Quando di recente ho confessato lo stesso peccato per l’ennesima volta, il mio confessore mi ha offerto un’intuizione che mi ha dolcemente perseguitato per settimane.
La sua saggezza ha dimostrato il vero spirito pastorale che auspichiamo dai nostri sacerdoti, in contrapposizione alla versione ambigua di “pastorale” che i sinodalisti modernisti ci impongono per addolcire l’ultimo peccato che stanno condonando e promuovendo.
Le sue parole mi hanno toccato nel profondo del cuore e mi hanno regalato un momento di profonda epifania. “Tutta la vita cristiana si fonda sull’accettazione della realtà”, mi ha detto con il suo tono gentile dall’altra parte del confessionale. Senza bisogno di aggiungere altro o di spiegare, ho compreso istintivamente l’essenza della saggezza che desiderava trasmettermi, senza dubbio attinta allo scrigno del tesoro dello Spirito Santo.
Più ci rifletto, più mi rendo conto di questa verità. Posso ammettere il mio peccato ricorrente. Faccio fatica a gestire il mio temperamento e ad avere pazienza. Quando sono nel traffico mi capita di imprecare. Potrebbe non sembrare un gran problema, ma per me lo è. Ogni volta che cedo, viene meno la pace e mi sento profondamente scoraggiato (che in sé è, ovviamente, una forma di orgoglio e quindi un peccato sottile, ma l’orgoglio non è forse sempre il più sottile e subdolo dei peccati?).
Se consideriamo alla radice questo peccato – o l’insieme di peccati corrispondenti a questa situazione – esso indica chiaramente il rifiuto di accettare la realtà. Il traffico è un dato di fatto della nostra realtà, così come i cattivi guidatori. Anche gli esseri umani che agiscono in modo egoistico o stolto sono una realtà. Pertanto, il mio ribellarmi e diventare impaziente e arrabbiato è un chiaro esempio di come negare la realtà mi porti a peccare.
Naturalmente, entrano in gioco anche altri aspetti. Arrabbiandomi per le buffonate sciocche, stupide o pericolose di un altro guidatore, sto di fatto dicendo: “Io sono un guidatore così bravo e tu sei un idiota. Come osi offendermi, essere umano inferiore?”. Il concetto è chiaro. Persino l’orgoglio stesso è una negazione della realtà: una sopravvalutazione errata e illusoria delle proprie capacità, del proprio posto nel mondo e del proprio rapporto con il prossimo e con Dio.
Poiché la guerra di Satana e del suo sistema mondiale contro la realtà si intensifica ogni giorno, credo che i fedeli debbano dotarsi di ogni possibile intuizione per neutralizzare la malvagia campagna del nemico.
Il cristianesimo non è una fuga dalla realtà, ma una sottomissione a essa. Dal primo annuncio della creazione alla promessa finale della risurrezione, la fede cattolica insiste sul fatto che la verità non è costruita dall’uomo, ma ricevuta da Dio. Vivere da cristiani, quindi, significa vivere in accordo con ciò che è: con Dio come Creatore e Signore; con l’uomo come creatura e peccatore; con il mondo come decaduto ma redimibile; e con la storia come arena della divina provvidenza. Ogni autentica espressione di vita cristiana – dottrina, morale, liturgia, ascesi e carità – presuppone questa disposizione fondamentale: accettare la realtà così come Dio l’ha creata e rivelata.
Questo principio è in netto contrasto con lo spirito dell’era moderna, che sempre più definisce la libertà come il potere di ridefinire la realtà secondo il desiderio soggettivo. Contro questa tendenza, la tradizione cattolica afferma che la libertà non consiste nel negare la realtà, ma nel consentirle rettamente. Come dichiara Nostro Signore stesso: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32). La verità qui non è sentimento o opinione, ma corrispondenza con la realtà. La vita cristiana, quindi, non si fonda sull’espressione di sé, ma sull’assenso: un assenso dell’intelletto alla verità e della volontà al bene.
Mi viene in mente una delle mie citazioni preferite di E. Michael Jones: “Nella vita hai due opzioni, almeno intellettuali. Puoi conformare i tuoi desideri alla verità, oppure puoi conformare la verità ai tuoi desideri”.
Si può tranquillamente affermare che la parola “verità” nella citazione di Jones può essere sostituita con “realtà”. Una volta fatto ciò, la radice della nostra situazione attuale – dalle mutilazioni di genere ai pronomi preferenziali, dal transumanesimo al matrimonio gay e oltre – diventa chiara come la luce del giorno.
Volete sapere perché la Chiesa cattolica (in quanto istituzione gestita a Roma da eretici e nemici di Cristo) si trova nelle attuali condizioni? Facile. Un programma nefasto che ha raggiunto l’apice nel 1962 ha negato – e continua a negare – la verità rivelata, la realtà e la fonte stessa di quella verità e realtà: il Nostro Meraviglioso Signore, Gesù Cristo.
