Con Dio in Russia

«Niente poteva separarmi da Dio perché egli è presente in tutte le cose. Nessun pericolo mi poteva minacciare, nessuna paura poteva più spaventarmi, salvo quella di distogliere il mio sguardo da lui e non vederlo più».

Queste parole sono di un religioso, un gesuita: Walter J. Ciszek, americano nato da una famiglia di emigrati polacchi. Parole che riassumono efficacemente una vicenda umana e spirituale da conoscere, perché si tratta di una grandissima testimonianza di fede.

L’occasione è offerta dalla pubblicazione di una nuova edizione dell’autobiografia di padre Ciszek, «With God in Russia» (Harper Collins), nella quale il protagonista ripercorre gli anni vissuti da prigioniero in Unione Sovietica, nel gulag.

Ma andiamo con ordine.

Walter Ciszek nasce in Pennsylvania il 4 novembre 1904. Figlio di emigrati dalla Polonia, ha dodici fratelli, tra cui due sorelle che diventeranno suore. Entra nella Compagnia di Gesù nel 1928 e dal 1934 studia al Collegium Russicum di Roma, voluto nel 1929 da Pio XI, e affidato ai gesuiti, come centro di formazione di missionari da inviare nella Russia sovietica.

Nel 1938 Walter è ordinato sacerdote cattolico di rito bizantino e un anno dopo, spinto dal desiderio di testimoniare la fede là dove un regime ateo pretende di cancellare Dio, riesce a passare di nascosto la frontiera e si stabilisce ad Albertyn, nella regione di Slonim. È territorio polacco, ma proprio in quel periodo, in seguito al patto Molotov-Ribbentrop, l’area passa sotto il controllo sovietico.

L’arrivo dell’Armata Rossa sconvolge tutto. Nella parrocchia in cui lavora padre Walter si stabilisce un gruppo di soldati sovietici e subito incominciano arresti e persecuzioni. Le proprietà ecclesiali sono espropriate e la parrocchia viene chiusa.

Per dare assistenza spirituale agli operai polacchi trasferiti in Russia il gesuita si trasferisce a Teplaya Gora, negli Urali, dove però ogni attività religiosa può avvenire solo nella clandestinità. Le spie comuniste sono ovunque e parlare di Dio in pubblico equivale a una condanna certa. Per celebrare la messa si va nei boschi, ovviamente senza abiti liturgici, usando un tronco come altare. L’apostolato è impossibile. I lavoratori cattolici temono gli informatori comunisti ed evitano di rivelare la loro fede.

Nonostante le precauzioni, nell’agosto 1940 padre Ciszek è arrestato e condotto prima nella prigione di Perm, poi nel famigerato carcere moscovita della Lubianka, quartier generale sei servizi segreti e simbolo del terrore staliniano.

In carcere il gesuita subisce una doppia emarginazione. Gli stessi compagni di prigionia, sottoposti agli effetti della propaganda atea, vedono nel prete una parassita, lo insultano e lo evitano.

Dopo due anni di interrogatori, sevizie e privazioni, la polizia segreta sovietica riesce a strappare al gesuita americano, ormai esausto, una «confessione» dei suoi presunti crimini. Per Ciszek è un terremoto interiore. Si rende conto di aver puntato più sulla sua testardaggine e sulla capacità di far fronte alle sfide che sull’aiuto di Dio. Soltanto quando ammette la sua totale impotenza e si abbandona alla volontà di Dio ritrova la pace. Non esita a chiamarla una conversione.

La condanna, in quanto «spia», è a quindici anni di gulag. Gettato in un vagone con una ventina di criminali comuni, il religioso è deportato a Krasnoyarsk, in Siberia, dove lavora a ritmi impossibili e temperature polari in una miniera di carbone. Ma, sia pure in condizioni tanto estreme, riesce a celebrare la messa con vino e pane introdotti di nascosto, e di notte confessa i prigionieri e assiste i moribondi. Incontra anche pastori battisti e pope ortodossi incarcerati e vive quello che poi definirà l’«ecumenismo della persecuzione».

Solo il 22 aprile 1955 può uscire finalmente dal gulag e dopo quindici anni riesce per la prima volta a comunicare con la famiglia, che dal 1947 lo aveva dato per morto.

