In difesa del matrimonio. Non è questione di cultura, ma di natura e volontà immutabile di Dio

Ricevo questa omelia della II domenica dopo l’Epifania dal sacerdote già intervenuto altre volte nel blog.

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di Un sacerdote cattolico

Dalla Lettera di san Paolo Apostolo ai Romani (12, 6-16)

Fratelli, abbiamo doni differenti a seconda della grazia che ci è stata data: o la profezia, secondo il criterio della fede; o il servizio, nel servire; o chi insegna, nell’insegnamento; o chi esorta, nell’esortazione; chi condivide, con semplicità; chi presiede, con sollecitudine; chi fa opere di misericordia, con gioia. La carità sia senza simulazione. Detestate il male, aderite al bene. Amatevi gli uni gli altri di amore fraterno; prevenitevi a vicenda nel rendervi onore. Non siate pigri nello zelo, ma ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Prendete parte alle necessità dei santi; praticate l’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano: benedite e non maledite. Rallegratevi con chi gioisce, piangete con chi piange. Abbiate fra voi un pensiero unanime. Non aspirate a cose alte, ma acconsentite a quelle umili.

Dal Vangelo secondo Giovanni (2, 1-11)

In quel tempo, vi furono delle nozze in Cana di Galilea, e là vi era la Madre di Gesù. Alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù gli dice: «Non hanno più vino». Gesù le risponde: «Che ho a che fare con te, o Donna? La mia ora non è ancora venuta». Sua Madre dice ai servitori: «Qualunque cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra, collocate per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre misure. Gesù dice loro: «Riempite d’acqua le anfore», e le riempirono fino all’orlo. Gesù disse ancora: «Adesso attingetene e portatene al maestro di tavola»; e gliene portarono. Il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino – e non sapeva donde venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano attinto l’acqua –, chiamato lo sposo gli disse: «Tutti servono prima il vino migliore e, quando sono brilli, il meno buono; tu, invece, hai tenuto in serbo il vino buono fino ad ora». Così Gesù, in Cana di Galilea, diede inizio ai miracoli, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

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Omelia

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Sia lodato Gesù Cristo!

«Questo, in Cana di Galilea, fu il primo dei segni operati da Gesù. Egli manifestò così la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2, 11). Oggi, in questa domenica, la Liturgia completa i tre avvenimenti che costituiscono la manifestazione del Figlio di Dio nella natura umana: l’adorazione dei Magi guidati dalla stella, celebrata nel giorno dell’Epifania; il Battesimo al Giordano, dove Dio si manifestò facendo udire la sua voce e lo Spirito Santo scese su Gesù in forma visibile di colomba, commemorato nell’Ottava dell’Epifania; oggi, il grande miracolo di Cana. C’è evidentemente un motivo teologico che unisce questi tre avvenimenti: come ho appena detto, è la manifestazione della gloria divina di Gesù in quanto Figlio di Dio. San Massimo di Torino, vescovo nel IV secolo, all’epoca della crisi ariana, ci fa sapere altresì che la tradizione dei Padri, a cui era molto più vicino di noi, attestava che questi avvenimenti si erano compiuti nello stesso giorno, ovviamente in anni diversi; per questo motivo la Liturgia li ha associati.

Che cosa porta in più questo miracolo di Cana? Indubbiamente c’è una dimensione simbolica, che i Padri hanno già osservato e che non ci deve sfuggire: lo sposo di quelle nozze, quel giorno, in realtà rappresentava Gesù in quanto Sposo del popolo di Israele, tanto è vero che l’Israele fedele era presente, anzitutto tramite la Vergine Maria, la Madre di Gesù, cosa che san Giovanni sottolinea; poi c’erano i discepoli di Gesù. Abbiamo una rivelazione del motivo per cui il Figlio di Dio si è incarnato: realizzare cioè queste nozze, questo sposalizio tra Dio e l’umanità credente. Perché ciò fosse possibile, naturalmente, era necessario che l’umanità peccatrice fosse purificata, anzi rigenerata, cosa che avverrà con la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, che otterrà agli uomini la possibilità di rinascere, nel Battesimo, come figli di Dio.

