“Adoraverunt eum”. E noi faremo come i Magi?

di Rita Bettaglio

Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre ejus, (hic genuflectitur) et procidéntes adoravérunt eum.

Ed entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua madre (qui ci si inginocchia) e prostratisi, lo adorarono.

Notiamo, a latere della nostra riflessione, che il Messale, in questo punto, prescrive la genuflessione del sacerdote e dei fedeli. Si ripete e si attualizza il gesto dei Magi. Potrebbe sembrare cosa di poco conto, una sorta di artificio scenico, invece è di fondamentale importanza. Nella liturgia, in ispecie nella santa Messa, partecipiamo realmente ai misteri del Signore che si svolgono. Non è una rievocazione storica, una rappresentazione, per quanto sacra. Non è un film, è un dramma divino in cui incontriamo Dio.

Possiamo, perciò, cantare hodie, oggi, cælésti sponso juncta est Ecclésia perché realmente il mistero si compie. Lo possiamo cantare in verità. Perché nella liturgia, che Dio stesso ha creato e prescritto all’uomo, accade ciò che essa annuncia. Questo fa impazzire il modernista. Ma è una semplice e diretta conseguenza dell’Incarnazione, l’assunzione da parte di Dio della natura umana e il suo nascere nel tempo e nello spazio. Per questo grande dono e mistero, Dio è sia fuori che dentro il tempo: fuori come vero Dio e dentro come vero uomo. È Dio stesso che rende possibile partecipare agli eventi della sua vita e ai suoi sacri misteri, primo fra tutti la Santa Messa.

Vi siete mai domandati perché il mondo d’oggi ha fatto di tutto per cancellare il Natale o ridurlo a melensa favoletta? Perché un bambino che sia vero Dio e vero uomo, che nasca a Betlemme durante il censimento di Cesare Augusto, che abbia una madre figlia del suo Figlio e sempre vergine prima, durante e dopo il parto, fa ululare il succitato modernista. Lo fa ululare come un licantropo, folle di quell’invidia che precipitò la creatura ch’ebbe il bel sembiante (Inferno, XXXIV,18).

Ma torniamo ai Magi.

I Magi sono personaggi importanti, che la Tradizione ci ha indicato come re. Essi giungono in Palestina da Oriente, seguendo una stella. In questo lungo cammino la grazia li prepara all’incontro col Re dei Re. Giunti a Gerusalemme, chiedono aiuto all’autorità, al re Erode che, sulle prime, sembra benevolo. Pare che questi uomini di potere, i Magi ed Erode, abbiano un desiderio comune: adorare il neonato Re dei Giudei.

Essi, invece, incarnano due estremi. I Magi, generosissimi e pronti a lasciare tutto, sono animati da una grande fede. Erode, al contrario, è avido e disposto a uccidere per eliminare qualsiasi competitore.

Sembra quasi un film coi buoni e i cattivi, e noi scegliamo istintivamente i buoni.

Identificare la cattiveria di Erode è facile, seguire i Magi non lo è altrettanto.

I Magi misero se stessi e tutti i loro beni, materiali e spirituali, nelle mani della Provvidenza, che misteriosamente si era manifestata attraverso la stella. Essi avevano interiorizzato la stella. Quando avevano deciso di seguirla, nei loro cuori avevano già rinunciato a loro stessi.

Siamo disposti noi a fare questo? Fino a che punto siamo pronti a lasciare tutto e a farci guidare dalla stella della divina Provvidenza?

Il distacco dalle cose, dai beni materiali, è l’inizio del cammino di ascesi, della liberazione dalla zavorra che ci tiene incollati al suolo.

Fratres, non sumus ancillæ filii, sed liberæ: qua libertate Christus nos, liberavit. State, et nolite iterum jugo servitutis contineri (Gal 4,31-5,1).

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

Sette sono i gradini per salire all’altare e ognuno vi si colloca a seconda del suo stato: al primo il fedele che, in ginocchio, riceve il Corpo e il Sangue di Cristo. Sugli altri gradini si dispongono religiosi e chierici, fino al sommo del monte del Calvario, l’altare, dove sale il sacerdote ed agisce in persona Christi.

Dodici sono i gradi dell’umiltà che san Benedetto indica nella sua Regola. Al capo settimo, dedicato all’umiltà, il santo invita i suoi figli, ma anche tutti i cristiani, a innalzare la scala che apparve in sogno a Giacobbe e lungo la quale questi vide scendere e salire gli angeli (RB, cap. 7,6).

Egli continua:

La scala così eretta, poi, è la nostra vita terrena che, se il cuore è umile, Dio solleva fino al cielo; noi riteniamo infatti che i due lati della scala siano il corpo e l’anima nostra, nei quali la divina chiamata ha inserito i diversi gradi di umiltà o di esercizio ascetico per cui bisogna salire.

Per salire questa scala è necessario alzare gli occhi, guardare in alto. Nessuno sale una scala con gli occhi rivolti al basso. Quando scendiamo una scala guardiamo in basso, ma per salire bisogna elevare lo sguardo. Sennò s’inciampa.

Dobbiamo sollevare gli occhi dai nostri dispositivi elettronici che ci tengono incollati a terra. Allora vedremo la stella.

Faremo come i Magi? Lasceremo tutto per andare ad adorare il Re dei Re?

Quando si viaggia, bisogna essere leggeri, portare l’indispensabile.

Ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche (Mc 6, 8-9).

Che la Santissima Vergine Maria, che meditava ogni cosa nel paradiso terrestre del proprio cuore, ci preservi dalla tristezza del giovane ricco. Egli se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze (Mt 19, 22).

E noi?

 

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