Paolo Vi e la “nuova Messa” / Così parlava il papa in quello storico 1969 (seconda parte)

Cari amici di Duc in altum. dopo il testo dell’udienza del 19 novembre 1969, vi propongo quello della settimana successiva, 26 novembre. Mancano pochissimi giorni ormai al 30 novembre 1969, prima domenica di Avvento e data fissata per l’avvio del nuovo rito. Paolo VI si rivolge nuovamente ai fedeli e di nuovo cerca di giustificare i motivi che hanno portato al cambiamento. Il testo offre molteplici spunti di riflessione e pone tutti i problemi che ancora oggi, all’indomani di Traditionis custodes, sono al centro del dibattito. Dice Paolo VI: “Ci dobbiamo preparare a questo molteplice disturbo, ch’è poi quello di tutte le novità, che si inseriscono nelle nostre abituali consuetudini”. La Santa Messa ridotta a consuetudine? Quanto all’abbandono del latino, Montini parla di “sacrificio d’inestimabile prezzo” e tuttavia difende la scelta di cambiare perché, dice, “vale di più la partecipazione del popolo”. Ora, di fronte alla chiese vuote, o frequentate solo da teste canute, vediamo a che cosa ha portato quella scelta. Ma qui non si vuole giudicare col senno di poi. Propongo le parole di Paolo VI come contributo al confronto in corso oggi.

A.M.V.

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Udienza generale, mercoledì 26 novembre 1969

Effusione degli animi nella Assemblea Comunitaria, ricchezza del nuovo rito della Santa Massa

Diletti Figli e Figlie!

Ancora noi vogliamo invitare i Vostri animi a rivolgersi verso la novità liturgica del nuovo rito della Messa, il quale sarà instaurato nelle nostre celebrazioni del santo Sacrificio, a cominciare da domenica prossima, prima Domenica dell’Avvento, 30 novembre. Nuovo rito della Messa: è un cambiamento, che riguarda una venerabile tradizione secolare, e perciò tocca il nostro patrimonio religioso ereditario, che sembrava dover godere d’un’intangibile fissità, e dover portare sulle nostre labbra la preghiera dei nostri antenati e dei nostri Santi, e dare a noi il conforto di una fedeltà al nostro passato spirituale, che noi rendevamo attuale per trasmetterlo poi alle generazioni venture. Comprendiamo meglio in questa contingenza il valore della tradizione storica e della comunione dei Santi. Tocca questo cambiamento lo svolgimento cerimoniale della Messa; e noi avvertiremo, forse con qualche molestia, che le cose all’altare non si svolgono più con quella identità di parole e di gesti, alla quale eravamo tanto abituati, quasi a non farvi più attenzione. Questo cambiamento tocca anche i fedeli, e vorrebbe interessare ciascuno dei presenti, distogliendoli così dalle loro consuete devozioni personali, o dal loro assopimento abituale.

Ci dobbiamo preparare a questo molteplice disturbo, ch’è poi quello di tutte le novità, che si inseriscono nelle nostre abituali consuetudini. E potremo notare che le persone pie saranno quelle maggiormente disturbate, perché avendo un loro rispettabile modo di ascoltare la Messa si sentiranno distolte dai loro consueti pensieri e obbligate a seguirne degli altri. I sacerdoti stessi proveranno forse qualche molestia a tale riguardo.

Prepararsi ai cambiamenti

Che cosa fare in questa speciale e storica occasione?

Innanzi tutto: prepararci. Non è piccola cosa questa novità; non dobbiamo lasciarci sorprendere dall’aspetto, e forse dal fastidio, delle sue forme esteriori. È da persone intelligenti, è da fedeli coscienti informarsi bene circa la novità, di cui si tratta. Per merito di tante buone iniziative ecclesiali ed editoriali questo non è difficile. Come altra volta dicevamo, sarà bene che ci rendiamo conto dei motivi, per i quali è introdotta questa grave mutazione: l’obbedienza al Concilio, la quale ora diviene obbedienza ai Vescovi che ne interpretano e ne eseguiscono le prescrizioni; e questo primo motivo non è semplicemente canonico, cioè relativo ad un precetto esteriore; esso si collega al carisma dell’azione liturgica, cioè alla potestà e all’efficacia della preghiera ecclesiale, la quale ha nel Vescovo la sua voce più autorevole, e quindi nei Sacerdoti, che ne coadiuvano il ministero, e che come lui agiscono «in persona Christi» (cfr. S. Ign., Ad Eph., IV): è la volontà di Cristo, è il soffio dello Spirito Santo, che chiama la Chiesa a questa mutazione. Dobbiamo ravvisarvi il momento profetico, che passa nel corpo mistico di Cristo, ch’è appunto la Chiesa, e che la scuote, la risveglia, e la obbliga a rinnovare l’arte misteriosa della sua preghiera, con un intento, che costituisce, com’è stato detto, l’altro motivo della riforma: associare in maniera più prossima ed efficace l’assemblea dei fedeli, essi pure rivestiti del «sacerdozio regale», cioè dell’abilitazione alla conversazione soprannaturale con Dio, al rito ufficiale sia della Parola di Dio, sia del Sacrificio eucaristico, donde risulta composta la Messa.

