La democrazia del leader

 

C’era una volta il parlamento. E c’erano una volta i partiti. Ma ora? Oggi la politica è fatta dai leader, e non si discute più nell’aula parlamentare, ma in televisione. Con quali conseguenze?

Mauro Calise, docente di Scienza politica all’Università di Napoli Federico II, pone la questione nel suo La democrazia del leader (Laterza, 162 pagine, 13 euro), un saggio illuminante, nel quale il tramonto della simbiosi tra Stato e partiti è illustrato con chiarezza. Al suo posto abbiamo il potere del capo, un ritorno alla politica pre-moderna, a quando il potere non era ancora separato dal corpo che lo deteneva.

“Al centro della fenomenologia della leadership – annota Calise – c’è la colonizzazione mediatica della vita quotidiana”. Televisione e web hanno trasformato drasticamente i circuiti della partecipazione politica e dell’identificazione. Parlamenti e partiti sono stati scalzati e al posto di questi luoghi collettivi abbiamo l’individuo. Abbiamo lui, il capo, il leader, “narcisistico, autoreferenziale, carismatico”, un capo che è soggetto e oggetto della narrazione politica, campione assoluto del consenso, dei sondaggi, dell’auditel.

Ma ciò non vuol dire che la strada del capo sia sgombra da ostacoli. Se un tempo i partiti si confrontavano fra loro nell’arena parlamentare, ora il leader, “eroe” solitario, deve vedersela con il fattore M: la magistratura e i media.

I mass media, che sono all’origine della grande trasformazione e illuminano il leader con i loro riflettori, per il capo rappresentano anche la maggiore insidia: da un giorno all’altro, per qualsiasi motivo, quei riflettori possono spegnersi, e così vediamo che ormai la stampa, in tutte le sue forme, ha, nei confronti del leader politico, un ruolo procedurale: come ne consente l’ascesa, ne favorisce la decadenza.

La simbiosi tra Stato e partiti è stata sostituita da quella tra mass media e leadership, ma al quadro, per essere completo, manca l’altra M, quella di magistratura. Se i partiti, organismi collettivi, erano riusciti a mettere la politica al riparo dagli organi giudiziari e a fare delle elezioni l’unico vero momento sanzionatorio, ecco che il trionfo della leadership, rimettendo al centro un individuo, lo espone automaticamente all’azione giudiziaria, col risultato che proprio la magistratura, insieme ai media, può decidere le sorti del capo.

Insomma, anche se il nostro vocabolario politico è antiquato, tanto che discutiamo ancora di elezioni, partiti e parlamenti, è chiaro che tutto è cambiato. La politica è ora il regno dei cavalieri solitari che vanno in campo con le proprie armi (la faccia, l’abbigliamento, l’eloquio, il fascino) e si giocano il tutto per tutto l’uno contro l’altro, a singolar tenzone. Tanto che il partito sopravvive, quando ci riesce, solo mettendosi al servizio del leader.

Berlusconi (l’antesignano) e poi Renzi, Grillo, Salvini. Qui da noi sono loro i duellanti. I partiti formalmente ci sono ancora e ancora hanno un nome, ma chi se li ricorda? Siamo alla democrazia del leader, “una frontiera inesplorata”, come la definisce Calise. Una frontiera che, proprio per questo, va studiata, perché non ha senso misurare la nuova politica con il vecchio metro.

Il caso Berlusconi è emblematico. Eccolo lì il leader, l’uomo solo al comando. La sua forza è il carisma, la sua arma la capacità di bucare lo schermo. Il come parla diventa più importante del che cosa dice. Il come si mostra più importante delle idee che diffonde. Ma, naturalmente, anche il leader ha bisogno di supporti. Che, nel caso berlusconiano, sono almeno tre: Mediaset, Mediolanum e Publitalia. Il partito, Forza Italia, nasce così, come comitato elettorale a sostegno del capo. Se per Mussolini, altro leader, ma in tutt’altro contesto, era l’aratro che tracciava il solco e la spada lo difendeva, ora è il leader che sceglie la strada e sono le apparizioni televisive a rinforzarlo. Nella neo-democrazia trionfa l’immagine. Tanto è vero che altri leader (vedi Prodi, vedi Monti), preparati ma scarsi in quanto a immagine, non tengono il passo. Per vincere non conta essere bravi, conta essere grandi comunicatori.

Il discorso potrebbe continuare con l’analisi dell’ascesa di Renzi, Grillo e Salvini, ma il succo è stato detto. Conseguenze? Dobbiamo rassegnarsi al trionfo dell’apparenza, della superficialità, dell’immagine che prevale sul contenuto? Sono domande che forse rivelano la carta d’identità di chi scrive. Oggi l’immagine è il contenuto, e per le nuove generazioni è del tutto normale che così sia. Ma la politica, nonostante tutto, resta una cosa seria. Arriviamo così a quello che Calise definisce il tallone d’Achille del leader. I mass media il grande capo li può sempre tenere sotto controllo, in un modo o nell’altro. E la magistratura la può sempre tenere a distanza, in un modo o nell’altro. Ma c’è un nemico più difficile da gestire: se stesso. Il leader, proprio perché tale, è sottoposto a una pressione crescente: le masse gli chiedono tanto, tantissimo. Lo chiedono proprio a lui, non ad altri, e lui, in quanto leader, è tenuto a rispondere.  Eccolo il tallone d’Achille: alla lunga la gente pretende dal leader di turno molto più di quanto egli può dare. In lui c’è quindi una congenita fragilità e, secondo Calise, questa è anche, al momento, l’unica vera garanzia che i regimi personali possano restare nell’alveo democratico. Ma, ci chiediamo, se la gente (perché non si sente rappresentata, non si fida più di nessuno, è disillusa e disgustata) non va più a votare, se la politica non suscita più passioni pulite, se la democrazia diventa sempre più oligocrazia, se i luoghi di dibattito o non ci sono più o sono ridotti a teatrini, possiamo davvero pensare che basti questa fragilità, questo tallone d’Achille, per metterci al riparo dal passaggio a qualche forma di tirannia?

 

Aldo Maria Valli

 

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