di Carlo Foresti
Caro Valli,
l’altra sera, mentre in un momento di quiete mi stavo sorbendo una tisana, mio figlio quindicenne mi si è avvicinato e, senza troppi preamboli, ha cominciato a farmi una sfilza di domande sul Purgatorio e su chi riesca ad andare direttamente in Paradiso.
A bruciapelo, gli ho spiegato che le anime che approdano da questa vita direttamente alla visione di Dio sono in realtà pochissime.
Si tratta di un risicato numero rispetto alla moltitudine dei salvati: sono coloro che in vita si sono fatti letteralmente trasformare da Cristo, divenendo quasi una sua immagine vivente qui in questo mondo; oppure coloro ai quali, per una grazia speciale, viene concesso il dono della contrizione perfetta nell’istante supremo della morte, magari anche dopo una vita piena di peccati; oppure ancora chi muore martire in odio alla fede. E ho proseguito dicendo che la gran parte di coloro che si salvano deve invece necessariamente passare per quel secondo regno, che Dante definisce come quel luogo
«ove l’umano spirito si purga
e di salire al Ciel diventa degno».
Chi per più tempo, chi per meno.
Ed è stato proprio a quel punto che mio figlio mi ha incalzato con la domanda più naturale e profonda: «Ma quanto può durare il Purgatorio?».
Rispondergli ha richiesto una precisione non banale.
Gli ho spiegato che il tempo nel Purgatorio non è identico al tempo cronologico che misuriamo qui sulla terra con le lancette dell’orologio, ma che un effettivo e oggettivo scorrere del tempo vi sussiste a tutti gli effetti. E questo per una ragione essenziale: la permanenza stessa nel Purgatorio si giustifica alla luce di un cammino di liberazione e di purificazione che deve ancora compiersi e realizzarsi pienamente. Un “già ma non ancora”, in buona sostanza.
A quel punto, la curiosità di mio figlio si è spostata su un altro interrogativo fondamentale: che cosa facciano concretamente le anime in Purgatorio e in che modo noi vivi possiamo contribuire ad alleviare la loro permanenza e le loro sofferenze in quel luogo di pena.
È qui che è entrato in gioco un tema teologico tra i più complessi e oggi purtroppo dimenticati: quello delle indulgenze.
Gli ho spiegato che le anime purganti non vivono un’attesa passiva né una sofferenza sterile: esse amano, pregano per sé e per i vivi, lodano la divina Misericordia e vivono una pena fatta di nostalgia e di ardente desiderio di Dio. La loro è una sofferenza intensissima ma intrisa di somma letizia, perché sono nella certezza assoluta di essere già salve e ormai incamminate verso la Gloria del Cielo. Per spiegare poi come possiamo aiutare i defunti a giunger in Cielo gli ho parlato dei meriti infiniti acquistati sulla Croce da Gesù e di quelli offerti dai santi a Lui uniti durante la loro vita sulla terra. Vedevo però dal suo sguardo che il concetto rimaneva per lui troppo astratto e difficile da afferrare.
Allora ho cercato una metafora più concreta e immediata, forse troppo maldestramente umana.
Gli ho detto di immaginare i meriti di Gesù come un’immensa, inesauribile riserva di monete d’oro — un tesoro infinito, appunto — a cui si vanno ad aggiungere anche i piccoli “spiccioli” di carità e di preghiera guadagnati dai santi (noi, inclusi, se arriveremo alla Meta Celeste) durante il loro pellegrinaggio terreno. Gli ho spiegato che Gesù ha affidato le chiavi di questa cassaforte spirituale alla Sua Chiesa, nominandola dispensatrice di questo tesoro in virtù del potere di legare e sciogliere che Le è stato conferito direttamente da Nostro Signore: perciò, quando noi compiamo un’opera di carità, recitiamo una preghiera o svolgiamo un gesto prescritto dalla Chiesa, Essa attinge a quel tesoro e ce ne dona una parte. Questa “quota” — l’indulgenza — può essere da noi offerta e messa sulla bilancia della giustizia divina per aiutare un’anima cara a completare la sua purificazione, accelerando il suo ingresso nella gioia del Cielo. E gli ho ricordato che le anime del Purgatorio non sono disperate, ma piene di certezza e di speranza, perché sanno di essere già salve.
Nel frattempo la mia tisana sul tavolo della cucina era ormai diventata quasi fredda, ma il cuore mi si è scaldato nel vedere con quanta naturalezza un ragazzo sappia accogliere la verità delle cose ultime.
La reazione di mio figlio mi ha confermato che nei nostri ragazzi, così come negli uomini del nostro tempo, c’è ancora una profonda, inesausta sete di spirituale. Un bisogno nativo di Verità, di cose alte e di orizzonti d’Eternità.
Chi oggi ha responsabilità pastorali ed educative nella Chiesa — dai sacerdoti ai catechisti — deve finalmente rendersi conto di questa fame profonda e smettere di somministrare banali slogan sociologici o banalizzazioni edulcorate che non saziano affatto lo spirito.
I fedeli, anche i più piccoli, non cercano frasi fatte o scorciatoie conformiste, ma la sostanza forte e luminosa della Fede cattolica e della Sua perenne dottrina.
Quando quest’ultima viene annunciata con chiarezza, bellezza e amore, essa non spaventa affatto: al contrario, attrae, consola e restituisce al cuore la gioia della speranza.
Post scriptum
Naturalmente invito calorosamente chi tra i lettori ne sappia di teologia più del sottoscritto (e saranno in molti) a segnalarmi [aldomariavalli@gmail.com] eventuali errori o imprecisioni dottrinali in cui io possa essere involontariamente incappato nella esposizione fatta a mio figlio. Ma soprattutto mi piacerebbe sapere se il paragone, invero molto umano, del tesoro di monete per spiegare la verità di fede dell’indulgenza possa ritenersi azzeccato ed efficace sul piano pedagogico; oppure se costituisca una fallacia fin troppo umanizzante applicata a cose che sono per loro stessa natura celesti e divine.