di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
ho letto con curiosità il nuovo Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, enfaticamente intitolato “Lievito di pace e di speranza”
Dovrebbe essere, nelle intenzioni, un documento profetico, ispirato dallo Spirito, ma sembra somigliare più a un trattato di sociologia.
Leggendo il documento pare che la Chiesa italiana, dopo duemila anni, abbia scoperto che il compito principale non è più annunciare Cristo crocifisso e risorto né insegnare la Verità ma “ascoltare”, “dialogare” e “camminare insieme”. Coerentemente nella presentazione a firma di monsignor Castellucci si descrive una “Chiesa in cammino, in ascolto, senza pretese di superiorità” che vive di divisioni tra “chi sogna una riedizione pura e semplice della ‘cristianità’, ormai definitivamente tramontata, e chi cerca invece una postura ecclesiale adattata alla società di oggi”.
Dalla Chiesa come “società perfetta” (così Leone XIII, in “Immortale Dei”), “colonna e sostegno della verità” (1Tm 3,15), si passa alla Chiesa in ascolto costretta ad adattarsi alla società di oggi e al mondo. Dalla Chiesa con la sua sacra gerarchia si passa al modello democratico e di “corresponsabilità differenziata”, in cui tutti decidono su tutto ma nessuno risponde di nulla, in cui l’unica certezza è l’ipertrofia di modelli burocratici che vedono comitati, gruppi di lavoro, centri di ascolto, consigli, organismi di partecipazione alla guida di un carrozzone che cammina ma non si sa dove vuole arrivare. Il risultato ricorda tanto quel cammello che altro non era che un cavallo disegnato da un comitato.
Il passaggio è epocale e pertanto richiede una “conversione”. Naturalmente non la conversione dei cuori verso Gesù e il Vangelo, ma la conversione “missionaria”, “sinodale”, “pastorale” e perfino quella “relazionale” (qualsiasi cosa vogliano dire).
Si cita l’ascolto, la pace, la cura del creato, il genere, la nonviolenza, ma quasi mai il peccato, la grazia o la salvezza. Il peccato, nel documento, è citato solo due volte (nn. 20 e 21) ed è esclusivamente riferito alle strutture “che agiscono iniquamente causando ingiustizia, violenza e sofferenza”. I soli peccati rimasti sembrano quelli contro la sinodalità e quelli contro l’ecologia; di qui, al n. 25, la proposta di promuovere lo “sviluppo umano integrale” e il riferimento alle “Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali” (tutto con la maiuscola).
Significativa, poi, la sezione dal titolo: “Tutti, tutti, tutti”. Qui si invita la Chiesa, tra l’altro, a “promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender”, ad avviare equipe che “coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità anche tenendo conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere”, a sostenere le giornate promosse dalla società civile contro l’omofobia e la transfobia (nn. 30 e 31).
La teoria gender (almeno formalmente) condannata persino da Francesco, diventa oggi materia pastorale da promuovere, senza cenno alcuno alla necessità di ricordare cosa dice in proposito il Catechismo della Chiesa cattolica: non si tratta, naturalmente, di discriminare chi vive una condizione difficile (anche perché gli eterosessuali non sono meno peccatori degli omosessuali); tutti devono essere accolti ma in ottica di conversione verso la Verità. Il buon medico non è quello che si limita ad accarezzare il paziente, ma quello che lo cura.
Tralascio, per carità di patria, ogni commento sulla proposta di attingere “ai multiformi linguaggi artistici per sperimentare forme innovative di catechesi e annuncio” (n. 34), scritto su un documento presentato da chi è stato, purtroppo, protagonista della nota vicenda della mostra di Carpi.
In conclusione, il cammino sinodale promette una Chiesa “diversa”. Il mondo, tuttavia, non ha bisogno di una Chiesa diversa ma di una Chiesa cattolica, Mater et Magistra e vero lievito di salvezza.