di Carlo Foresti
Caro Valli,
alcuni mesi fa, dalle colonne di “Duc in altum”, mi ero permesso di proporre una riflessione critica attorno alla parabola storica e teologica di Comunione e Liberazione.
Quello scritto, che con mio vivo piacere aveva suscitato un fecondo e vivace dibattito tra i lettori del blog, nasceva dall’esigenza di comprendere come anche le realtà aggregative nate nel post-concilio con le migliori intenzioni fossero poi fatalmente scivolate in un’autoreferenzialità pedagogica, finendo per smarrire il legame vitale con la radice della Tradizione e della Liturgia perenne.
Se il caso di CL ha rappresentato il tentativo di creare un metodo esperienziale alternativo alla vita parrocchiale tradizionale, vi è un altro fenomeno, assai più diffuso, pervasivo e dogmaticamente devastante, che merita di essere analizzato con la medesima spietata lucidità: il Cammino Neocatecumenale.
Se di fronte alle palesi stravaganze di certi movimenti si è troppo spesso preferito chiudere un occhio in nome dei grandi numeri o del presunto entusiasmo comunitario, si impone oggi il dovere di una disamina teologica, liturgica e giuridica che non faccia sconti a nessuno. È giunto il momento di chiamare le cose con il loro nome e svelare perché questo modello costituisca in realtà una drammatica rottura con il Deposito della Fede e con la prassi cattolica di sempre. Occorre anzitutto spogliare il Cammino della sua aura sacrale e restituirlo alla sua reale dimensione storica: non ci troviamo di fronte a una rivelazione carismatica, ma a un banale esperimento pedagogico del secondo Novecento, modellato sulle intuizioni e sull’estro personale di un laico spagnolo. Le cosiddette “catechesi” di Kiko Argüello e Carmen Hernández, gelosamente custodite per anni come testi secretati, rivelano a una lettura teologicamente avvertita la loro natura originaria: appunti imprecisi, concettualmente rozzi e infarciti di una sconcertante ingenuità dottrinale. Elevare queste dispense ad itinerario di fede ispirato significa scambiare l’improvvisazione intellettuale di un artista contemporaneo con il Magistero bimillenario della Chiesa.
Il primo e più visibile elemento di rottura risiede nella prassi liturgica. Il Cammino Neocatecumenale ha edificato una vera e propria “chiesa nella chiesa”, spezzando l’unità della comunità parrocchiale attraverso la celebrazione di messe separate il sabato sera, riservate alle singole comunità e sbarrate (laus Deo!) al resto dei fedeli. Ma al di là della frattura ecclesiale, è la natura stessa della liturgia a essere stata sovvertita: il Santo Sacrificio della messa viene sistematicamente declassato a un banchetto conviviale d’impronta giudaizzante. L’Eucaristia ricevuta da seduti, l’uso di enormi pani azzimi che producono inevitabili e sacrileghe dispersioni di frammenti, i canti ritmici schiacciati sulla personalità del fondatore, le danze attorno all’altare e la sostituzione dell’altare con tavole conviviali hanno svuotato la messa del suo valore propiziatorio.
A questa deriva si aggiunge una vera e propria eversione del ministero ordinato: attraverso le cosiddette “monizioni” e “risonanze”, l’omelia viene sottratta al sacerdote ed erogata da laici e catechisti. Quest’ultima, riservata dal Diritto canonico al ministro ordinato, cede il passo a un interminabile profluvio di interventi personali ed esternazioni laiche, riducendo il sacerdote a una mera comparsa, a un figurante necessario soltanto per pronunciare le parole della consacrazione. Spogliato del suo munus docendi, il presbitero viene umiliato nella sua dignità sacramentale e posposto all’autorità del catechista di turno. Non bisogna avere timore di usare i termini esatti della teologia morale e dogmatica: nelle catechesi originarie vi sono passaggi che sconfinano apertamente nell’eresia. Sotto la patina di una presunta “riscoperta del Battesimo”, si trasmette una concezione antropologica cupa e fatalista, di chiara matrice luterana, secondo cui l’uomo, irrimediabilmente corrotto dal peccato, sarebbe del tutto incapace di fare il bene. Si nega così il valore della cooperazione del libero arbitrio, l’efficacia delle buone opere e l’azione della Grazia santificante. Il dogma cattolico definito solennemente dal Concilio di Trento viene sotterraneamente deposto per far spazio a una narrazione gnostica che disprezza secoli di sviluppo dogmatico della Chiesa. L’aspetto forse più doloroso riguarda la condizione umana ed esistenziale degli affiliati. Attraverso la struttura piramidale degli “scrutini” gestiti dai catechisti laici, si assiste a una sistematica violazione del foro interno e della sacralità della coscienza. I fedeli, mantenuti in uno stato di cronico infantilismo spirituale, vengono indotti a condotte di dipendenza emotiva e a forme di condizionamento che rasentano concettualmente le dinamiche della coercizione e della riduzione in schiavitù psicologica. L’incapacità di pensare autonomamente al di fuori delle direttive dei catechisti e il terrore instillato che l’abbandono del gruppo equivalga alla dannazione dimostrano come ci si trovi dinanzi a un sistema che priva la persona della sua fondamentale libertà interiore.
