Pedalando pedalando

Pedalando pedalando, Rob ritrovò la strada di casa. Se fosse una fiaba, la storia potrebbe incominciare, o finire, così. Invece è un racconto di vita vissuta. Il racconto di una sfida impossibile: sessantamila chilometri in bicicletta, lungo tre continenti, dalla gelida Siberia a Londra. Protagonista, l’inglese Rob Lilwall, insegnante di geografia, all’epoca (2004) ventinovenne, stanco della solita vita e desideroso di un’avventura su due ruote.

Si sa che agli inglesi piacciono certe imprese al limite, e Rob rientra perfettamente nella categoria, anche per l’understatement e l’ironia. Senza uno specifico allenamento, senza assistenza, senza equipaggiamento adeguato, senza un vero e proprio programma di viaggio, Rob parte dunque da una Siberia freddissima e spettrale, dalla remota città di Magadan, dove almeno due milioni di russi sono morti nelle miniere e dove la gente è impegnata più che altro a stordirsi con la vodka, e si mette in marcia. Se si guarda la mappa con il percorso successivo, si resta increduli: dalla Siberia al Giappone e poi giù lungo il Sud Est asiatico e poi ancora Australia, India, Tibet, Afghanistan, Uzbekistan, Iran e infine l’Europa, risalita dalla Grecia fino all’Inghilterra. Ventotto i paesi attraversati, tre gli anni impiegati. Di tutti i tipi i climi con i quali Rob si è confrontato, dal freddo estremo al caldo tropicale. Innumerevoli i momenti difficili, ma Rob, sorretto dalla fede e da un’infinita fiducia verso i suoi simili, ha tenuto duro. Ed è stato ricambiato. Perché se un insegnamento morale si può trarre dall’intera vicenda è che l’ospitalità della gente, a tutte le latitudini, e tranne pochissime eccezioni, non si è mai fatta desiderare.
In Tibet, sul tetto del mondo, Rob attraversa una ventina di valichi di montagna, arrivando fino ai 5200 metri di altitudine, in mezzo a bufere di neve. In Afghanistan, nelle terre insanguinate dalla guerra, pedala dove ben pochi altri occidentali hanno osato mettere piede. Poi finalmente, in una notte fredda e naturalmente piovosa, il ritorno a casa, in famiglia, a Londra.
Lungo il percorso a Rob succede di tutto, e non è un modo di dire. Fra l’altro, rischia di morire assiderato, si prende la malaria e trova l’anima gemella: a Hong Kong, una dolce ragazza cinese di nome Christine che ora è sua moglie e con la quale condivide l’impegno a favore dei bambini poveri nelle Filippine.

Durante l’impresa Rob spende i risparmi di una vita – ottomila sterline – ma grazie alla pubblicazione del suo diario di viaggio, tradotto in tutto il mondo (In bici dalla Siberia a casa, Ediciclo, 336 pagine, 12 euro) ne raccoglie 23 mila che utilizza per sostenere la sua associazione umanitaria a favore dei bambini dei paesi poveri.

All’inizio Rob ha un compagno di viaggio, Al, più forte ed esperto di lui, ma a un  certo punto la collaborazione si interrompe: troppe le differenze fra i due, troppa la tensione che si accumula. Così, mentre attraversa il tecnologico e imperscrutabile Giappone, Rob diventa un pedalatore solitario e, letteralmente, non sa dove andare. Unica compagna, la bici Alanis (come l’omonima cantante Alanis Morisette). Unico imperativo, andare avanti.

Scrive Rob: «Coltivavo la speranza che il viaggio mi avrebbe fatto maturare come persona e come cristiano». Anche sotto questo profilo si può dire missione compiuta. L’impresa, in effetti, non è stata tanto sportiva quanto spirituale, e Dio vi ha giocato un ruolo non di secondo piano. Non solo e non tanto perché Rob è riuscito ad aggiustare i copertoni della sua Alanis dopo ben centocinquantasette forature, ma perché diversi uomini di fede hanno aiutato il ciclista inglese. Come padre Mike in Siberia e padre Lawrence nella pericolosissima Papua Nuova Guinea, dove il religioso sopravvive «schivando le pallottole» e dove Rob subisce qualcosa come sedici furti ed è anche minacciato a mano armata.

Pedalando pedalando Rob assiste anche a un incendio in cui muoiono due persone di cui era stato ospite e più volte fa i conti con lo scoramento, ma la fede non viene mai meno. A rafforzarla provvedono le circa duecento persone che lo ospitano generosamente, senza chiedere nulla in cambio e a volte, come nel caso dei monaci di un convento tibetano, rinunciando perfino al letto per cederlo allo strano visitatore inglese.

Numerosi i record accumulati, ma Rob non è tipo a cui interessi entrare nel Guiness dei primati. Si limita ad annotare che ha imparato a dire «ciao» in ventuno lingue e, di sfuggita, ricorda che l’unica volta in cui gli è stato negato un bicchiere d’acqua non si trovava in qualche poverissima landa desertica, ma in un bar, nel cuore della civilissima Francia.

Prima della partenza  in coppia con Al, aveva fatto un calcolo di probabilità: «25% che ce la facciamo facilmente; 25% che ce la facciamo con una lotta estrema; 25% che dobbiamo tornare indietro; 25% che finiamo in grossi guai».  Tre anni e sessantamila chilometri dopo, nella quiete dei giardino botanico di Kew, a Londra, dopo aver fatto trovare a Christine un anello di fidanzamento nel sacchetto delle lettere dello «Scarabeo», il nostro ciclista globetrotter scrive: «All’inizio del viaggio avevo spesso scherzato con i russi dicendo che l’unica ragione per cui mi ero imbarcato in quest’impresa era di trovare una buona moglie. Alla fine, con mia sorpresa, ne ho trovata una. E così comincia una nuova avventura» .

Aldo Maria Valli

 

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