Il nuovo libro di Massimo Viglione / “Papa eretico. Rinuncia. Sede vacante?”. Lo scisma di fatto e l’ora delle scelte

È uscito il libro di Massimo Viglione Papa eretico. Rinuncia. Sede vacante? L’insegnamento del passato e il dibattito dopo l’11 febbraio 2013 (edizioni Maniero del Mirto), un contributo che arriva nel mezzo di un vasto e a volte aspro dibattito sulla Chiesa attuale e il suo futuro.

Ho intervistato l’autore.

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Massimo, questo tuo libro lo definirei minuzioso. Hai voluto entrare dettagliatamente nell’attuale crisi della Chiesa nel tentativo (secondo me, quasi disperato) di fare chiarezza in mezzo a un’enorme confusione che si sta traducendo anche in una profonda divisione fra gli stessi cattolici. Pensi di aver raggiunto l’obiettivo?

Da anni vengo interpellato per esprimere la mia opinione sulla questione dell’autorità nella Chiesa, specie dopo i ripetuti e mai terminanti appelli pubblici di Andrea Cionci. Ho atteso a rispondere perché sentivo molto chiaro un problema dirimente: per pronunciarsi con avvedutezza e correttezza su tale questione, la più importante oggi in assoluto per un cattolico, occorrono quattro condizioni indispensabili, quasi sempre mancanti in tutti coloro che ogni giorno emettono sentenze e condanne, specie sui social: 1) piena e corretta consapevolezza della crisi della Chiesa fin dalle sue origini ormai molto lontane; 2) adeguata preparazione teologica (e in parte canonistica) sulle varie questioni connesse; 3) piena conoscenza di tutte le fondamentali vicende accadute dall’11 febbraio 2013 (e anche prima); 4) conoscenza dell’intero dibattito sviluppatosi in questi ultimi quasi undici anni, specie e almeno qui in Italia.

Personalmente, avevo quindi bisogno di rinforzare la mia corretta consapevolezza sulla terza e la quarta condizione, senza escludere anche la seconda. Parlare del problema senza sufficiente conoscenza e consapevolezza rende sprovveduti: può andare bene sui social, ma non certo per rendere onore alla verità e al bene delle anime.

Per tal ragione mi sono messo a studiare la questione. E ci è voluto tempo. Studiando, ho capito che l’albero ha radici lontane e rami molto folti, con tante foglie. Fuor di metafora, ho dovuto iniziare il mio lavoro ponendo il problema plurisecolare del dibattito sulla possibilità reale della caduta in eresia di un papa (radici), quindi la ricostruzione di tutto quanto accaduto dalla Rinuncia in poi (tronco), le variegate conseguenze della Rinuncia e dell’agire teologico e pratico di Francesco/Bergoglio (rami), e la posizione di tutti coloro che con perizia e cognizione si sono espressi in merito (foglie).

Questo si trova nel mio libro, con l’aggiunta della trattazione di questioni collaterali ma assolutamente dirimenti: il sedevacantismo “classico”, il problema della Messa “una cum” (divenuto oggi, in mano alla massa inferocita, una sorta di feticcio contundente), quello dell’obbedienza a un superiore eretico, e altro ancora.

Tu Aldo Maria mi chiedi se io ho raggiunto l’obbiettivo: posso dire con serenità che con questo libro, che segue ovviamente i lavori di altri autori di cui ho tenuto debito conto, contribuisco concretamente alla chiarificazione dell’intera questione. Poi è chiaro che ognuno è libero di condividere o meno le mie conclusioni, ma ai fatti oggettivi bisogna attenersi, pena il cadere nella menzogna. E quelli sono ormai chiaramente ricostruiti e costituiscono la base imprescindibile per la retta consapevolezza dell’intera questione. Anche se la verità può risultare scomoda ad accettarsi. Anzi, tale risulterà sicuramente, e per molti, se non quasi tutti. Certamente non è un libro che mi farà avere più amici, avendo scavato solchi “pericolosi”.

Tu sostieni che la possibilità della caduta in eresia di un papa è qualcosa di possibile. Ci vuoi spiegare perché?

Non lo sostengo io, ma la dottrina cattolica e i fatti.

