“Nick mano fredda” e l’eclisse del sacro

di Nicolò Raggi

Caro Valli,

giorni fa ho rivisto, dopo tanti anni, Nick mano fredda, il film del 1967 con il mitico Paul Newman in forma smagliante.

Oltre che per il mistero del nome, perché il personaggio che Newman interpretava si chiamava Luke (il titolo originale è infatti Cool Hand Luke), non Nick, dovuto probabilmente all’adattamento per il doppiaggio, il film visto oggi risulta a mio parere sorprendente.

Nella pellicola (possiamo debitamente ancora chiamarla così) troviamo cose sconvolgenti per lo spettatore medio del terzo millennio:

1) Si nominano Dio, il Signore Gesù e la Vergine Maria con frequenza, persino si canta di loro; pur in chiave critica – il periodo è quello della guerra del Vietnam – verso il cristiano bigotto che approva tutto basta che sia identificato come “a fin di bene” e verso la Chiesa, ritenuta in qualche modo complice, rimane spiazzante il ricorso al sacro come qualcosa di ineludibile, mentre noi l’abbiamo eluso alla grande.

2) Gli animali nel film vengono trattati come animali, non alla pari degli esseri umani!

3) Nick (o Luke), in procinto di essere arrestato e con tutta probabilità ucciso, si affaccia alla finestra della chiesa abbandonata in cui si è rifugiato nella sua ultima fuga e deride il direttore del carcere, ripetendo una delle sue frasi preconfezionate, sprezzanti dell’umanità dei detenuti, considerati piuttosto proprietà: “A quanto pare abbiamo un problema di comunicazione qui!” e, per averla pronunciata, si becca una pallottola in pieno petto.

Non so a lei, a me ricorda tanto la situazione che viviamo oggi nella Chiesa, dove se ti azzardi a fiatare vieni decapitato, ma quell’ultimo sussulto, tutt’altro che vano, prepara il campo sul quale verrà seminata la rinascita, e irrigata col sangue di quelli che hanno preferito alle lusinghe la militanza e ai falsi onori la dignità.

Evviva Cristo Re!

 

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