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Santi e animali / 2. San Benedetto e il corvo

di Michela Di Mieri

La fonte principale, se non la sola, da cui possiamo trarre notizie sulla vita di san Benedetto da Norcia è il secondo libro dei Dialoghi, del papa san Gregorio Magno, scritto all’incirca a mezzo secolo dalla morte di colui che passerà alla storia come padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa. Il papa magno, lungo tutto il libro, appellava Benedetto come “l’uomo di Dio”, a sottolinearne la volontà di farsi null’altro che Suo strumento, in un’epoca storica che, per certi versi, può ricordare la nostra. Ed è stato proprio da quel suo “nihil amori Christi praeponere” che la Grecia e Roma illuminate dal Verbo hanno potuto sopravvivere ai barbari e fondare la nuova Europa cristiana. Una grande, epica storia nella quale ha trovato posto anche un ignaro, piccolo corvo. Buona lettura!

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La cesta piena di pani dolci, dall’aspetto soffice e fragrante, che il prete Fiorenzo aveva fatto recapitare al monastero di San Clemente, a Subiaco, come offerta di amicizia nel Signore, era stata accolta con piacere e gratitudine dall’abate Benedetto e dagli altri monaci.

Benedetto, in una manciata di anni, aveva fondato nella zona di Subiaco una dozzina di monasteri, ognuno abitato da dodici monaci guidati da un abate, per un totale di tredici uomini, sul modello del Signore Gesù e degli apostoli.

La fama di santità che aleggiava attorno all’abate aveva varcato i confini della regione sublacense, per giungere fino a Roma, la città da cui, svariati anni prima, lo stesso era scappato, nauseato dalla corruzione che vi regnava, così che arrivavano ai suoi monasteri numerosi giovani dell’aristocrazia romana.
La notorietà e la benevolenza di cui era circondato, però, come spesso accade, accese d’invidia non poche persone, che vedevano nella sua purezza lo specchio della loro sporcizia interiore.
Una di queste era il prete Fiorenzo, un sacerdote come mai ce ne dovrebbero essere, un impostore che usava il suo abito per avere assicurata una buona posizione sociale ed economica, senza dover fare troppa fatica, che viveva in modo dissoluto addirittura, sembra, dilettandosi di magia e carezzando i culti pagani. Ebbene, costui fu preso da un’ira tale nei confronti di Benedetto che si sarebbe potuta estinguere solo con la sua morte. Infatti, tra le tante anime che l’uomo di Dio attraeva a lui, si annoveravano anche quelle che, fino all’arrivo di Benedetto nella zona, avevano costituito un ottimo giro d’affari per il prete Fiorenzo, il quale non si vergognava di farsi pagare per i sacramenti che dispensava. E così, dopo tanto pensare, il prete prese la decisione di eliminare l’odiato abate, ignaro ostacolo alla prosperità della sua borsa, avvelenando il pane dolce destinato a lui, ossia quello più grande.

Dunque, quella sera, dopo cena, furono portati i pani nel refettorio e vennero distribuiti tra i monaci. Benedetto si alzò per impartire la benedizione su di essi, quando un’ombra passò sul suo viso ed egli si arrestò, la mano a mezz’aria e lo sguardo fisso su quel pane fragrante ed invitante che lo attendeva per ucciderlo. Egli conobbe tutto d’un tratto, come a volte gli capitava. E ne fu immensamente rattristato. Dopo un sospiro, chiamò il corvo che zampettava alle sue spalle, come ogni sera.

L’animale aveva, infatti, preso l’abitudine da qualche tempo di presentarsi alla finestra del refettorio all’ora di cena, e lì aspettava pazientemente, finché l’abate, terminato il pasto, non gli dava il permesso di entrare e di beccare le briciole che erano rimaste sulla tovaglia.

Quella volta, però, il motivo per cui Benedetto l’aveva chiamato era ben più grave. Tra lo stupore degli altri monaci, dopo che l’uccello di posò di fronte all’abate, egli gli parlò, esattamente come se l’animale potesse comprendere le sue parole, dicendogli: “Prendi questo pane e gettalo lontano, in un luogo talmente impervio che nessuno possa mai trovarlo e mangiarlo”. Ma il corvo, che, Dio solo sa come, evidentemente sapeva quale veleno si celasse nel pane, invece di obbedire si mise a gracchiare e a saltellare tutt’intorno, manifestando la sua contrarietà. L’abate, allora, comprendendo il motivo dello strano comportamento del pennuto, lo tranquillizzò. “Tu – gli disse – sei uno strumento che l’Onnipotente usa per evitare che questo pane possa nuocere. Prendilo, dunque, nel becco senza alcun timore: il veleno non ti farà alcun male”. Fidandosi di queste parole, il corvo afferrò all’istante il pane ben saldo nel becco e volò fuori dalla finestra.

San Gregorio magno non ci informa del luogo in cui il solerte corvo lasciò cadere il pane, ma non v’è ragione di dubitare che avrà scelto, illuminato dalla divina intelligenza e in missione per conto di Dio, un luogo irraggiungibile per qualsiasi creatura. Né vi è motivo di pensare che, al suo ritorno, non sia stato lautamente ricompensato con succulente molliche di pane. Fatto sta che, da quella sera, l’uccello non abbandonò più Benedetto, divenendo quasi come un’ombra protettiva che vegliava dall’alto della sua visuale alata o dalla spalla di quell’uomo sulla quale soleva riposare.

Non lo lasciò neppure quando, qualche tempo dopo, l’abate se ne andò da Subiaco, insieme a un paio di monaci, perché gli attacchi del prete Fiorenzo, esacerbato dall’ira e dall’insuccesso, si erano fatti ancora più subdoli. Questa volta, conscio di non avere potere su Benedetto, aveva architettato di colpirlo tentando i suoi confratelli, mandando un gruppo di avvenenti signorine a cantare e danzare proprio di fronte al monastero. L’abate, comprendendo che i suoi monaci non avrebbero avuto pace finché lui fosse rimasto lì, decise di partire, lasciando un’apparente vittoria allo scellerato prete. Ma San Gregorio ci racconta che, proprio mentre Benedetto e i suoi passavano davanti a casa sua con il sacco sulla spalla, quegli fu sepolto dalle macerie del balcone rovinato sotto i suoi salti di giubilo, mentre l’amico corvo volteggiava in alto sulle macerie fumanti.
E, poiché Dio scrive dritto anche sulle righe storte, fu proprio grazie a quest’ultima insidia se egli, con un pugno di monaci e il fedele corvo che gli svolazzava intorno, arrivato in quel di Cassino, fondò il celebre monastero sulla cima del monte il cui bosco, ancora nel VI secolo, era sacro ad Apollo. Lì l’uomo di Dio scrisse quella Regola da cui, nel modo mirabile e sorprendente in cui la Provvidenza è solita operare, prese forma la nostra Europa.

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La precedente puntata: Santi e animali / 1. Don Bosco e il Grigio 

Aldo Maria Valli:
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