Vediamo i fatti. Sono caduti in eresia – chi in maniera più grave chi meno grave, chi per debolezza chi per ostinazione, chi palesemente chi velatamente, chi con veloce ritrattazione chi con ostinata pervicacia, chi sotto minaccia fisica chi invece in piena libertà – vari papi, almeno sette certamente, fin dal IV secolo. E mi riferisco per ora solo ai pontefici anteriori al 1958. Esamino ognuno di questi casi e, a differenza di quanto affermano sacerdoti della Tradizione che conosco e stimo ma che tendono a giustificare e normalizzare i loro errori (di tutti, nessuno escluso), credo di aver dimostrato che tale riduzione e normalizzazione non sono accettabili. Si può dire che fossero deboli e confusi e in fondo in buona fede (come qualche sacerdote fa); ma la coscienza è il dominio di Dio, non certo nostro, ed è impossibile negare che abbiano, almeno per un certo periodo (Onorio fino alla morte) professato l’eresia. Quasi tutti hanno ritrattato, specie nel Medioevo, quando furono minacciati di scisma da vescovi, abati, santi e perfino da un futuro papa: ma almeno per qualche anno hanno professato l’eresia, tanto è vero che, per l’appunto, furono minacciati di scisma e tanto è vero che ritrattarono! Se si ritratta l’errore, vuol dire che si è stati in errore. Ovvero, proprio la loro ritrattazione è prova inconfutabile della loro caduta in eresia. E, ci dispiace, ma i fatti sono ostinati e non si “curano” rivolgendosi alle intenzioni del foro interno per normalizzare una realtà che non piace: contra factum non valet argomentum.

Chi volesse conoscere le vicende di ciascuno di questi pontefici, può trovare risposta nel mio libro.

Veniamo ora alla dottrina. Per secoli, dall’alto Medioevo fino almeno al XVII secolo, papi, concili, santi, dottori, teologi di fama e canonisti celebri hanno insegnato che un papa può cadere in eresia e hanno tentato di proporre una soluzione nel malaugurato caso. Riporto il dibattito nella prima parte del libro. Pertanto, non si può dimenticare quanto insegnato – specie da papi e concili – per almeno mille anni.

Ma, a parte questo, rimane il fatto, oggettivo e indiscutibile in quanto dogmatico, che l’infallibilità pontificia esiste solo a determinate condizioni (spiego il concetto nel libro), come previsto dal dogma del 18 luglio 1870: dal che si evince, come ovvio, che quando queste condizioni mancano, ovvero quando il papa parla come dottore privato, può errare. E infatti vari papi hanno errato.

Infine: come detto, io ho posto esempi di errori dei papi anteriori al Concilio Vaticano II. Superfluo ricordare poi tutto quanto accaduto dopo. Se si accettano come legittimi e validi i pontefici post-conciliari, occorre inevitabilmente ammettere che i papi cadono in errore.

Ma chi può giudicare il papa se non c’è nessuno sopra di lui? Se anche alcuni cardinali o vescovi o teologi dovessero dimostrare la sua caduta nell’eresia, come si potrebbe procedere concretamente?

Questo è il cuore della prima parte del mio libro. Detto in poche righe, nessuno può giudicare un papa, perché Prima Sedes a nemine judicatur, perché Pietro superiorem non recognoscens e ha la plenitudo potestatis su tutta la Chiesa (secondo la dottrina medievale, su tutto il mondo). Questa è la dottrina tradizionale della Chiesa e su questo non può che esservi assoluto consenso, pena la caduta in eresia.

Come dimostro riportando il dibattito plurisecolare, la gran parte degli esperti (almeno fino al XVII secolo) sostiene che un eretico manifesto e pervicace (ovvero sordo ai richiami) non fa più parte della Chiesa, anche se è un papa. Pertanto, non potendo essere papa chi si è colpevolmente e (fondamentale!) impenitentemente escluso dalla Chiesa, il papa eretico manifesto e pervicace può essere deposto. Non materialmente, perché nessuno può fisicamente giudicarlo e mandarlo via, ma di fatto con l’elezione di un nuovo pontefice legittimo da parte dei cardinali, che rende automaticamente antipapa il precedente papa eretico impenitente.

Ovviamente questa situazione può portare allo scisma, ma, a mia opinione, il male vero è l’insegnamento costante dell’eresia e della menzogna che può portare le anima alla dannazione. Infatti, salus animarum suprema lex della Chiesa: non dimentichiamo che il bene supremo non è l’unità (feticcio vatican-secondista, come quello della “pace”), ma la Verità che porta alla salvezza delle anime. Meglio una sana divisione in nome della Verità e della fedeltà alla Tradizione che la pace e l’unità nell’errore e nell’eresia che decompongono il Corpo Mistico di Cristo. E noi oggi assistiamo tragicamente e quotidianamente a quanto appena affermato.

Chi leggerà il libro, vedrà come su questi punti appena esposti vi sia oggi grande divisione fra i teologi, sia ecclesiastici che laici. Nel senso che quanto abbiamo appena detto non è condiviso da alcuni ecclesiastici (molto noti e stimati nel mondo della Tradizione), ma assolutamente condiviso da vari altri.