A questa fragilità si aggiunge la propaganda per una natalità numericamente esorbitante, caldeggiata senza alcun criterio di virtù o di prudenza cristiana. Si spingono le famiglie ad accumulare proli numerosissime non sulla base di una matura e responsabile fiducia nella Provvidenza, ma in modo scriteriato, confidando unicamente nel cuscinetto assistenziale della comunità e sulla redistribuzione delle decime. Il risultato è un tragico circolo vizioso: la famiglia, sommersa dal peso economico e gestionale di una prole sterminata, si ritrova nell’impossibilità materiale di staccarsi dal movimento, rimanendo incatenata alla struttura per mera sussistenza.
Di fronte a qualunque rilievo teologico, gli adepti del Cammino sguainano immancabilmente il loro scudo preferito: «Ma i nostri Statuti sono stati approvati dal papa!». È tempo di smantellare questo sofisma. L’approvazione canonica di un testo giuridico non costituisce affatto un marchio d’infallibilità pontificia su ogni singola catechesi né una franchigia perpetua per disattendere le norme liturgiche generali. Usare la firma del pontefice come un passe-partout per coprire deviazioni e coercizioni è un’operazione di infantile disonestà intellettuale.
La storia della Chiesa insegna che persino gli statuti di ordini approvati da Roma sono stati poi solennemente soppressi per eresia, deviazione o degrado morale: si pensi al caso dell’Ordine degli Umiliati, confermato nel 1201 da Innocenzo III e soppresso nel 1571 da san Pio V. E la cronaca ecclesiastica contemporanea dimostra che l’approvazione pontificia non scherma affatto dalla degenerazione: la Comunità Loyola, approvata di diritto pontificio nel 1994, è stata definitivamente soppressa dalla Santa Sede nel dicembre 2023 a seguito di gravissimi abusi spirituali e psicologici; analoga sorte di commissariamento ed epurazione ha colpito il Sodalitium Christianae Vitae, approvato da Giovanni Paolo II nel 1997 e poi travolto dagli scandali della sua leadership. L’approvazione canonica non è un’assoluzione a vita per gli abusi di una setta.
Se questo sistema ha potuto prosperare nelle parrocchie per decenni, la responsabilità ricade in prima battuta sui pastori, macchiatisi di un grave peccato di omissione. Pur di esibire l’alibi dei “grandi numeri” e le aule piene nei seminari Redemptoris Mater, troppi vescovi e parroci hanno preferito voltarsi dall’altra parte, comportandosi da mercenari anziché da custodi del gregge. Tollerare che nelle proprie parrocchie si introducano deviazioni liturgiche, eresie velate e condizionamenti delle coscienze pur di non perdere il supporto del movimento rappresenta una resa morale ed ecclesiastica il cui prezzo viene pagato dalle anime.
La rigenerazione della Chiesa non avverrà mai attraverso esperimenti gnostici, settarismi o scorciatoie comunitarie inventate nel Novecento.
La sola e autentica rinascita passa per il ritorno alla Fede di sempre, alla messa tradizionale, alla Sacra Scrittura letta con gli occhi dei Padri e al rispetto sacro della dignità e della libertà della persona.
Soltanto quando la gerarchia ritroverà la forza di sradicare la gramigna ed esaminare i propri colpevoli silenzi, la notte della confusione comincerà finalmente a diradarsi.
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Nella foto, Kiko Argüello con Leone XIV.