Il giudice Francis

̶  Benvenuto, giudice Francis.

̶  Grazie, Signore.

̶  Lei sa dove si trova?

̶  Beh, ecco, a dire il vero… Mi sembra un tribunale…

̶  In termini terreni, in effetti, è qualcosa di simile. Diciamo che qui noi valutiamo, giudichiamo. Mi capisce, giudice Francis?

̶  Credo di sì, Signore. Anche se mi sento un po’ confuso.

̶  È comprensibile. Dopo tutto lei è morto pochi istanti fa, ed ora eccola qui, davanti a noi. Per il giudizio. Tutti, a dire il vero, si sentono alquanto confusi in queste circostanze.

̶  Sì, io… ecco, io… non pensavo, non immaginavo…

̶  Che cosa, giudice Francis?

̶  Non immaginavo, beh, sì, insomma, che ci fosse veramente, questa cosa… questa cosa del giudizio. Laggiù, sulla terra, si diceva che fossero concetti al quanto superati, inconcepibili, se mi è concesso…

̶  Quindi lei è sorpreso, giudice Francis?

̶  Sì, decisamente…

̶  Eppure lei è un giudice, per tutta la vita non ha fatto che valutare i comportamenti dei suoi simili. Non dovrebbe stupirsi di trovarsi qui, in una situazione come questa.

̶  Beh, ecco, Signore, non è tanto la situazione, quanto che… insomma… laggiù si diceva: o lassù non c’è niente oppure, se qualcuno c’è, non può che essere buono, comprensivo. Se posso essere sincero, Signore, al giudizio, a questo tipo di giudizio, proprio non pensavo.

̶  Capisco. Ma ora veniamo a noi. Mi permetta, prima di tutto, una verifica di ordine, diciamo così, un po’ burocratico.

̶  Prego.

̶  Nome, professione, nazionalità ed età, per favore.

̶  Nicholas Francis, magistrato, suddito di sua maestà britannica, novantanove anni e due mesi.

̶  Bene. Giudice Francis.  Non starò a ripercorrere in dettaglio l’intera sua vita, che è stata lunga, a quanto vedo. Mi limito a osservare che per tutti lei è sempre stato un giudice alquanto oculato, un professionista preparato ma soprattutto uomo giusto, si direbbe.

̶  Grazie, Signore.

̶  D’altra parte, se queste non fossero state le sue peculiarità lei certamente non avrebbe potuto far parte della Suprema Corte britannica, tribunale alquanto prestigioso.

̶  Già, già…

̶  Dunque, giudice Francis, andrò dritto al punto. «Child best interest». Che cosa le dicono questa parole?

̶  …

̶  Nulla?

̶  Così, di primo acchito, nulla di particolare, Signore.

̶  Le darò un aiuto. È una formula. Il criterio a cui si attenne la Suprema Corte a proposito di un caso che fece scalpore.

̶  Non credo di ricordare, signore.

̶  In effetti in termini terreni stiamo parlando di molti anni fa. Per aiutarla le darò un nome: Charlie Gard. Le dice niente, giudice Francis?

̶  Ah sì, certo, ora ricordo: il caso Charlie Gard. Alquanto complesso, e doloroso, devo dire.

̶  Infatti. Ma io non lo chiamerei «un caso». Charlie era un bambino, una persona. Correva l’anno 2017 e lei, giudice Francis, si trovò a dover esprimere un giudizio su questo bimbo affetto da una rarissima malattia encefalica.

̶  Sì, è così.

̶  E quale fu il suo giudizio?

̶  Sia pure a malincuore, dovetti concludere che per il piccolo Charlie non c’era speranza. Nessuna cura avrebbe potuto salvarlo. Andare avanti con le terapie avrebbe soltanto aumentato la sua sofferenza. Per questo parlammo di «child best interest», ovvero il miglior interesse per il bambino.

̶  E di qui, giudice Francis, la vostra decisione di decretare la sospensione delle cure, dico bene?

̶  Sì, è così, Signore. Il diritto alla vita non può essere imposto a un essere vivente al prezzo di unitili sofferenze. Anche se l’essere vivente in questione ha solo dieci mesi. Si tratterebbe di accanimento terapeutico.

̶  Tuttavia, giudice Francis, mi risulta che i genitori di Charlie, Chris e Connie, avessero individuato una possibilità: una cura sperimentale negli Stati Uniti, e avevano anche raccolto il denaro necessario per il viaggio.

̶  Sì, confermo. Ma ritenni quella possibilità del tutto illusoria.

̶  Giudice Francis, posso farle una domanda?

̶  Certo, Signore.

̶  Lei vide Charlie?

