C’era una volta la confessione

Meglio dirlo subito: il sacramento della confessione non se la passa gran che bene. Anche se in Italia tiene più che in altri paesi, sono molti i confessionali vuoti o usati (l’ho visto con i miei occhi) come ripostigli per scope e spazzoloni.

I motivi, abbastanza noti, si possono ricondurre a tre ordini di problemi. Prima di tutto c’è una crisi della fede, che porta con sé l’annullamento o l’affievolimento del senso del peccato. Scomparso, o ridotto ai minimi termini, il disagio per aver rotto l’amicizia con il buon Dio attraverso un comportamento avvertito come sbagliato, scompare anche la spinta che porta a pentirsi e a chiedere perdono. Poi c’è un progressivo processo di privatizzazione del rapporto con Dio, per cui molte persone, pur dicendosi credenti, sostengono di non aver bisogno della mediazione della Chiesa né tanto meno di un uomo, il prete, per accostarsi al Signore. In poche parole, preferiscono fare i conti direttamente con Dio e vedono nella confessione l’espressione di una Chiesa inquisitrice e impicciona. Infine c’è il problema che riguarda proprio la figura del prete e il suo rapporto con la confessione e anche con il confessionale. Ci sono infatti persone, e non sono poche, che dicono di aver provato l’impulso di confessarsi e di essere entrate in una chiesa con la determinazione di chiedere perdono, ma di aver trovato il confessionale desolatamente non presidiato. E ce ne sono altre che sostengono di aver smesso di confessarsi dopo confronti scioccanti con preti incapaci, troppo duri o troppo lassisti, oppure incompetenti o insensibili, oppure distratti e incapaci di ascoltare.

La confessione vive insomma una fase di difficoltà e fa un po’ da cartina di tornasole di tutte le contraddizioni e i nodi irrisolti che riguardano il nostro rapporto con il soprannaturale, con la religione e con noi stessi. Ma in difficoltà non vuol dire morta, tutt’altro. Esistono infatti luoghi in cui il sacramento della penitenza e della riconciliazione è vivo e anzi in ripresa. Luoghi essenzialmente di due tipi: si tratta di santuari e centri spirituali ispirati alla vita e all’opera di grandi figure di riferimento (per esempio Padre Pio a San Giovanni Rotondo o Madre Speranza a Collevalenza), oppure di parrocchie e gruppi in cui la comunità, attiva e vivace, porta naturalmente chi ne fa parte a riscoprire i sacramenti, compresa la confessione, in una luce nuova, non come un dovere da assolvere o un’invasione nel campo della propria interiorità, ma come un dono messo a disposizione di chi ha bisogno.

I penitenti sono di vario tipo ed è difficile generalizzare. C’è chi si confessa raramente e chi lo fa con regolarità, chi si confessa in certe occasioni (festa patronale, prime comunioni, cresime, funerali) e chi invece avverte un bisogno improvviso, svincolato dalle circostanze legate alla vita di comunità e al calendario liturgico. C’è chi, classicamente, si rivolge al confessore per Natale e per Pasqua, e chi magari non frequenta il confessionale per anni e poi improvvisamente avverte un richiamo misterioso. Il gruppo più numeroso sembra essere formato ancora oggi dai fedeli più semplici, tendenzialmente anziani, in possesso di una forte disciplina interiore che spinge ad accostarsi al sacramento con una certa regolarità. Non mancano però “i convertiti” o “i ricomincianti”, che arrivano alla confessione dopo aver vissuto un’esperienza spiritualmente forte (per esempio un pellegrinaggio) oppure una sofferenza profonda (un lutto, un distacco, un fallimento) e avvertono il bisogno di rimettere ordine nella propria vita. Infine ci sono tutti coloro, e vanno aumentando, che, dopo aver sperimentato senza intima soddisfazione varie soluzioni spirituali, magari anche non cattoliche e non cristiane, tornano all’ovile e riscoprono, rivalutandola, la cara vecchia confessione di quando erano bambini.

Secondo alcuni la confessione sarebbe dipinta più di rosa che di azzurro, nel senso che le donne si accosterebbero al confessionale più degli uomini, ma anche su questo punto non si può generalizzare. Quel che è certo è che, in questa nostra società nella quale, pur essendo tutti interconnessi attraverso i social media, crescono solitudine e smarrimento, nel confessore si cerca soprattutto qualcuno con il quale aprirsi. C’è un grande bisogno di ascolto autentico, di compagnia non interessata, di partecipazione sincera. Ed è su questo piano che si misurano la competenza e la sensibilità dei confessori.

In generale le confessioni oggi sono più approfondite, meno scontate e automatiche. Se un tempo poteva esserci il rischio di accostarsi al confessionale quasi meccanicamente, per assolvere a un precetto, in questo nostro tempo la confessione è sempre di più un reale momento di verifica del cammino interiore e del rapporto con il Padre. Non a caso, come mi ha raccontato un sacerdote, aumentano le persone che non arrivano al confessionale senza preavviso, ma chiedono un appuntamento, in modo tale che anche il confessore abbia il tempo di prepararsi proprio a quell’incontro. E’ lo stesso motivo per cui le confessioni oggi sono anche tendenzialmente più lunghe di quelle di una volta. Insomma, se da un lato sembra essersi ridotto il numero dei penitenti, dall’altro si registra una migliore qualità e una maggiore consapevolezza, da parte sia del penitente sia del confessore.