Il realismo cristiano inizia con la dottrina della creazione. Dio crea ex nihilo, liberamente e amorevolmente, trasmettendo alle creature il loro essere, la loro natura e il loro scopo. “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Genesi 1:1) non è semplicemente un’affermazione temporale, ma metafisica, in quanto afferma che tutto ciò che esiste dipende radicalmente da Dio. Accettare la realtà significa innanzitutto accettare questa dipendenza.
San Tommaso d’Aquino insegna che la verità consiste nella conformità dell’intelletto alla realtà (adaequatio intellectus et rei). Poiché la realtà stessa è creata da Dio, la verità è in ultima analisi fondata su di Lui. Rifiutare l’ordine della creazione, quindi, è un errore non solo intellettuale, ma anche morale, poiché equivale a rifiutare la sapienza del Creatore. Papa Leone XIII, in “Aeterni Patris”, insisteva sul fatto che filosofia e teologia dovessero essere radicate nel realismo, avvertendo che una volta che l’intelletto si è staccato dall’essere sia la fede sia la morale inevitabilmente crollano.
L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, possiede una natura determinata. Non si origina da sé, né si autodefinisce. Papa Pio XII ha sottolineato questo punto quando ha messo in guardia contro il “falso esistenzialismo” che dissolve la natura umana nella pura soggettività, osservando che tali filosofie minano sia la responsabilità morale sia la vocazione soprannaturale. L’accettazione della realtà include quindi l’accettazione della natura umana come qualcosa di ricevuto, non di inventato.
L’affermazione suprema della realtà è l’Incarnazione. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Dio non salva l’uomo abolendo l’ordine creato, ma entrando in esso. Assumendo una vera natura umana, Cristo accetta la piena realtà dell’esistenza umana: nascita, travaglio, sofferenza e morte. Come insegnò sant’Ireneo, “ciò che non è assunto non è guarito”.
L’Incarnazione rivela che la materia non si oppone allo spirito, né la storia all’eternità. Anzi, Dio santifica la materia e la storia con la sua presenza. Ciò ha conseguenze decisive per la vita cristiana. Il credente non può disprezzare il corpo, negare il significato morale delle azioni o ritirarsi in una religione puramente interiore senza tradire la logica dell’Incarnazione.
L’obbedienza di Cristo fino alla morte rivela ulteriormente il cuore dell’accettazione cristiana della realtà. Nel Getsemani, Nostro Signore affronta tutto il peso della sofferenza e dell’ingiustizia, eppure non nega la realtà né la rifugge. “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu” (Matteo 26:39). Qui l’accettazione della realtà raggiunge la sua forma più alta: l’amorevole conformità alla volontà del Padre anche quando la realtà è dolorosa.
Il peccato non è mai semplicemente la violazione di una regola, ma il rifiuto della verità. Prima che la volontà si allontani dal bene, l’intelletto ha già cessato di accettare la realtà così com’è. Ogni peccato inizia con l’illusione.
Il racconto della caduta nella Genesi rivela chiaramente questa struttura. Il serpente non ordina per prima cosa la disobbedienza. Prima di tutto distorce la realtà. Dio viene presentato come ingannevole, il comando come arbitrario e la morte come irreale. Il peccato di Eva inizia quando accetta una falsa interpretazione della realtà. Quello di Adamo segue quando vi acconsente. Come scrive sant’Agostino, “l’orgoglio ha trasformato gli angeli in demoni; l’umiltà rende gli uomini come angeli”. L’orgoglio, in sostanza, è il rifiuto di accettare la verità della propria dipendenza da Dio.
Ogni peccato rievoca questo rifiuto originario. Il peccatore implicitamente afferma un ordine alternativo della realtà, in cui il desiderio prevale sulla verità e l’autonomia sostituisce l’obbedienza. San Tommaso spiega che il peccato implica un allontanamento dal fine ultimo (aversio a fine ultimo) e un volgersi verso un bene minore (conversio ad bonum commutabile). Questo disordine è possibile solo perché l’intelletto giudica erroneamente ciò che è veramente bene.
I peccati moderni spesso intensificano questo rifiuto della realtà negando del tutto l’esistenza del peccato. Il relativismo morale, il riduzionismo terapeutico e le ridefinizioni ideologiche della natura umana condividono tutti una premessa comune: la realtà deve conformarsi al sé. Una volta che la verità morale è separata dalla realtà oggettiva, la libertà si autodistrugge, diventando “la libertà dell’indifferenza” piuttosto che la libertà dell’eccellenza.
Così il peccato imprigiona l’uomo nella falsità, mentre la grazia, al contrario, ripristina il realismo. La conversione è il momento in cui l’illusione viene abbandonata e la verità viene abbracciata. “Un tempo eravate tenebra – scrive san Paolo – ora siete luce nel Signore” (Efesini 5,8).
La vita sacramentale della Chiesa è una scuola di realismo. I sacramenti non si limitano a simboleggiare la grazia, ma realizzano ciò che significano. Ciò presuppone una profonda armonia tra l’ordine visibile e quello invisibile. L’acqua purifica perché Dio le ha collegato la purificazione spirituale. Il pane nutre perché Cristo lo ha scelto come strumento della sua Presenza Reale.