̶  Sì, lo vidi, Signore. Mi recai al Great Ormond Hospital di Londra e fu proprio lì che ne constatai le condizioni cliniche irrecuperabili.

̶  Irrecuperabili, dice lei.

̶  Certo, irrecuperabili. Alla luce della scienza medica dell’epoca, s’intende. Parliamo di più di trent’anni fa, se non ricordo male.

̶  E i genitori che cosa le dissero?

̶  Beh, ecco, loro… loro non volevano arrendersi, Signore. Nonostante il verdetto dei medici, coltivavano la speranza di salvare il bambino con quella cura negli Stati Uniti.

̶  Dunque una speranza c’era…

̶  C’era solo per i genitori, ma non per i medici, purtroppo.

̶  Eppure, giudice Francis, risulta che anche altre persone coltivassero qualche speranza. Un ospedale di Roma, per esempio, si disse disponibile ad accogliere Charlie.

̶  Sì, è così, ma a Londra furono constatate le condizioni cliniche irrecuperabili ed io mi basai su quella valutazione.

̶  La scienza prima di tutto, non è vero?

̶  La scienza e le leggi. Che cos’altro?

̶  Mai sentito parlare di miracoli, per esempio?

̶  Andiamo, Signore, con tutto il rispetto. Laggiù… ecco… noi… io non credevo ai miracoli, e di certo non potevo fondare le mie valutazioni su speranze immotivate.

̶  Ma il bambino, giudice Francis, non le apparteneva: non era sua la vita del piccolo Charlie. Potrei dire che era mia, ma ora non voglio entrare in polemica. Una cosa è certa: i genitori avevano il diritto di coltivare la speranza. O no?

̶  Vede, Signore, noi non dovevamo occuparci del diritto di coltivare la speranza, ma delle condizioni oggettive del bambino, e su quelle ci basammo. Per esercitare la nostra giurisdizione abbiamo… avevamo bisogno di dati certi.

̶  Dunque, secondo lei è naturale che un tribunale statale, come la Suprema Corte, decida la sorte di una vita. Ed è naturale che il parere di tale organismo abbia la precedenza sulla volontà dei genitori.

̶  Vede, Signore, i genitori possono agire in modo irrazionale. Per questo ci siamo noi, noi giudici: è una questione di oggettività, di logica, direi.

̶  Di logica, dice lei. E l’amore? Perché non ha lasciato spazio all’amore dei genitori?

̶  Amore? Ma tutto sarebbe stato inutile!

̶  Giudice Francis, lasci che le spieghi. Io qui accolgo molte persone, moltissime, ogni santo giorno, se mi passa la battuta. E sapesse quanti racconti mi fanno. Se lei potesse ascoltarli, si renderebbe conto di un fatto incontestabile: ciò che muove il mondo non è la scienza. E non sono nemmeno i codici escogitati dall’uomo. Certo, questi strumenti sono importanti. Ma il vero motore di tutto quanto è l’amore, è la dedizione che nasce dall’amore, è lo spirito di sacrificio motivato dall’amore. Ecco che cosa permette alle persone di andare avanti, di superare ostacoli apparentemente insuperabili. Ha mai considerato le cose da questo punto di vista?

̶  Non so, non saprei… Non era questo il mio compito…

̶  Ora, giudice Francis, risponda a questa domanda: perché non ha autorizzato la cura sperimentale negli Stati Uniti? Perché, a causa della sua opposizione, ha lasciato trascorrere tempo prezioso, impedendo di fatto ai genitori di Charlie di coltivare un’ultima speranza?

̶  L’ho già detto, Signore: perché tutto sarebbe stato inutile! In questi casi parliamo… parlavamo di accanimento terapeutico.

̶  E non ha mai pensato che lei si opponeva all’accanimento terapeutico in nome di un altro accanimento, che potremmo chiamare accanimento giudiziario?

̶  No, non l’ho mai pensato.

̶  Ora sia sincero, giudice Francis. Guardi dentro se stesso. Che cosa voleva, veramente? Forse lei voleva essere Me?

̶  Ma io… ecco, io…

̶  Ci pensi. Dall’alto del suo scranno poteva decidere i destini delle persone. E nel caso del piccolo Charlie pensò davvero di avere in mano la sua vita. Per questo non si aprì alla speranza alimentata dall’amore. Pensò di essere Dio!

̶  Signore, io… io…

̶  Giudice Francis, vedo che una lacrima sta spuntando dai suoi occhi. Qui succede spesso. Ed è già qualcosa. Ma Io devo giudicare. E siccome lei è un giudice le chiedo un aiuto: lei come si giudicherebbe? E come chiamerebbe il suo peccato?

