La commedia degli equivoci

In occasione della consegna a papa Francesco del Premio Carlo Magno, assegnato ogni anno a personalità che si siano distinte nella difesa dei valori europei, è sembrato di assistere, sotto alcuni aspetti, a una commedia degli equivoci.

Partiamo proprio da Carlo Magno. Il quale, secondo molti storici, non fu, come comunemente si crede, un padre dell’Europa. A fronte di studiosi, come Lucien Febvre, che vedono in Carlo Magno colui che per la prima volta diede forma a ciò che chiamiamo Europa, c’è chi, come Jacques Le Goff, osserva che il re dei Franchi unificò sì sul piano militare una gran parte del nostro continente, ma non ebbe mai una coscienza dell’Europa. Nel IX secolo l’Europa non esisteva e avrebbe incominciato a prendere forma molto più tardi. “Facendosi incoronare dal papa, Carlo Magno non guardava al futuro, ma al passato. Il suo modello era l’impero romano. Più che creare una civiltà futura, voleva far rinascere l’antica civiltà romana” (Le Goff, Faut-il vraiment découper l’histoire en tranches?, Seuil, 2014). Certo, Carlo Magno fu un personaggio storico di eccezionale spessore e diede un contributo decisivo a unire la tradizione romana e quella barbara. Ma farlo passare come una sorta di europeista ante litteram è anacronistico. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, dopo la seconda guerra mondiale, i dirigenti della nascente Europa unita, i democristiani Schuman, Adenauer e De Gasperi, avendo bisogno di un mito forte sul quale fondare la nuova creatura, puntarono su Carlo Magno, il difensore della Chiesa. Ciò non toglie che Carlo fu un condottiero sanguinario, che sterminò i sassoni. Quindi celebrare nel suo nome l’Europa della pace, dell’accoglienza e della tolleranza è quanto meno singolare. Se proprio si volesse trovare un padre dell’Europa d’oggi, fa notare Le Goff, bisognerebbe spingersi avanti fino al XV secolo e al papa Pio II, che con il suo trattato De Europa delineò davvero un’idea del continente.

Un vero merito di Carlo Magno, secondo Le Goff, fu un altro, di cui però si parla raramente, ovvero quello di difendere l’uso delle immagini cristiane: opponendosi agli iconoclasti bizantini, diede alla cristianità uno strumento d’espressione fondamentale non solo per la storia dell’arte, ma anche dal punto di vista ideologico e politico.

Procediamo. Per la consegna del premio, gli attuali vertici dell’Europa, gli euroburocrati di Bruxelles, sono sbarcati in Vaticano manifestando ammirazione per il papa e gli hanno chiesto una vera e propria trasfusione di valori europei, così da poter tornare nei loro uffici con rinnovato bagaglio ideale. Verrebbe da dire: bella faccia tosta. Non più tardi di dodici anni fa gli stessi euroburocrati dissero no alla citazione delle radici cristiane nella nuova Costituzione europea, e a Giovanni Paolo II, che sosteneva che non si possono tagliare le radici dalle quali si è nati, rispondevano che l’Europa unita, essendo laica, non deve rendere omaggio a nessuna religione: come se la laicità di cui oggi godiamo in Europa non fosse una realtà dovuta proprio al cristianesimo (dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare) e come se la valorizzazione della persona umana, e dunque di quei diritti fondamentali di cui si riempiono la bocca i capi dell’Europa di oggi, non fosse nata anch’essa dalle radici cristiane alimentate dall’amore evangelico.

Ora che l’Europa unita sta boccheggiando e che, di fronte al problema delle migrazioni, mostra tutti i suoi limiti e la sua incapacità di dare risposte condivise, gli euroburocrati si ricordano del papa e si fanno fotografare con lui, omaggiandolo come un grande punto di riferimento e sfruttando l’opportunità gentilmente concessa.

Ma anche nel discorso di Francesco c’è qualcosa che non torna. Ricordando che l’Europa è multiculturale, il papa dice una verità. Ma bisognerebbe aggiungere che, se ancora oggi è multiculturale (in grado cioè di integrare e far convivere culture diverse in un quadro pacifico) è perché a più riprese si è difesa, eroicamente, contro chi tentò di farne terra di conquista religiosa. Insomma, detto fuori dai denti, se l’Europa è quella che conosciamo e che il papa ha sferzato perché ritrovi la sua natura  (l’Europa delle libertà, della democrazia, dei diritti della persona) è perché più volte lungo i secoli ha fatto barriera all’Islam.

Tanto per dire: lo stesso palazzo apostolico e la stessa stupenda Sala Regia, nella quale Francesco ha potuto pronunciare il suo applauditissimo discorso, non esisterebbero se alcuni papi del passato non avessero fatto costruire le mura (conosciute come mura leonine dal nome del papa Leone IV) che a partire dall’anno 848 hanno difeso il Vaticano dagli assalti dei musulmani.

Non dimentichiamo che solo qualche anno prima (846) i musulmani erano riusciti a saccheggiare la vecchia basilica di San Pietro, che si trovava al di fuori delle mura aureliane: furono trafugati tutti i tesori d’arte, le immagini sacre vennero profanate e distrutte, la tomba dell’apostolo subì devastazioni.  Compiuto lo scempio, gli invasori saraceni si dedicarono al saccheggio della basilica di San Paolo, ma qui i contadini romani riuscirono a metterli in fuga. L’arrivo degli islamici fu talmente traumatizzante che il papa Leone IV, di origine longobarda, fece costruire le mura in  soli cinque anni.

È vero, come ha detto il papa sudamericano, che l’Europa è il continente dell’accoglienza. Più problematica è la sua ricorrente richiesta di costruire ponti e non muri. Se l’accoglienza è miope, indiscriminata e inconsapevole dei propri valori più profondi, diventa un’arma puntata contro chi la pratica. Quando è stato il momento di preservare la propria identità di fronte a un nemico mortale, l’Europa ha saputo difendersi facendo, letteralmente, muro. Se non l’avesse fatto, ora non saremmo ciò che siamo.

Quando, nel 2006, all’università di Ratisbona, Benedetto XVI pose il problema del rapporto della religione, e in particolare dell’Islam, con la violenza, fu aspramente criticato da gran parte di quegli europei che devono la loro libertà anche ai papi e alla difesa dei valori cristiani. Certamente a nessuno dei professionisti del politically correct venne in mente di assegnargli un premio. Tuttavia il tedesco Ratzinger mise il dito nella piaga.

Aldo Maria Valli

 

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