Veniamo a un punto estremamente complesso e dibattuto: rinuncia di Benedetto XVI ed elezione di Francesco. Quale il tuo giudizio sulla rinuncia? Valida? Non valida? E a che cosa ha rinunciato veramente Benedetto XVI? Alcuni sostengono che avrebbe rinunciato al ministerium ma non al munus, in parole semplici avrebbe rinunciato a fare il papa e non all’essere papa. Sei d’accordo? E, se sì, perché Ratzinger avrebbe preso questa decisione?

E questo è il cuore della seconda parte del libro, quella più lunga, complessa e attuale.

Ricostruisco, autore per autore, l’intero dibattito ed espongo ogni posizione su ogni questione trattata, spero e credo in piena fedeltà (se avessi errato qualche interpretazione, sono pronto a correggermi nelle prossime edizioni). Non posso ora dire tutto e nemmeno poco, trattandosi di una questione enorme di – come tu dicevi all’inizio – “disperata” soluzione. Ma posso dire che c’è una convergenza assoluta su un fatto ben preciso: ovvero, che la divisione, che si evince chiaramente dalle parole della Declaratio di Rinucia di Benedetto XVI dell’11 febbraio (poi ampliata il 27 successivo) 2013, tra munus e ministerium, intesi come due funzioni papali che in teoria potrebbero essere rivestite da due persone differenti (chi ha il munus sarebbe il papa mentre chi ha il ministerium farebbe il papa: un papato “spirituale” e uno “operativo giurisdizionale”) è ritenuta assolutamente impossibile. Eppure Ratzinger l’ha chiaramente enunciata l’11 febbraio e ancor più chiaramente ribadita il 27.

Pertanto, da qui nasce tutta la problematica della Rinuncia: chi dice che, a leggere bene e a ragionare serenamente, tutto si risolve in favore della legittimità della Rinuncia (quindi di papa Francesco), nonostante i “tanti pasticci” di Benedetto (sono coloro che ritengono Francesco papa legittimo, soprattutto esponenti del clero tradizionale, ma non solo); chi dice che quello che ha fatto Ratzinger dall’11 febbraio è frutto della sua visione teologica modernista e dialettica e rende del tutto invalida la rinuncia; chi dice invece che lo ha fatto appositamente, con geniale procedimento machiavellico, per “scismare” il suo successore e rimanere papa occulto.

Da qui tutto il dibattitto e tutti gli scontri possibili, che cerco di riportare nel libro.

Ma poi c’è la seconda parte: quella specificamente bergogliana, sia riguardo la sua discussa elezione, sia per le sue indubbie eresie manifeste e pervicaci, che in questi ultimi tempi si stanno moltiplicando anziché attutirsi, come ben sappiamo tutti.

Come io credo di aver ineccepibilmente dimostrato (e su questo sono pronto a sfidare chiunque, sempre secondo il principio del contra factum non valet argomentum), la situazione ha creato fra tutti gli autori una “guerra di tutti contro tutti”. Ovvero, vi è assoluta mancanza di omogeneità di opinione, non solo fra le varie posizioni ufficiali, ma anche all’interno dei vari schieramenti. Questo è un passaggio fondamentale del mio libro, per il quale invito il lettore alla massima attenzione: si scoprirà che, anche fra i “normalisti” (Rinuncia valida e Francesco papa legittimo), in verità vi sono evidenti divergenze su tante questioni connesse e collaterali. E questo accade anche nell’altro schieramento, quello dei, per così dire, “negazionisti”. E io lo dimostro punto per punto.

Pertanto, alla fine del libro io sostengo che la vera divisione, al di là di quella essenziale appena citata fra “normalisti” e “negazionisti”, è di carattere psicologico e comportamentale: ovvero fra il “partito” assolutista, ovvero coloro che sono certissimamente convinti della propria posizione e pronti, spesso, a “scomunicare” gli altri (e sono presenti in entrambi gli schieramenti, a partire dagli ecclesiastici per finire con i laici); e i “prudenti”, che invece ammettono l’impossibilità di una certezza assoluta in materia, e usano prudenza di giudizio e toni.

Avendo studiato ormai la questione a “tutto tondo”, non posso nascondere di appartenere alla seconda schiera, nonostante la mia natura e il mio temperamento mi portino a essere sempre piuttosto “assolutista” nei giudizi. Ma in questo caso l’onestà e la libertà di cui grazie a Dio godo mi permettono di poter giudicare con la necessaria prudenza e, credo e spero, saggezza.

Da parte di Benedetto XVI un atto di coraggio o una fuga?