Circa la tipologia dei peccati, risulta che il vero nodo, dal quale scaturiscono tensioni, sbagli, errori, rimorsi, peccati e pentimenti, è costituito dalle relazioni familiari. E’ la famiglia il luogo in cui ci si misura con la propria libertà e con quella degli altri, con i limiti caratteriali, con la disponibilità e l’egoismo, con la pazienza che c’è o non c’è. Pare invece che i comportamenti sessuali non siano più al centro dell’attenzione, specie per quanto riguarda i giovani, molti dei quali, anche quando si rivolgono al confessore, ritengono che in questo spazio, totalmente riservato, non debba entrare nessuno e avvertono eventuali domande come un’intromissione nella propria individualità. C’è poi il caso di ragazzi, ma soprattutto ragazze, che si accusano di avere avuto rapporti sessuali prematrimoniali non protetti: ma per loro il peccato non sta nel rapporto sessuale prematrimoniale, bensì nell’averlo avuto non protetto. E qui bisognerebbe affrontare la questione della scarsissima coscienza morale presente nei giovani, tanto che, mi dice un prete, mi succede spesso di incontrare ragazzi che non conoscono la distinzione tra amare una persona e possederla.

Da segnalare, stando alle testimonianze, la quasi assoluta mancanza di consapevolezza dei peccati sociali. Pochi, per esempio, avvertono come peccato il non pagare le tasse o il frodare la compagnia assicuratrice, così come guidare male l’automobile o la cialtroneria nel lavoro o l’intolleranza verso lo straniero. Invece dilaga il senso di inadeguatezza rispetto ai modelli imposti dai mass media. “Ascolto un’infinità di sensi di colpa – mi ha riferito un confessore – circa ciò che le persone sentono di non essere o di non fare rispetto a ciò che la società, le famiglie e gli amici si attendono da loro”. In generale il giudizio di Dio non sembra essere un gran problema, così come l’esistenza o meno dell’inferno, tanto è vero che è andata perduta la distinzione tra peccato veniale e peccato mortale. Ciò che fa soffrire è l’esclusione su questa terra.

Oggi, con Francesco, abbiamo un papa che chiede incessantemente di ricorrere alla confessione con fiducia, perché il Padre è infinitamente misericordioso e aspetta soltanto un nostro cenno, anche il più piccolo, per elargire con tenerezza il suo perdono. Difficile però dire se sulla confessione ci sia stato un “effetto Francesco”. Un risultato in ogni caso la predicazione di Francesco l’ha ottenuto e consiste nel fatto che molte persone un tempo lontane dalla Chiesa, se non dichiaratamente ostili o per lo meno sospettose, ora si sentono più disponibili a riprendere un confronto, perché il papa riesce a far breccia nel cuore dei lontani, ripristinando una comunicazione che si era interrotta. Sull’altro piatto della bilancia si registra un certo risentimento, magari anche un po’ scandalizzato, da parte di chi avverte di appartenere alla schiera dei fratelli maggiori del figliol prodigo, ma qui si apre un’altra questione,  che andrebbe affrontata a parte.

Dopo il sinodo sulla famiglia, nei confronti di divorziati riposati e persone omosessuali non sembra essere cambiato molto. Esattamente come succedeva prima, tutto dipende dal grado di sensibilità e di accoglienza del singolo confessore, che giudica caso per caso.

Durante la mia inchiesta sul campo, gli incontri che mi hanno colpito di più sono stati quelli con i bambini e gli adolescenti. Loro possiedono antenne molto sensibili e capiscono al volo se da parte del prete c’è sensibilità e autentica partecipazione oppure se hanno a che fare con un burocrate distratto o un funzionario della religione. Una ragazza mi ha raccontato di aver smesso di confessarsi da quando è arrivato un parroco poco incline all’ascolto e incapace di alimentare un vero dialogo. Un ragazzino di quindici anni mi ha detto di essere rimasto sconcertato quando il confessore gli ha chiesto se è goloso e gli ha consigliato di fare ginnastica. Dentro il confessionale gli equilibri sono alquanto delicati.

Ho anche raccolto testimonianze, specie di uomini, bloccati dalla vergogna e dal disagio nei confronti del prete. Papa Francesco dice che la vergogna è un ottimo sintomo, perché fa capire che la coscienza è viva e che l’anima non è corrotta. Certamente però resta un problema. Come lo è quello della preparazione dei confessori. Che si affronta, dice Francesco, in modo semplice: anche il prete si accosti spesso e con fiducia al confessionale come penitente. Non c’è metodo migliore!

Aldo Maria Valli

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