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Cronache dall’Italia che sarà

Nel paese più bello del mondo, noto anche come Italia, l’esito della Brexit del giugno 2016 e quello del referendum costituzionale del successivo autunno diedero vita  a un aspro dibattito, ma alla fine il quadro politico risultò, al solito, piuttosto oscuro.

Per un’adeguata interpretazione i migliori istituti di sondaggi misero in campo le tecniche più innovative. Furono arruolati anche alcuni aruspici, ma nemmeno loro ci capirono gran che. Dopo aver a lungo manipolato fegati e intestini degli animali sacrificati (cosa che avvenne in gran segreto, altrimenti sai le proteste degli animalisti), dissero che forse la cosa migliore sarebbe stata tornare alle urne. Così si fece, ma senza esito: nonostante le massicce cure a base di premi di maggioranza, la nostra patria continuò infatti a soffrire di quella insidiosa malattia dovuta ai virus dell’ingovernabilità e dell’incertezza.

Così, sottoposto, nell’ordine, a un governo di intese larghe, poi a uno di intese larghissime, poi a uno di intese ristrette, poi a uno di intese ristrette macchiate fredde, poi a uno di intese ristrette macchiate calde, poi a uno di intese ristrette macchiate fredde in tazza calda, poi a uno di intese ristrette macchiate calde in tazza fredda, poi a uno di intese ristrette doppie corrette, il paese più bello del mondo finì inspiegabilmente nel caos.

Di tanto in tanto alcune soluzioni temporanee sembrarono praticabili, ma l’illusione durava poco. Per esempio, quella volta che si fece il governo all’orzo in tazza fredda, sembrò proprio che potesse durare. Poi però, quando il deputato di una piccola lista civica, spinto da irrefrenabile originalità italica, saltò su e disse: “Per me al vetro, grazie!”, si cadde nuovamente nel baratro.

La faccenda andò avanti per svariati decenni, fino a quando, di fronte a una realtà tanto singolare, gli italiani riuscirono a trovare un accordo. Dopo che i migliori tra noi (scienziati, tecnici, ricercatori, musicisti, poeti, eroi, santi, navigatori e naturalmente calciatori) furono tutti emigrati all’estero, e dopo che le nostre aziende e le nostre squadre di calcio finirono una dopo l’altra nelle mani degli stranieri, si fece un altro referendum sulla riforma istituzionale, ma questa volta, per evitare pasticci, la domanda fu semplificata. Recitava infatti così: “Ma insomma, cari italiani, cos’è che volete di preciso?”.

Finalmente libera di esprimersi, la volontà popolare diede un responso univoco. Se anni prima i britannici si erano espressi per la Brexit, gli italiani andarono ben oltre. Abolita l’Italia, si tornò con soddisfazione generale, nel nome della tradizione, del territorio e della riscoperta delle radici, alle più genuine autonomie locali. Ovvero: Regno di Sardegna, Regno lombardo-veneto, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Granducato di Toscana, Stato pontificio e Regno delle Due Sicilie.

La cosa funzionò per un po’, anche perché gli stranieri, a bocca  aperta per lo stupore, venivano a visitarci a frotte, come se fossimo, dicevano loro, un grande museo a cielo aperto. In realtà gli italiani  si sentivano semplicemente a proprio agio, e quando poi, finalmente, fu anche possibile istituire barriere doganali fra i diversi stati, si sentirono ancora meglio. Quella era l’Italia che avevano sempre sognato: ognuno a casa propria, sotto il proprio campanile, senza confusioni e mescolamenti. Altro che multiculturalismo!

Se non che, a sorpresa, il conflitto non tardò a riesplodere. Quando infatti si trattò di scegliere i propri rappresentanti per l’Unione europea (che, nonostante la Brexit, era rimasta in vita e anzi si era fatta ancora più invadente e irascibile), i capoccioni di Bruxelles, chiusi nei loro pregiudizi, non consentirono agli italiani di procedere con elezioni separate, ma pretesero che lo facessero (orrore!) con una consultazione nazionale. Di qui una lunga, estenuante guerra fratricida, al termine della quale, con il paese distrutto e nessun vincitore, un nuovo referendum per le riforme istituzionali stabilì che la cosa migliore sarebbe stata una sola: vendere l’Italia al miglior offerente.

Il paese fu quindi prontamente messo all’asta e le offerte non mancarono. Certo, gli italiani più in gamba, come detto, se n’erano andati da un pezzo, e le nostre industrie, nonché le squadre di calcio, erano ormai tutte controllate da stranieri. Ma, con qualche ritocco qua e là, dissero per esempio gli americani, l’Italia si sarebbe potuta rimettere a nuovo, senza troppe spese, per convertirla in un grande villaggio turistico polivalente, a beneficio dei pensionati d’oltreoceano, con ottimi servizi (ovviamente in mani americane) e attrazioni a tema. Da parte loro i francesi, meno fantasiosi, immaginavano di fare dell’Italia una cosiddetta collettività territoriale (non proprio una regione, ma qualcosa di simile, tipo una grande Corsica), mentre gli inglesi, come sempre magnanimi, pensavano piuttosto a una colonia. Tuttavia all’asta, nella sorpresa generale, si imposero i cinesi. I quali si dimostrarono, tutto sommato, piuttosto indulgenti. Ben sapendo che gli italiani erano i migliori sarti, calzolai, camerieri e gelatai, lasciarono le cose esattamente come stavano e pretesero soltanto una cosa: che venisse abolita la cucina italiana e che tutti i ristoranti della penisola fossero trasformati in locali cinesi. “D’altra parte – sostennero non senza qualche ragione e con malcelato spirito di rivalsa – gli spaghetti li abbiamo inventati noi!”.

Ovviamente molte altre vicende sarebbero da raccontare. Quelle che ho appena esposto riguardano soltanto alcuni secoli della storia d’Italia. Una storia che comunque non ci fece mai annoiare. Specialmente da quando adottammo gli ideogrammi.

 

Aldo Maria Valli

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