Ma offrire la sofferenza non basta

di Paolo Menti

Caro Valli,

periodicamente e anche di recente [vedi qui] Duc in altum registra le lamentazioni dei cattolici molto sofferenti per l’attuale situazione della Chiesa. Osserverei che offrire a Dio la sofferenza pazientemente sopportata in nome di Cristo e in unione con Lui crocifisso è cosa santa. Capire magari perché si soffre se non è santo è comunque pio esercizio d’intelletto, dono dello Spirito Santo. Se infatti la sofferenza fosse la grazia che Dio manda per provare la nostra fedeltà a Lui e alla sua chiesa rispetto a chi opera contro l’una e l’altra, bisognerebbe rendersene conto e reagire con ogni mezzo consentito, pena il peccato di omissione. Non penso che se sant’Atanasio si fosse limitato a soffrire e non avesse combattuto l’arianesimo sarebbe stato elevato sugli altari; e ardisco supporre, se posso trarre insegnamento dalla parabola dei talenti, che forse neanche la Provvidenza, che mise alla prova la giovane Chiesa permettendo l’insorgere dell’eresiarca, sarebbe stata del tutto soddisfatta.

Oggi la prova sta nel neo-arianesimo, incentivato a differenza di allora perfino da chi siede sul trono petrino. Leggi canoniche alla mano (Codice innanzitutto e costituzione apostolica Universi dominici gregis), molti sostengono che costui non abbia il diritto nonché ovviamente di propalare l’eresia nemmeno di stare assiso su quel posto, perché insanabilmente antipapa; altri contestano tale asserzione sebbene con argomenti non di rado speciosi e in definitiva senza persuadere, mentre i più tacciono e anzi nemmeno ne vogliono sentir parlare. Vogliamo affrontare la questione trattandone in franco e pubblico contraddittorio o preferiamo continuare a soffrire e basta, in ipotesi però spregiando la grazia escatologica che stiamo ricevendo dall’Altissimo?

Con un cordialissimo saluto e augurio di buona Pasqua (traversando il mare tra le muraglie d’acqua che nessuno si sarebbe atteso e prima o poi si richiuderanno su chi si fosse attardato come il faraone).

 

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