Costretto al confino, trova lavoro come meccanico in un garage nella città di Abakan. Poi, il 12 ottobre 1963, improvvisamente, la libertà: nell’ambito di uno scambio di prigionieri con i servizi occidentali, il Kgb lo preleva, lo porta a Mosca e lo imbarca su un volo per Londra.

Rientrato negli Stati Uniti, padre Ciszek presta la sua opera per vent’anni al Centro ecumenico Giovanni XXIII della Fordham University, a New York. Dove muore l’8 dicembre 1984.

«Ho imparato a rivolgermi a Dio per domandargli la sua consolazione e a non porre la mia fiducia in altri se non in lui» racconta rievocando i lunghi anni di prigionia. Ma perché andare proprio nella tana del lupo?

All’origine c’è l’appello di Pio XI, che nel 1929, l’anno di fondazione del Russicum,  chiede nuovi missionari per la Russia. Ma c’è anche il temperamento di un giovane attirato dalle imprese apparentemente impossibili.

È così che Ciszek, primo prete americano ordinato secondo il rito bizantino, consacra la sua vita all’apostolato in mezzo alla persecuzione.

Ciszek racconta di essere stato un ragazzo ostinato e duro con se stesso. Lo affascinava l’idea di fare sempre la cosa più difficile. Di qui il sogno di essere missionario nella Russia sovietica. Di qui anche la capacità di resistere alla fame, al freddo, agli interrogatori, ai soprusi, alle violenze. Ma la vera forza gli arrivò da Dio. Perché «la religione, la preghiera e l’amore di Dio non cambiano la realtà, ma le danno un nuovo significato».

E la paura? Certo che la provò. Così come la solitudine. Ma «tu pensi forse che Dio non sappia dove sei e ti possa dimenticare?». Proprio nei momenti più tragici padre Ciszek riconosce la mano della Provvidenza e avverte che il compito al quale è stato chiamato è portare anime a Dio.

L’ispirazione, racconta, gli venne dalla figura di Stanislao Kostka, nobile adolescente polacco che nel XVI secolo, sfidando la contrarietà della famiglia, fuggì di casa e andò a piedi a Roma per entrare nella Compagnia di Gesù (e ricordiamo che proprio a Stanislao Kostka è intitolata la chiesa di Varsavia di fronte alla quale riposa il beato Jerzy Popiełuszko, il sacerdote polacco rapito e ucciso trentatré anni fa, il 19 ottobre 1984, da funzionari del Ministero dell’interno polacco).

«Apostolo della divina provvidenza», così madre Marija Shields, di un monastero bizantino carmelitano in Pennsylvania, ha definito padre Ciszek. «Voleva che tutti vivessimo per Dio e ci ha mostrato come farlo».

La causa di beatificazione del gesuita è stata avviata nel 1990.

Il 7 maggio dell’anno 2000 mi trovavo al Colosseo, a Roma, quando Giovanni Paolo II commemorò i testimoni della fede del ventesimo secolo. Ricordo alcune delle parole pronunciate nell’omelia: «La generazione a cui appartengo ha conosciuto l’orrore della guerra, i campi di concentramento, la persecuzione […]. Sono testimone io stesso, negli anni della mia giovinezza, di tanto dolore e di tante prove […]. La loro memoria non deve andare perduta, anzi va recuperata in maniera documentata. I nomi di molti non sono conosciuti; i nomi di alcuni sono stati infangati dai persecutori, che hanno cercato di aggiungere al martirio l’ignominia; i nomi di altri sono stati occultati dai carnefici. […]. Laddove l’odio sembrava inquinare tutta la vita senza la possibilità di sfuggire alla sua logica, essi hanno manifestato come l’amore sia più forte della morte. All’interno di terribili sistemi oppressivi, che sfiguravano l’uomo, nei luoghi di dolore, tra privazioni durissime, lungo marce insensate, esposti al freddo, alla fame, torturati, sofferenti in tanti modi, essi hanno fatto risuonare alta la loro adesione a Cristo morto e risorto […]. Resti viva, nel secolo e nel millennio appena avviati, la memoria di questi nostri fratelli e sorelle. Anzi, cresca! Sia trasmessa di generazione in generazione, perché da essa germini un profondo rinnovamento cristiano!».

Aldo Maria Valli