Coraggio assolutamente no, altrimenti cadiamo nel ridicolo della più sentimentalistica papolatria di massa. Forse fuga. Ma su questo voglio dire che non mi sento di giudicarlo aspramente, perché, alla fine, solo lui sa veramente quali fossero le condizioni in cui si trovava (basti ricordare, solo per dire una cosa certissima, l’affaire Gabriele) e le forze contro le quali doveva combattere.

Il Vaticano, oggi, è un abisso infernale. E non sono certo io a dirlo. Pertanto, forse fuga, ma al contempo senza per questo giudicare troppo malevolmente la decisione dell’uomo Ratzinger, ormai vecchio e per sua natura certamente mero intellettuale non portato allo scontro e alla fortezza temperamentale.

Dove invece il mio giudizio sulla sua persona diviene onestamente duro – e approfondisco la questione nella parte finale del libro – è proprio riguardo la sua visione filosofica impostata sull’hegelismo dialettico e teologica chiaramente influenzata da risvolti modernisti tipici della teologia tedesca pre e post conciliare, che lo hanno portato a impostare la decisione più importante della sua lunga vita al servizio della Chiesa, ovvero la Rinuncia al pontificato, in una maniera inaccettabile teologicamente, canonicamente e, ciò che nessuno considera, umanamente. Non solo: ma che lo ha fatto persistere in questo errore fino al giorno della morte, arricchendo l’errore stesso con quei tanti “pasticci” che tutti conosciamo e che certamente non furono fatti e ripetuti fino alla fine solo per “distrazione”. Sto dicendo che Benedetto XVI / Joseph Aloysius Ratzinger ha scelto quel modo di rinunciare volutamente e con uno scopo ben preciso, che non è assolutamente quello urlato da Andrea Cionci, ma un altro, di una portata teologica immensamente più elevata e devastante.

E veniamo a Francesco. Domanda secca: è papa?

Il libro fornisce la mia opinione a riguardo. Come fornisce la mia opinione su ciascuno degli aspetti trattati, sulle spinose questioni spirituali e dottrinali odierne, sulle varie vicende conseguenti la Rinuncia e soprattutto su quanto affermato da molti degli autori del dibattito che ho approfondito. E credo che questo rimanga l’aspetto più interessante del libro.

Alla fine del libro scrivi che, ormai al tramonto del pontificato di Bergoglio, sembra che “si stia innescando la miccia che andrà a iniziare eventi di capitale importanza nella storia della Chiesa, per noi oggi inimmaginabili”. Vuoi spiegare meglio a che cosa alludi?

Sebbene qualche ecclesiastico da me esaminato paventi con orrore il male di un futuro possibile scisma, io credo che lo scisma sia in atto da molto tempo, solo che non lo si dice (come quando i nostri telegiornali semplicemente non dicono quello che accade, come per esempio in questi giorni con la rivolta degli agricoltori in Germania, solo per fare un caso fra mille possibili). E credo che sarebbe il minore dei mali, forse un bene, vista la situazione ipercancrenosa del clero attuale. Non solo: credo che Bergoglio e soci lo vogliano, o almeno lo debbano cercare. La velocità dei fatti e delle loro sempre susseguentesi malefatte teologiche e di altro genere lo dimostra: cercano lo scontro.

Ma, al di là di questo, il ragionamento è più profondo. Il modernismo è parte dell’anima della Rivoluzione gnostica, liberale ed egualitaria. Come questa, esso deve sempre procedere verso la dissoluzione, senza sosta. Perché per questo è stato ideato e applicato. Questo è il punto fondamentale che sfugge a tutti o quasi, fin dai più alti vertici ecclesiastici: la crisi della Chiesa è la Rivoluzione nella Chiesa. Ciò comporta che non avrà mai fine finché Dio non interverrà, finché non si andrà allo scontro finale. Nel frattempo, ogni cattolico, ecclesiastico o laico, sarà ogni giorno più costretto a prendere posizione fra la pseudofedeltà alle gerarchie vendute alla Rivoluzione e per certi versi direttamente al demonio e la fedeltà alla Verità evangelica, alla Tradizione, alla Chiesa di sempre.

Questo meccanismo di scontro sta per giungere ai suoi esiti finali, e ognuno dovrà piegare la testa alla durezza dei fatti e compiere la propria scelta. Il tempo funesto e rovinoso dei moderati e dei conservatori è finito, e infatti costoro appaiono ogni giorno più inadeguati quando non patetici. Ora è il tempo delle decisioni definitive.

In fondo, questo è l’unico lato positivo del modernismo e perfino di Bergoglio: l’apertura dei cuori e della mente dei buoni, la cecità per tutti gli altri.

Grazie a Dio!

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