L’Eucaristia è il culmine di questo realismo sacramentale. Contro ogni tentativo di ridurla a un simbolo o a un’espressione comunitaria, la Chiesa insiste: “Hoc est corpus meum”. La transustanziazione esprime un cambiamento nella realtà stessa, non semplicemente nella percezione. Accettare l’Eucaristia come veramente Corpo e Sangue di Cristo significa accettare la realtà trasformata dalla potenza divina.
La liturgia tradizionale rafforza questo realismo insistendo sul fatto che il culto è ordinato a Dio, non alla creatività umana. Le preghiere fisse, il linguaggio sacro, i gesti rituali e la struttura gerarchica comunicano tutti che la realtà precede l’individuo. Il culto non si inventa; lo si riceve. La liturgia che diventa espressione di sé cessa di essere liturgia e diventa intrattenimento.
L’accettazione della realtà raggiunge la sua espressione più difficile nella sofferenza. La cultura moderna cerca di eliminare la sofferenza a tutti i costi o di spiegarla come priva di significato. Il cristianesimo, invece, affronta la sofferenza con onestà, rifiutando la disperazione.
La Croce è al centro di questo realismo. Cristo non nega il dolore; lo sopporta. Non sfugge all’ingiustizia; la sopporta. Così facendo, rivela che la sofferenza, accettata nell’obbedienza e nell’amore, può diventare redentrice. San Paolo dichiara: “Completo nella mia carne quello che manca alle sofferenze di Cristo” (Colossesi 1:24), non perché il sacrificio di Cristo sia insufficiente, ma perché i credenti sono invitati a parteciparvi.
I santi esemplificano questa accettazione. Santa Teresa di Lisieux scrisse che la santità non consiste nelle grandi azioni, ma nell’accettazione amorevole della realtà quotidiana. San Giovanni della Croce insegnò che l’unione con Dio richiede la spogliazione dalle illusioni. Persino un modernista come Benedetto XVI poteva riconoscere che i tentativi di creare il paradiso in terra conducono inevitabilmente alla tirannia, perché rifiutano di accettare la dimensione tragica della realtà decaduta.
Il pentimento è realismo applicato alla vita morale. Confessare il peccato significa dare un nome alla realtà con sincerità, riconoscere il proprio errore senza scuse o autoinganni. Il declino della confessione negli ultimi decenni corrisponde direttamente alla negazione della realtà del peccato.
San Giovanni Maria Vianney chiamava la confessione “il bagno dell’anima”, perché restituisce chiarezza. Papa Pio XII avvertì che “il più grande peccato del secolo è la perdita del senso del peccato”. Senza pentimento, la grazia viene respinta perché l’illusione viene preservata.
La spiritualità cattolica tradizionale insiste sul fatto che l’umiltà è impossibile senza sincerità. La conoscenza di sé, l’esame di coscienza e la confessione sacramentale sono discipline attraverso cui l’anima impara ad accettare la realtà di sé. Solo allora la grazia può ricostruire ciò che il peccato ha distorto.
L’accettazione della realtà include l’accettazione dell’autorità. La verità trascende l’individuo e pertanto deve essere accolta. Il magistero della Chiesa non è un potere arbitrario, ma un servizio alla realtà, al deposito della fede affidato da Cristo.
Si potrebbe pensare che la gerarchia lo capisca. Ma, come vediamo ormai da settant’anni, i gerarchi sono diventati i sommi sacerdoti dell’illusione satanica. San Vincenzo di Lerino definì la Tradizione come “ciò che è stato creduto ovunque, sempre e da tutti”. Questa continuità protegge i fedeli dall’illusione e dalla novità mascherate da progresso. L’obbedienza alla Tradizione è realismo nel tempo.
Papa Pio X condannò il modernismo proprio perché dissolveva la verità oggettiva nell’esperienza soggettiva. La fede, insisteva, è assenso alla realtà rivelata, non “sensazione” e “confusione” religiosa. Quando l’autorità viene rifiutata, ne conseguono necessariamente frammentazione e confusione.
L’accettazione cristiana della realtà è una speranza fondata sulla verità. Poiché il cristiano riconosce il peccato, la sofferenza e la morte, può anche sperare realisticamente nella redenzione, nella risurrezione e nella gloria.
L’accettazione definitiva della realtà avviene al momento della morte, quando l’illusione non può più essere sostenuta. Il cristiano che ha vissuto nella verità non deve temere quel momento. Come san Francesco d’Assisi chiamava la morte “nostra sorella”, così il credente la riconosce come la porta d’accesso alla pienezza.
Tutta la vita cristiana si fonda sull’accettazione della realtà. Credere è assentire. Obbedire è riconoscere. Adorare è ricevere. Il peccato inizia con la negazione, la grazia con la verità. In un’epoca intossicata dall’illusione, la Chiesa rimane la custode del realismo: non un realismo cupo, ma radioso di speranza.
Accettare la realtà così come Dio l’ha creata e redenta è il fondamento della santità. Solo così l’uomo può essere libero, guarito e salvato.
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Nell’immagine, tre esempi di illusione: matrimonio omosessuale, transessualità, presa in giro dell’Eucaristia. Il peccato comporta sempre la fuga dalla realtà.