Tutta colpa del patriarcato?

di Aurelio Porfiri

In questi giorni, per colpa degli orribili delitti che riguardano donne, si ricomincia a tirare fuori la storia che tutto questo sarebbe colpa della cultura del patriarcato. Ci danno dentro a lagnarsi, come se non aspettassero altro per confermare che la “cultura del piagnisteo” di cui parlava Robert Hughes è ben viva e non ci fa mancare nulla.

In questa situazione sto senz’altro con l’amico Gianluca Marletta, che ha detto che in realtà il problema non è che di patriarcato ce n’è troppo, ma troppo poco, in quanto l’assenza del padre (e del Padre) diseduca alla vera virilità e abbandona le persone a modelli di relazione che non sono certamente quelli delle società tradizionali, ma sono quelli della rivoluzione sessuale che non pochi di coloro che si lamentano hanno vissuto come una liberazione.

Dell’assenza del padre ha molto parlato nei suoi libri Claudio Risè. Molti deridono il motto “Dio, patria e famiglia” su cui si reggeva la società tradizionale. In realtà questi valori sono stati schiacciati proprio dalla battaglia contro il padre, in definitiva contro il maschile.

Per trovare un responsabile agli orribili delitti di questi giorni si evocano “gli uomini”, non il singolo criminale maschio che si è macchiato del delitto. Secondo la tollerante sinistra, siamo tutti colpevoli. A me sembra strano questo modo di ragionare che prende il tutto per la parte: sarebbe come incolpare tutti i tedeschi per il nazismo.

In realtà il piano è sempre lo stesso: rendere l’uomo sempre più fragile, sempre colpevole, anche promuovendo modelli sessuali che condannano la virilità e favoriscono l’ambiguità, per vivere tutti fluidi e contenti (ma davvero?) finché gender non vi separi.

Era il padre che educava il figlio ai valori del coraggio, della virilità, della promozione della famiglia. Oggi il padre, in quanto uomo, sembra uno che deve solo aspettare di essere colpito per le malefatte che comunque compirà, perché il suo peccato originale non conosce grazia ma solo colpa.

Immagino che le donne vere non possano che inorridire di fronte a questo scenario e dovrebbero essere loro, per prime, a denunciare questa operazione che può essere definita con una parola soltanto: disumana.

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