̶  Non lo so Signore, non me lo chieda. Sono troppo confuso.

̶  Bene, l’aiuterò. Pretesa di onnipotenza. Ecco il nome del suo peccato. Lei pensava di essere onnipotente. Non è così? Riteneva di essere al di sopra di tutti e di tutto, perfino dell’amore. Peccato comune, devo dire, ma non per questo meno grave.

̶  Dunque, per me è la condanna?

̶  Vede, giudice Francis, se Io qui valutassi esclusivamente in base alla logica terrena, quella che lei teneva in così grande considerazione, sarebbe inevitabile applicare nei cuoi confronti una pena pesante. Ma la mia valutazione non è ancora terminata.

̶  Non credo di capire…

̶  Voglio dire che con il suo atteggiamento lei ha negato un posto all’amore, ma anche alla speranza, che con l’amore ha strettamente a che fare. E non lasciare spazio alla speranza, giudice Francis, è un peccato ancora più grave.

̶  Ma io… il mio dovere era…

̶  Lo so, lo so, il suo dovere era giudicare in base ai codici e alla scienza.

̶  Esatto, Signore.

̶ Ma credo di averle spiegato a sufficienza che c’è dell’altro, c’è ben altro. Mi segue?

̶  Le confesso che faccio fatica, Signore.

̶  Posso capirla. Ma ora, giudice Francis, guardi, guardi qui. Venga, venga. Dalla mia posizione può dare un’occhiata giù, sulla terra. Ecco, così. Li vede quei due anziani genitori? Li vede bene?

̶  Sì Signore.

̶  Lo sa chi sono?

̶  No Signore, non lo so.

̶  Sono Chris Gard e Connie Yates, i genitori di Charlie.

̶  Oh!

̶  Sono cambiati, non è vero? Dopo tanti anni. Comunque, sa che cosa stanno facendo?

̶  No.

̶  Li guardi bene.

̶  Mi sembrano… mi sembrano, ecco… in raccoglimento.

̶  Stanno pregando, giudice Francis. E sa per chi?

̶  Per il loro Charlie, immagino.

̶  Certamente. Ma non solo per lui. Stanno pregando anche per tutte le persone, come medici e magistrati, che  non consentirono loro di coltivare la speranza. Stanno pregando anche per lei, giudice Francis.

̶  Per me?

̶  Certo! Ed è proprio grazie alle loro preghiere che lei, giudice Francis, ora avrà la possibilità di riflettere sulla forza dell’amore.

̶  Signore, non so che dire. Mi sento così confuso… Grazie…

̶  Non deve ringraziare Me, ma loro: Chris e Connie. E anche Charlie.

̶  Charlie?

̶  Sì! Anche Charlie, da quando è arrivato qui, non ha fatto che pregare per lei, oltre che per tanti altri, s’intende. E le preghiere di un bambino, glielo posso assicurare, sono potentissime.

̶  È incredibile!

̶  Incredibile! Ecco la parola che volevo sentirle pronunciare. Forse incomincia  a capire.

̶  Signore, in realtà non capisco. Le ripeto che mi sento tanto confuso…

̶  Comprensibile. Ma lasci che le ponga un’ultima domanda: quando di fatto impedì ai coniugi Gard di coltivare la speranza, come si sentì?

̶  Come mi sentii?

̶  Sì, dentro il suo cuore. Che cosa avvertì?

̶  Pensai di aver fatto il mio dovere.

̶  Giudice Francis, non le ho chiesto di dirmi che cosa pensò. Voglio sapere che cosa avvertì nel profondo del suo cuore. Perché anche i giudici della Suprema Corte, in fondo, hanno un cuore, o sbaglio?

̶  Beh, ecco… Io mi sentii… come dire? Triste. Ecco, sì: direi così: provai tristezza.

̶  Perché?

̶  Per quel bambino, per i suoi genitori, per quel dolore.

̶  E basta?

̶  E poi, forse.. anche… anche per me.

̶  Anche per lei, giudice Francis?

̶  Sì.

̶  E perché?

̶  Perché fu come se… come se…

̶  Avanti, giudice Francis, non abbia paura.

̶  Fu come se avesse vinto la morte. Come se la morte avesse avuto la meglio sulla vita.

̶  Giudice Francis, la ringrazio. Ora può accomodarsi.

̶  E… e il giudizio, Signore?

̶  Oh, per quello c’è tempo. Ne abbiamo tanto, qui. Intanto le consiglio di meditare. Gli argomenti non mancano, mi sembra.

̶  Certo, Signore. Grazie, Signore.

̶  Non c’è di che. Avanti un altro!

Aldo Maria Valli