Lettera a “Duc in altum” / La mia pena nella Messa riformata

di Claudio Gazzoli

Caro Valli,

qualche considerazione dopo aver partecipato a una Santa Messa novus ordo.

Che pena vedere il sacerdote, qualche istante prima dell’inizio della Messa, in scarpe da ginnastica, jeans e felpa, magari mentre si fuma una sigaretta, e poi eccolo indossare in tutta fretta il camicione di poliestere e andare all’altare con le stesse scarpe in bella evidenza.

Che pena vedere l’altare del Sacrificio sostituito da una mensa, spesso disadorna, di varia foggia e forma, senza più le reliquie dei santi, le candele accese, gli addobbi preziosi.

Che pena vedere la faccia del prete celebrante rivolta verso i fedeli mentre dà le spalle al Santissimo, nel caso in cui il tabernacolo sia rimasto sul vero altare, mentre non gli dà neanche le spalle, ma proprio non Lo considera, nel caso in cui il tabernacolo sia più o meno nascosto da qualche parte.

Che pena essere invasi dalla luce intensa dei riflettori come se si fosse al banco formaggi del supermarket o sulla poltrona del dentista, e sentirsi al centro di una celebrazione nella quale vorremmo essere solo testimoni all’ombra della Croce.

Che pena sentire la Lettera ai romani letta da una signora con tono da celebrante.

Che pena ascoltare le “preghiere dei fedeli” che, in modo ripetitivo, presentano istanze molto, molto terrene, per politici e governanti.

Che pena subire quindici minuti, quando va bene, di omelia confusa, insipida, infarcita di non verità spacciate per dogmi della “fratellanza universale”.

Che pena vedere il celebrante (alter Christus!) presentare l’ostia consacrata al popolo invece di elevarla verso l’alto.

Che pena vedere che quasi tutti stanno in piedi e non in ginocchio mentre accade l’evento più importante della storia.

Che pena constatare che lo spazio dedicato al canone della Consacrazione è appena un decimo di quello dedicato alla cosiddetta omelia.

Che pena osservare quasi tutti gli astanti imitare il sacerdote durante la recita del Padre nostro, con le braccia allargate in basso, a metà, in avanti, all’indietro, in alto, tranne che con le mani giunte.

Che pena ascoltare il Padre nostro buonista nella deviante traduzione politically correct.

Che pena dover schivare l’imbarazzo degli sguardi, degli inchini, dei salamelecchi in occasione di uno “scambio della pace” fra persone con le quali si è già in pace.

Che pena assistere alla distribuzione delle Sante Particole come fossero confetti da parte di pretenziose figure di ministre e  ministri che di straordinario hanno ormai solo il nome.

Che pena constatare che, a causa di queste “familiarità”, frammenti della particola sacra finiscono sul pavimento e rimangono sulle mani dei riceventi, rigorosamente in piedi.

Che pena assistere allo “sparecchio della mensa” da parte di ragazzini o ragazzine in maglietta e leggins variopinti.

Che pena ascoltare il sacerdote che si vergogna del proprio ruolo impartendo pure a sé stesso l’esortazione finale “andiamo in pace”, perché “tanto siamo tutti uguali”.

Che pena dover rimanere incollati al pavimento per il peso smisurato di tutte queste sciatterie, dover contare i secondi di questo tempo sbrigativo e interminabile, senza potersi librare sulla salita senza tempo che ci viene offerta, fin sotto la Croce.

Che pena ascoltare il sacerdote che, dopo la benedizione sacra, vuole metterci del suo, augurando buona domenica, buon pranzo, buona giornata, buona serata, buona cena, buona pizza, buona vacanza.

Che pena vedere il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo sovvertito dall’uomo che lo dona a sé stesso, credendo grottescamente di essere come Dio.

E infine che pena vedere me stesso che mi soffermo con livore su queste miserie, invece di offrire la sofferenza che provocano sull’altare dove, comunque e per tutto questo in modo materialmente meno incruento, viene riproposto il Santo Sacrificio.

Mi sento dire da più parti: “Scusa, ma perché non vai alla Messa in rito antico?”.

Ci vado qualche volta ma, quando posso. Ma, a parte le difficoltà, tengo a precisare che non è questa la soluzione di un cataclisma che non può essere ridotto a una questione individuale. Uno tsunami non può essere fermato con una mano. Certo risolverei, in parte, il mio malessere personale, ma la Messa ha un valore incommensurabile rispetto al disagio di tanti fedeli. Rimane il fatto che un’eccezione non può sopprimere la regola, e questa regola fasulla, introdotta in modo ingannevole, ha i contorni della continua profanazione e, in alcune circostanze, pure del sacrilegio: il vessillo, ormai, di una nuova religione, pur mantenendo, dolorosamente e paradossalmente, il suo originario valore.

C’è un’unica soluzione: ritornare alla regola della Chiesa di sempre.

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