum). Monsignor Viganò sembrava così aderire alle posizioni del defunto monsignor Lefebvre, e ancor più a quelle del gruppo di sacerdoti lefebvriani che ha curato la pubblicazione del libro in questione edito da Radio Spada.

Per questo motivo la presa di posizione di monsignor Viganò del 1° ottobre è tanto più sorprendente, non solo e non tanto per noi, che ce ne felicitiamo, pur non essendo mai stati al seguito dell’ex-nunzio, quanto piuttosto per i numerosi capofila del tradizionalismo, di antica o recente professione, che invece si sono sempre detti ammiratori e sostenitori del prelato, e che nello stesso tempo riconoscono come vero pontefice Jorge Mario Bergoglio. Anch’essi avrebbero dovuto porsi delle domande, e darsi delle risposte, facendo sapere a chi li legge se condividono o meno le recenti affermazioni di monsignor Viganò.

Ma cosa ha detto di così importante? La tesi del prelato – o piuttosto l’ipotesi, che però afferma chiaramente di far propria – è tutta riassunta nel titolo dell’intervento: Vitium consensus: vizio di consenso. Dopo aver confutato (con argomenti che mi lasciano un po’ perplesso: altri hanno risposto meglio alle obiezioni) le tesi di monsignor Schneider in favore della legittimità di “papa Francesco” che deve essere sempre considerato vero pontefice, monsignor Viganò sostiene al contrario che egli non lo sia per vizio di consenso nell’accettare l’elezione. Il vizio di consenso consisterebbe in questo: nell’aver sì accettato esteriormente l’elezione, ma con l’intenzione non di essere papa e Vicario di Cristo, promuovendo il bene della Chiesa, ma al contrario con quella di diffondere l’eresia in quanto vero e proprio “inimicus Ecclesiae”, nemico della Chiesa. Ora, che oggettivamente e abitualmente – a prescindere dalle sue intime convinzioni a noi sconosciute – Jorge Mario Bergoglio favorisca l’eresia e sia nemico della Chiesa è cosa evidente a tutti coloro che hanno conservato una seppur minima conoscenza della Fede cattolica, e infatti anche chi riconosce la sua piena legittimità lo ammette e sostiene che gli si debba, con varie modalità, resistere. E monsignor Viganò dà come esempio di vizio di consenso quello del matrimonio: il matrimonio, come l’elezione, è sancito dal consenso, da un atto umano cioè, che per natura è interiore. Non basta quindi che il consenso sia esteriore, ma occorre che sia anche interiore e abbia per oggetto in un caso il vero matrimonio, e nel nostro caso il vero esercizio del papato, che Bergoglio visibilmente combatte, vilipende e disprezza. La conseguenza di un vizio di consenso nel matrimonio è che detto matrimonio è tale per la legge canonica finché non sia dichiarato nullo dall’autorità, ma è invalido in realtà e davanti a Dio; la conseguenza di un vizio di consenso nell’accettare l’elezione al papato è, analogicamente, che chi ha accettato solo esteriormente l’elezione occupa la Sede Apostolica fino a che la Sede non venga canonicamente dichiarata vacante (è ancora papa materialiter, direbbe padre Guérard des Lauriers, o.p.) ma non è papa formaliter, Cristo non gli ha comunicato l’essere con Lui che lo costituisce una sola persona morale col Signore, Capo della Chiesa, comunicandogli pertanto l’essere capo visibile della Chiesa che gode della infallibile assistenza divina. È degno di nota e di lode che monsignor Viganò – pur senza citare la Tesi di padre Guérard des Lauriers e forse neppure pensandoci – sia giunto grosso modo alla stessa conclusione, ovverosia che l’ostacolo che impedisce a Bergoglio di essere il vero pontefice non è tanto una invalida elezione (come pensano i sedevacantisti e anche i fautori dell’invalidità della rinuncia di Benedetto XVI) quanto il vizio di consenso nell’accettazione, come da sempre pensano, al seguito di padre Guérard, i sostenitori della tesi di Cassiciacum.

Naturalmente, non pretendo che ci sia una totale identità di vedute tra noi e monsignor Viganò, non solo su discutibili questioni politiche, e religiose, che non riguardano la questione del papa, ma anche in riferimento a quest’ultima questione. La tesi difesa ora da monsignor Viganò (in contrasto con quanto aveva egli stesso precedentemente affermato) è presentata solo come una ipotesi da discutere; non si precisa quale sia lo status del pontefice eletto che accetta solo esteriormente (per noi “papa” materialmente); non si precisa quali siano le conseguenze di una simile dichiarazione, anche sulla validità di alcuni sacramenti conferiti coi nuovi riti; non ci viene detto se egli stesso conseguentemente celebri o no in comunione con “papa Francesco”, e così via…  Tuttavia, se monsignor Viganò si manterrà fermo su questa posizione, il dibattito nella Chiesa sulla situazione dell’autorità si farà più chiaro, e si potrà sperare che altri prelati possano avere il coraggio di abbracciare questa posizione.

Al termine del suo intervento, monsignor Viganò scrive che Bergoglio è l’effetto, il Vaticano II è la causa. Se le cose stanno così (e stanno così) allora quanto egli afferma autorevolmente di Bergoglio può e deve essere applicato a tutti coloro che sono responsabili degli errori del Vaticano II da Paolo VI in poi: è questo il passo successivo che sarà inevitabile compiere, giacché questa conclusione è inclusa nelle premesse.

Mi auguro quindi che l’intervento del 1° ottobre non sia dimenticato o peggio ancora censurato, ma approfondito come conviene che sia e diventi oggetto di quell’approfondito dibattito che finora è stato accuratamente evitato.

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