Su conoscenza, ignoranza e schiavitù

Santa Subito (alias, per chi non lo sapesse, mia moglie Serena) mi fa leggere un pensiero di Corrado Augias. Eccolo.

«Ricordo ancora la domanda che fece il professore di filosofia il primo giorno di liceo: “A che serve studiare? Chi sa rispondere?”. Qualcuno osò rispostine educate: “A crescer bene”, “A diventare brave persone”. Ma il professore, non soddisfatto, scuoteva la testa. Finché alla fine disse: “Serve a evadere dal carcere”.

Ci guardammo stupiti. “L’ignoranza è un carcere. Perché là dentro non capisci e non sai che fare. Dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi, ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?”.

Mi è tornato in mente quell’episodio indelebile leggendo che solo un ragazzo su venti capisce un testo. E penso agli altri diciannove, che faticano a evadere e rischiano l’ergastolo dell’ignoranza. Uno Stato democratico deve salvarli perché è giusto. E perché il rischio poi è immenso: le menti deboli chiedono l’uomo forte».

L’ignoranza è un carcere, è vero. Ma può la salvezza arrivare dallo Stato? Non credo proprio. Lo Stato, semmai, molto spesso è parte attiva nel far sì che le menti restino deboli.

La mia maestra elemntare, prendendosela con la cultura marxista che a quel tempo (anni Sessanta del secolo scorso) si stava impossessando sella scuola, diceva sempre: «Ricordate che vogliono lasciarvi nell’ignoranza per potervi manipolare e fare schiavi. Solo la conoscenza vi permetterà di non restare imprigionati. E non date retta a chi sostiene che bisogna avere una scuola più democratica (allora non si diceva inclusiva), meno nozionistica. Chi vuole abbassare il livello vuole semplicemente che voi restiate ignoranti, per avervi in pugno. E i più penalizzati saranno proprio i più poveri e svantaggiati, perché il figlio del ricco troverà sempre il modo di andare avanti, ma il povero che resta ignorante sarà doppiamente oppresso».

Per tanto tempo ho condiviso questa analisi, ma poi, col tempo, ho sentito il bisogno di un’integrazione. La conoscenza è importante, ma di per sé non è liberante. Come diceva Benedetto XVI, può anzi condurre da un lato alla presunzione che nasce da un senso di superiorità e dall’altro alla tristezza che nasce dal constatare che più si sa e meno si sa. In realtà solo la conoscenza illuminata dalla fede dona la vera liberazione.

A.M.V.

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