San Giovanni ci fa intuire tutto questo, perché parla di un’acqua che diventò vino. È un fatto storico di cui i discepoli furono testimoni, un miracolo straordinario che attestò la divinità di Gesù, ma è anche un fatto che precorre i tempi e ci fa intuire ciò che dovrà avvenire, tanto è vero che Gesù dice a sua Madre: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2, 4). Qual è quest’ora? È l’ora del suo Sacrificio, l’ora del Calvario. Pur non essendo ancora giunta quell’ora, abbiamo già, per così dire, gli elementi che ci aiuteranno a comprenderla: si parla dell’acqua che serve alle abluzioni rituali dei Giudei, ma che non è più necessaria, dato che Gesù sta per istituire il Battesimo; quell’acqua diventa vino, perché il Battesimo ci dà accesso all’altare, al sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, ci dà accesso a quel sacramento che nutre in noi la vita soprannaturale che dal Battesimo ci è stata conferita.

Questo episodio è molto ricco di significati, ma non dobbiamo trascurarne gli aspetti più immediati, che sono stati colti dagli stessi Padri della Chiesa. Sant’Agostino, fra gli altri, afferma chiaramente che, se il Signore andò a una festa di nozze, ciò significa che approvò il Matrimonio; riconobbe che questa istituzione è voluta da Dio e che, come tale, va rispettata. Dio ha voluto il Matrimonio fin dalle origini, dalla creazione dell’uomo e della donna, come mezzo per generare altri figli di Dio, altri esseri umani che con il Battesimo ricevessero la vita divina e un giorno diventassero cittadini del cielo. Evidentemente il matrimonio che il Signore approvò con la sua presenza a quella festa è l’unico matrimonio possibile, quello naturale tra un uomo e una donna, l’unica unione che, anche secondo natura, è realizzabile. Il Signore ha benedetto questa unione con un sacramento, cioè ha conferito all’unione che fonda la famiglia umana una grazia specifica, la grazia necessaria per poter vivere santamente in quell’unione e per poter trasmettere la fede ai figli.

Tutto ciò che si oppone a quello che Dio ha voluto in conformità alla nostra natura è peccato. Il Matrimonio è indissolubile. Sant’Agostino, nello stesso contesto, sentenzia in modo lapidario: «Il Matrimonio viene da Dio, il divorzio viene dal diavolo». Il Vescovo di Ippona ha spesso queste espressioni estremamente pregnanti, felicissime, scultoree, con cui toglie ogni minimo dubbio. Noi dobbiamo ripeterlo: dobbiamo ripetere che il divorzio e tutto ciò che attenta all’unità della famiglia umana viene dal diavolo; tutto ciò che confonde le idee circa la famiglia umana viene dal diavolo; tutte le ideologie (che non hanno niente a che fare con la fede) che vorrebbero farci credere che siano possibili altri tipi di unione vengono dal diavolo, dal padre della menzogna. Ciò che è menzogna va rigettato, perché è qualcosa che perverte non solo la vita delle persone, ma anche il loro intelletto, il loro modo di pensare.

Il Matrimonio fa parte della natura umana come Dio l’ha creata e del piano che Dio ha avuto fin dalle origini; non è una questione di culture particolari, come noi sacerdoti abbiamo sentito ieri (1): «La particolare cultura africana ha difficoltà ad accettare che ci siano altri tipi di unione». No! Non è questione di cultura: è una questione di natura e di volontà immutabile di Dio. È espressione di puro relativismo parlare di particolari culture che non sarebbero ancora pronte a questi “progressi” della ormai non più civiltà occidentale, che è arrivata ad un grado di decomposizione molto avanzato: significa dire che una cosa in una cultura vale, in un’altra non vale; che una cosa in un’epoca vale e in un’altra non vale.

Noi rigettiamo questo relativismo con tutte le forze, poiché è contrario alla verità, prima ancora che alla fede. La nostra ragione lo rifiuta in quanto si ribella a quest’idea: la ragione è fatta per conoscere la verità e per argomentare in modo sensato. Tutto ciò che non è sensato lo rigettiamo, non perché siamo africani, ma perché siamo uomini: abbiamo il dono dell’intelletto e abbiamo anche il dono della fede. Onore agli Africani, che sono stati praticamente gli unici, ieri mattina, a far presente questo problema, a richiamarlo con grande pacatezza e rispetto, come esige la loro cultura nei confronti degli anziani, ma in modo chiaro, limpido, senza sotterfugi, senza acrobazie mentali. In questo caso dobbiamo imparare da loro; ringraziamo perciò il Signore di aver mandato questi sacerdoti nella nostra città di Roma, la quale, nonostante sia la Madre e Maestra di tutte le altre Chiese, in questi ultimi tempi vacilla nell’adempiere questo suo compito.

