Amazzonia: un dramma silenzioso

Minacciati, circondati, impoveriti. Per loro la via di fuga, molto spesso, resta una sola: il suicidio. È la drammatica situazione degli indigeni dell’Amazzonia. Nel corso del 2014, centotrentacinque di loro si sono tolti la vita. I dati sono ufficiali, forniti dalla Segreteria della sanità indigena collegata al ministero della salute brasiliano.

Da trent’anni a questa parte mai il numero di suicidi era stato così alto. Il Mato Grosso do Sul è lo Stato più colpito: più di settecento i casi registrati dal 2000 al 2014. Ma allarmante è anche il dato registrato nel distretto sanitario indigeno Alto Rio Solimões, dove vivono le popolazioni Tikuna, Kokama e Caixana. Qui i suicidi di cui si è avuta notizia sono stati trentasette.

Tra i pochi riflettori accesi sulla situazione c’è il rapporto Violenza contro le popolazioni indigene in Brasile, che il Consiglio indigenista missionario (Cimi) ha presentato nei mesi scorsi nella sede della Conferenza episcopale brasiliana a Brasilia, con un dato drammatico che si riferisce alla mortalità infantile. I decessi di bambini tra zero e cinque anni sono stati 785, contro i 693 del 2013. La popolazione dei Xavante (nel Mato Grosso) è quella più colpita, con 116 bambini morti nel 2014.

«La mortalità infantile e i suicidi stanno sterminando i giovani indigeni. Siamo di fronte a una situazione veramente grave», dice l’assistente antropologica del Cimi e coordinatrice del rapporto, Lucia Helena Rangel.

La tribù dei Guaranì Kaiowá fa registrare il tasso di suicidi più alto del mondo, con una media di almeno uno ogni settimana, trentaquattro volte più alta che nel resto del Brasile.

Le stime sono per difetto, perché molti casi restano sconosciuti. Quel che è certo è che il fenomeno colpisce in massima parte giovani uomini e donne tra i quindici e i ventinove anni.

I Guaranì Kaiowá sono agricoltori stazionari. Il loro rapporto con la terra è fortissimo, ma il territorio di cui dispongono sta per finire. Si calcola che quando i primi conquistadores arrivarono in Brasile la superficie di foreste, pianure e fiumi a disposizione degli indigeni fosse di oltre 350 mila chilometri quadrati, ridotta oggi a meno di un decimo. Così la popolazione è passata da mezzo milione a poche decine di migliaia.

Senza la terra per mantenere le loro tradizioni, costretti in anguste riserve, gli indigeni si sentono inutili e umiliati. Di qui la depressione diffusa, l’alcolismo, l’aggressività. Ma i Guaranì sono anche vittime delle violenze e degli omicidi dei grandi allevatori di bestiame, che vogliono le terre per farne foraggio, e delle compagnie che mettono le mani su quei territori per produrre carburante biologico.

Sempre secondo dati ufficiali governativi, nel corso del 2014 sono stati 138 gli indigeni uccisi, mentre l’anno precedente erano stati 97.

Aldo Maria Valli, Nuovo progetto, novembre 2015

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