La strategia vaticana per l’America latina

Argentina, si cambia! Si intitola così il quaderno che la rivista di geopolitica Formiche (dicembre 2015) dedica alle novità del paese latinoamericano dopo le ultime elezioni. Nell’ambito del quaderno, mi è stato chiesto un intervento sul ruolo della diplomazia della Santa Sede. Eccolo.

 

Quando, nel prossimo febbraio, durante il viaggio in Messico, papa Francesco andrà in visita al santuario della Madonna di Guadalupe, patrona delle Americhe e di tutti i popoli di lingua spagnola, non compirà un gesto dal significato esclusivamente devozionale. Con la sua quarta missione in America latina (dopo quelle in Brasile (2013), in Ecuador, Bolivia e Paraguay e a Cuba (2015), Bergoglio vuole dimostrare in modo ancora più esplicito la sua attenzione per il Sudamerica e soprattutto per le popolazioni più svantaggiate. A questo proposito, particolarmente significativa sarà la tappa nel Chiapas,  lo stato noto per la presenza dell’esercito zapatista del sub comandante Marcos e per l’attività del vescovo Samuel Ruiz (1924 – 2011), il pastore che per quarantuno anni, dal 1959 al 2000, visse tra gli indigeni guadagnandosi la stima della popolazione ma anche le accuse, da parte dell’establishment politico messicano e di alcuni settori della Chiesa, di essere un obispo rojo, un vescovo rosso.

Nel Chiapas quasi il sessanta per cento della popolazione è cattolica. La povertà è estrema e diffuse sono piaghe come alcolismo, prostituzione, malattie sessualmente trasmesse, consumo di stupefacenti. Per Francesco un confronto diretto con una delle periferie più estreme, e più problematiche, di un continente per il quale anche di recente (omelia durante la messa in Vaticano nella ricorrenza della Vergine di Guadalupe, 12 dicembre 2015) ha pregato con particolare intensità, chiedendo a Maria di guidare i passi dei popoli sudamericani verso «una vita più umana, piena di gioia e di speranza».

L’attenzione di Francesco e della diplomazia vaticana per il Sudamerica è naturalmente accresciuta dal fatto che il papa è argentino e che il suo segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, è stato nunzio in Messico e poi in Venezuela, in un periodo estremamente difficile per i rapporti tra la Santa Sede e il regime di Hugo Chávez.

Ora che in Argentina e Venezuela gli elettori si sono espressi chiaramente a favore di un cambio epocale, la diplomazia vaticana sta lavorando a favore del risanamento economico, politico e sociale dei due paesi.

Dopo aver deciso di non ricevere in udienza privata politici argentini e di non recarsi in patria nel corso del 2015 per non interferire nelle elezioni politiche, Bergoglio ha messo in programma un viaggio per l’anno prossimo e intanto segue con estrema attenzione i primi passi del governo del neoliberale Mauricio Macri, laureato all’Università Cattolica così come altri quattro ministri, tre dei quali con responsabilità economiche.

Terminata la lunga era Kirchner, la Santa Sede chiede una svolta decisa: ai primi posti dell’agenda auspicata dal Vaticano figurano la lotta alla povertà e alla corruzione, la trasparenza e la concretezza, così che l’Argentina possa davvero aprire una pagina nuova. Come quando, da arcivescovo di Buenos Aires, andava a visitare le villas miserias, abitate dai più emarginati, Francesco continua a chiedere giustizia sociale, lotta alla disoccupazione, politiche per i giovani. Restano fondamentali le parole rivolte ai movimenti popolari, ricevuti in Vaticano nell’ottobre 2014, quando disse che «i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare».

Sotto molti aspetti la situazione è simile in Venezuela. Anche qui, dopo diciassette anni di chavismo, con il voto nelle legislative del 6 dicembre il paese ha voltato le spalle al passato, rappresentato dal Partito socialista unificato, e ha deciso di  premiare l’opposizione. In questo modo si è venuta a creare una convivenza tra un governo chavista e un parlamento con una maggioranza di opposizione, ma quello che è un problema può anche trasformarsi in opportunità: il presidente Maduro non potrà più legiferare direttamente, per decreto, e per il paese si apre la possibilità di una reale svolta democratica. Un risultato raggiunto anche grazie alla mediazione diretta della Santa Sede, decisiva quando il Vaticano ha accettato di scendere in campo per mettere fine ai contrasti e alle violenze, secondo un modello di intervento sperimentato con successo a Cuba, dove solo grazie alla mediazione dell’arcivescovo dell’Avana Jaime Ortega è stato possibile ottenere la liberazione di decine di prigionieri politici.

Esperto del paese, il cardinale Parolin sa che «dove finisce la logica incomincia il Venezuela», ma ci sono concrete speranze che le nuove prospettive aperte dal risultato elettorale possano trasformarsi in progressi, sia sotto il profilo democratico sia per quanto riguarda il risanamento di un’economia che continua a essere in grave difficoltà. L’importante, chiede il papa, è che il rinnovamento non avvenga all’insegna di quella «cultura dello scarto» contro la quale ha levato tante volte la sua voce. Non sono ammesse scorciatoie. Come ha detto ai movimenti popolari, «dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno». È un lavoro che «va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia».

Aldo Maria Valli

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