Traiamo dal Vangelo la luce e la forza per andare avanti, sapendo che il Signore ci ha dato conferma. Il Signore ha detto tutto ciò che era necessario in modo chiaro e inequivocabile; solo chi è in malafede può trovare dei motivi per mettere in dubbio la sua parola. San Paolo ci ha ingiunto: «La vostra carità sia senza simulazione» (Rm 12, 9). L’ipocrisia non ci appartiene; l’ipocrisia non deve avere cittadinanza nella Chiesa; la carità è immune da ogni finzione. L’Apostolo dice ancora: «Detestate il male, aderite al bene». Ciò che è male, è male; ciò che è bene, è bene. Il male va detestato e odiato, il peccato va respinto con tutte le forze; il bene va amato e praticato ad ogni costo.

Non commento tutte e singole le raccomandazioni di san Paolo, che meriterebbero una riflessione più approfondita, ma in particolare mi colpisce quello che dice a un certo punto: «Rallegratevi con chi gioisce, piangete con chi piange» (Rm 12, 15). Se una persona, sentendosi raccontare fatti terribili, non batte ciglio e non dimostra quindi la minima sensibilità ed empatia nei confronti dei sofferenti, soprattutto dei piccoli che soffrono, questo significa che è indifferente alla sofferenza, significa che non gliene importa nulla, significa che è insensibile. Questo è molto grave, sia per l’anima di quella persona, sia per coloro che l’ascoltano. Chiediamo al Signore di fare qualcosa, di liberarci da questa situazione che definirei surreale; non ho altre parole. Chiediamo al Signore di intervenire presto: Lui che ha cambiato l’acqua in vino può fare qualunque cosa; può premiare la nostra fedeltà umile, nascosta, quella di chi, giorno per giorno, fa il suo dovere senza che nessuno lo noti, senza che nessuno gli faccia gli applausi.

Vedete cosa fecero i servi? Riempirono d’acqua sei giare di pietra: pensate che lavoro! Non c’erano i rubinetti, bisognava attingere l’acqua dal pozzo. Eppure lo fecero; obbedirono al Signore perché la Madonna aveva detto: «Fate qualunque cosa vi dica» (Gv 2, 5). Fecero quello che Gesù aveva comandato; obbedirono perfino a un comando paradossale: dopo aver riempito le giare, dovettero attingere l’acqua e portarla al maestro di tavola. Come si può portare dell’acqua al maestro di tavola? Lo si può fare soltanto se si ha fede: si obbedisce sapendo che comunque l’azione andrà bene. Qualunque cosa succeda, chi segue Gesù è al sicuro, purché faccia quello che Gesù dice, sempre e comunque, a qualunque costo. È grazie a questa fede che si realizzò il miracolo.

Che il Signore ci dia dunque, prima di tutto, la grazia di ascoltare la Vergine Maria, che ci raccomanda continuamente: «Fate qualunque cosa vi dica». Ricordate che la Vergine Maria – diceva san Luca nel Vangelo di domenica scorsa – «conservava tutte queste parole meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 51). Per questo poté dire ai servi: «Fate qualunque cosa vi dica», perché Lei per prima, custodendo e meditando ogni cosa nel suo cuore, aveva verificato (in un certo senso, per quanto possibile) che qualunque cosa Gesù dicesse era veramente parola di Dio. Impariamo da Lei a meditare le parole di Gesù, ma soprattutto ad applicarle obbedendo a Lui sempre e comunque, in qualunque circostanza, a qualunque prezzo, senza pensare al giudizio degli uomini. L’unico giudizio che dobbiamo temere è quello di Dio, quello definitivo, quello da cui dipenderà la nostra eternità, di beatitudine o di dannazione; tutto il resto non ci deve interessare. Facciamo la volontà di Dio e saremo sempre al sicuro, nel tempo e per l’eternità.

Sia lodato Gesù Cristo!

(1) https://silerenonpossum.com/papa-francesco-ai-preti-di-roma-gesu-fa-un-po-lo-scemo-un-disco-rotto-contro-i-preti-giovani/

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