Il passaggio alla lingua parlata

Qui, è chiaro, sarà avvertita la maggiore novità: quella della lingua. Non più il latino sarà il linguaggio principale della Messa, ma la lingua parlata. Per chi sa la bellezza, la potenza, la sacralità espressiva del latino, certamente la sostituzione della lingua volgare è un grande sacrificio: perdiamo la loquela dei secoli cristiani, diventiamo quasi intrusi e profani nel recinto letterario dell’espressione sacra, e così perderemo grande parte di quello stupendo e incomparabile fatto artistico e spirituale, ch’è il canto gregoriano. Abbiamo, sì, ragione di rammaricarci, e quasi di smarrirci: che cosa sostituiremo a questa lingua angelica? È un sacrificio d’inestimabile prezzo. E per quale ragione ? Che cosa vale di più di questi altissimi valori della nostra Chiesa? La risposta pare banale e prosaica; ma è valida; perché umana, perché apostolica. Vale di più l’intelligenza della preghiera, che non le vesti seriche e vetuste di cui essa s’è regalmente vestita; vale di più la partecipazione del popolo, di questo popolo moderno saturo di parola chiara, intelligibile, traducibile nella sua conversazione profana. Se il divo latino tenesse da noi segregata l’infanzia, la gioventù, il mondo del lavoro e degli affari, se fosse un diaframma opaco, invece che un cristallo trasparente, noi, pescatori di anime, faremmo buon calcolo a conservargli l’esclusivo dominio della conversazione orante e religiosa? Che cosa diceva San Paolo? Si legga il capo XIV della prima lettera ai Corinti: «Nell’assemblea preferisco dire cinque parole secondo la mia intelligenza per istruire anche gli altri, che non diecimila in virtù del dono delle lingue» (19 ecc.). E Sant’Agostino sembra commentare: «Purché tutti siano istruiti, non si abbia timore dei professori» (P.L. 38, 228, Serm. 37; cfr. anche Serm. 299, p. 1371). Ma del resto il nuovo rito della Messa stabilisce che i fedeli «sappiano cantare ‘insieme, in lingua latina, almeno le parti dell’ordinario della Messa, e specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore, il Padre nostro» (n. 19). Ma ricordiamolo bene, a nostro monito e a nostro conforto: non per questo il latino nella nostra Chiesa scomparirà; esso rimarrà la nobile lingua degli atti ufficiali della Sede Apostolica; resterà come strumento scolastico degli studi ecclesiastici e come chiave d’accesso al patrimonio della nostra cultura religiosa, storica ed umanistica; e, se possibile, in rifiorente splendore.

Partecipazione e semplicità

E finalmente, a ben vedere, si vedrà che il disegno fondamentale della Messa rimane quello tradizionale, non solo nel suo significato teologico, ma altresì in quello spirituale; questo anzi, se il rito sarà eseguito come si deve, manifesterà una sua maggiore ricchezza, resa evidente dalla maggiore semplicità delle cerimonie, dalla varietà e dall’abbondanza dei testi scritturali, dall’azione combinata dei vari ministri, dai silenzi che scandiscono il rito in momenti diversamente profondi, e soprattutto dall’esigenza di due requisiti indispensabili: l’intima partecipazione d’ogni singolo assistente, e l’effusione degli animi nella carità comunitaria; requisiti che devono fare della Messa più che mai una scuola di profondità spirituale e una tranquilla ma impegnativa palestra di sociologia cristiana. Il rapporto dell’anima con Cristo e con i fratelli raggiunge la sua nuova e vitale intensità. Cristo, vittima e sacerdote, rinnova ed offre, mediante il ministero della Chiesa, il suo sacrificio redentore, nel rito simbolico della sua ultima cena, che lascia a noi, sotto le apparenze del pane e del vino, il suo corpo e il suo sangue, per nostro personale e spirituale alimento, e per la nostra fusione nell’unità del suo amore redentore e della sua vita immortale.

Indicazioni normative

Ma resta ancora una difficoltà pratica, che l’eccellenza del sacro rito rende non poco importante. Ma come faremo a celebrare questo nuovo rito, quando non abbiamo ancora un messale completo, e quando ancora tante incertezze circondano la sua applicazione? Ecco. gioverà, per terminare, che vi leggiamo alcune indicazioni, che Ci vengono dall’officina competente, cioè dalla Sacra Congregazione per il Culto Divino. E sono queste:

«Quanto all’obbligatorietà del rito:

1) Per il testo latino: i sacerdoti che celebrano in latino, in privato, o anche in pubblico per i casi previsti dalla legislazione, possono usare, fino al 28 novembre 1971, o il Messale romano o il rito nuovo.

Se usano il Messale romano possono però servirsi delle tre nuove anafore e del Canone romano con gli accorgimenti previsti nel testo ultimo (omissione di alcuni Santi, delle conclusioni, ecc.). Possono inoltre dire in volgare le letture e la preghiera dei fedeli.

Se usano il nuovo rito devono seguire il testo ufficiale con le concessioni in volgare sopra indicate.

2) Per il testo volgare. In Italia tutti coloro che celebrano col popolo, dal 30 novembre prossimo, devono usare il “Rito della Messa”, pubblicato dalla Conferenza Episcopale Italiana o da altra Conferenza nazionale.

Le letture nei giorni festivi saranno prese:

– o dal Lezionario edito dal Centro Azione Liturgica

– o dal Messale Romano festivo usato finora.

Nei giorni feriali si continuerà ad usare il Lezionario feriale, pubblicato tre anni fa.

Per chi celebra in privato non si pone alcun problema, perché deve celebrare in latino. Se, per particolare indulto, celebra in volgare: per i testi deve seguire quanto è stato detto sopra per la Messa col popolo; per il rito, invece, deve seguire l’apposito “Ordo”, pubblicato dalla Conferenza Episcopale Italiana».

In ogni caso, e sempre, ricordiamo che «la Messa è un Mistero da vivere in una morte di Amore. La sua Realtà divina sorpassa ogni parola . . . È l’Azione per eccellenza, l’atto stesso della nostra Redenzione nel Memoriale, che la rende presente» (Zundel). Con la Nostra Apostolica Benedizione.

Fonte: vatican.va

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